Alba è diventata una donna

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Alba è diventata una donna. Gli abitanti di Valdamo le cui tradizioni sono mantenute vive nelle parole. Succedeva così da sempre, e da sempre la città Valdamo si popolava dei “figli dell’Acqua”, com’erano soprannominati i nascituri della valle.
di Emanuela Luongo  

Alba è diventata una donna“ È così che è andata” concluse Glauco. Alba non poté che rimanere con quell’espressione del volto che lascia intendere stupore e meraviglia, nonché l’intenzione prossima di porre una domanda per soddisfare il narcisistico dubbio che la ragione le suggeriva. Glauco, infatti, aveva appena terminato di illustrarle il leggendario racconto sul mito dell’Acqua, che come da tradizione soleva narrare ai giovani frequentatori del fiume Vitasio, sulle cui rive si consumava da qualche tempo il rito dell’amore, che ogni anno offriva i suoi frutti alle famiglie della città di Valdamo.

Valdamo è una piccola cittadina spavalda, letteralmente immersa in una valle verde, circondata dalla freschezza degli alberi e dalla spontaneità del bosco selvatico, e soprattutto incontaminato dalla volontà di dominio dell’uomo, piuttosto sacralizzato come testimonianza di uno spirito divino che aleggia nei cuori degli abitanti di una città semplice che riconosce i sapori e le fragranze della natura e non teme di porsi in dialogo con essa, ascoltandone i suoni e godendone, senza pretese, i frutti che dispone sulla sua terra. 

Gli abitanti di Valdamo le cui tradizioni sono mantenute vive nelle parole trasmesse dai padri e scritte dai figli, vivono nella contemplazione della grandiosità della natura, della terra e del cielo, dei suoi cicli, e solo da questa osservazione quotidiana traggono il sapere sulla vita e sugli uomini e conservano nell’Archivio Antico di Vicolo Arcani i libri, ai quali hanno affidato la loro cultura. Trascorrono le giornate a dialogare e confrontarsi per comprendere le dinamiche, e i segreti anche, nei quali si svela, o si cela, la natura, e mentre i giovani imparano i mestieri dell’artigianato, e apprendono la lettura e la scrittura, i vecchi consultano i fenomeni naturali e li comunicano ai ragazzi. 

Da tempo ormai immemorabile i vecchi di ogni generazione si stavano interrogando sulla bellezza dell’acqua di quel fiume che portava via con sé in ogni goccia le storie di tutti gli uomini che anche solo per un momento l’avessero guardato; e non riuscivano a capire da dove venisse e dove volesse arrivare quell’acqua gelida, ma sì calda al ricordo. Finché un giorno, durante un tramonto sbalorditamene in ritardo, un uomo, che da anni lo si vedeva appostato davanti al fiume a scrivere (e non si sa come, visto che non distoglieva mai lo sguardo dall’acqua), arrivò in piazza e chiamò a sé due giovani, che sapeva erano in procinto di unirsi nell’amore, e li invitò al fiume per quella notte.

A Valdamo l’amore era qualcosa di veramente importante, vitale che coinvolgesse l’intimità di ogni singolo, e alla quale tutti partecipavano, perché l’amore è l’essenza della vita, è la forza che unisce e persegue la vita, e soprattutto un’armonia che si respira nell’aria, tanto è vero che tutti avvertivano quando il vero amore viveva tra due persone, così tutti assaporavano e godevano della felicità dei due.  Ogni giovane e fresca coppia d’innamorati che intendeva soddisfare le sue fantasie d’amore e avvicinarsi per la prima volta al richiamo della natura umana per unirsi nelle gioie dell’istinto e librarsi nel piacere del sentimento, si allontanava dagli sguardi trasognati degli adulti e si riparava all’ombra della luna sulla riva di ponente del fiume Vitasio, sotto il lume delle stelle e sulle note dello scroscio dell’acqua che interminabile scorreva sul letto di sassi e ogni tanto rinfrescava i corpi infuocati degli amanti. Succedeva così da sempre, e da sempre la città Valdamo si popolava dei “figli dell’Acqua”, com’erano soprannominati i nascituri della valle.

Quella notte Glauco, che tutti avevano imparato a conoscere come l’uomo che sapeva guardare i singoli zampilli dell’acqua del fiume, aveva deciso che era giunto il momento di svelare alle coscienze altrui il segreto delle acque di Vitasio, per renderli consapevoli del valore immenso che sarebbe stato trasmesso ai posteri e scritto nei cuori di tutti gli uomini. 

Glauco con i suoi due nuovi amici, Nando e Greta, si stava incamminando sul sentiero che li avrebbe portati sulla stessa riva dove aveva trascorso gli ultimi anni, dove aveva donato il suo sguardo solo allo specchio dell’acqua, nel quale si era visto e aveva visto altri occhi. Guidava i due alla luce di una fiaccola, la cui fiamma sventolava alla brezza leggera del vento, con un movimento ritmico, come se fosse l’unico suono in quel cammino silenzioso, durante il quale i due continuavano a guardarsi ignari e anche un po’ spaventati, ma la loro naturale paura non aveva sopraffatto la curiosità che li accomunava e che li aveva fatti incontrare, qualche mese addietro, quando gli amici di Nando lo avevano informato che in paese c’era una ragazza che continuava a chiedere di lui, cercandolo in tutti i vicoli, guidata solo dal profumo del fazzolettino di cotone che conservava da quando Nando lo aveva perduto una mattina all’uscita del corso di giardinaggio nella casa della signora Flora, una vedova ottantenne la cui unica gioia era la cura delle sue piante e insegnare il linguaggio dei fiori ai giovani, convinta che celassero dei messaggi d’amore, e fossero i messaggeri dei defunti, infatti, la si poteva vedere tutte le mattine parlare con le sue piante e si aveva l’impressione che stesse con suo marito, cosicché tutti avevano difficoltà a capacitarsi che il vecchio Sam era morto, oramai da vent’anni. 

Nando, allora, cominciò anche lui a fare domande ai suoi amici, e i due si cercavano e non s’incontravano mai, sennonché una sera, quando tutto il paese era riunito per la cena, nelle proprie case, con i propri cari, Nando e Greta furono mandati nello stesso momento alla Fontana della piazza a riempire le brocche, e bastò uno sguardo per capire chi erano e chi sarebbero stati, così bevvero dalla stessa acqua e da quel giorno s’incontrarono ogni sera, senza mai fissarsi appuntamento, ma come la prima volta, per caso, e dopo mesi capirono quale fosse il loro destino: amarsi.  

I tre arrivarono sulla riva, dove Glauco sdraiò una coperta di puro cotone e fece accomodare i due, lui restò ancora un po’ in piedi e raccolse anche qualche sasso, che poi donò ai ragazzi. I sassi erano di forme e sfumature tutte diverse e sembrava che ognuno nascondesse dentro di sé delle perle, emanavano una luce particolare che si rifletteva sui volti di Nando e Greta, erano come dei metalli preziosi che brillavano di luce propria. 

Nando e Greta ancora non capivano. Glauco, sorridendo alle espressioni ingenue e infantili dei giovani, cominciò a spiegare il motivo di quel dono così speciale: “Vi dono questi sassi…sono elementi del fiume che questa notte sarà l’unica musica che le vostre orecchie riusciranno a cogliere. L’acqua passerà ininterrottamente sui sassi, l’infrangerà, li accarezzerà, li trasporterà, li supererà, li bagnerà, e su ogni sasso lascerà una sua traccia indelebile…essa si stratificherà. Così voi ora avete in mano questi sassi che non sono ancora stati toccati dall’acqua, ma hanno già una traccia, un’impronta…la vostra, e dopo che vi sarete amati li getterete nel fiume, e la sua acqua si riempirà di voi, dei vostri sogni, delle vostre parole, della vostra storia, e chiunque un giorno li ripescherà potrà avvertire nelle proprie mani una sensazione viva. E così di nuovo il fiume si riempirà…e così per sempre…finché acqua sgorgherà…”. 

Cominciavano a capire, e lo intuivano dall’entusiasmo dei suoi gesti, dall’intensità del suo sguardo, che Glauco desiderava con ardore, che tutti gli uomini raccontassero la propria storia senza tante parole, ma semplicemente guardando, toccando, sfiorando la natura, perché questa avrebbe conservato quei racconti come fossero suoi, li avrebbe custoditi nella propria misteriosità, e ne avrebbe svelato i segni a modo suo solo a chi fosse stato capace di scrutare dentro di lei, di giungere alle sue viscere, nelle sue profondità e ne avrebbe portato in superficie i tesori: gli uomini.

Glauco voleva che gli uomini imparassero a diventare compagni della natura, amici della terra, amanti dell’acqua, parenti del cielo senza dimenticare le differenze e i propri limiti, ma anzi accettarli e comprenderli, non tentare disumanamente di sopraffarli e rischiare di distruggerli con l’unico risultato di non riuscire più a vedere la strada del ritorno, e di allontanarsi così tanto da sé stessi da non riconoscere più la propria essenza, da non sapere più quali sono i luoghi di ciascuna cosa, da ignorare le radici in virtù della pretesa di progredire verso un futuro che non può esistere senza fondamenta, senza storia.

Glauco aveva letto negli occhi di Alba la sua meraviglia e senza neanche consentirle il tempo di aprir bocca, come avrebbe fatto di lì a poco, le disse comprensivo: “Ricordati…lo stupore che leggo sul tuo volto è la mia più grande soddisfazione…Soltanto finché saprai meravigliarti di tutto quanto udirai e vedrai nell’esperienza del mondo, potrai dire di essere sul cammino per la verità. Se non lascerai nel tuo cuore nessuna domanda, ma imparerai a interrogare chiunque e qualsiasi cosa, conoscerai te stessa e l’essenza degli altri non ti sfuggirà”. 

A queste parole Alba non poteva più trattenersi e liberò il suo cuore in una semplice formula, e si rivolse a Glauco, che accolse, come se fosse il primo essere umano a parlargli: “Mi hai raccontato una storia che non pensavo potesse coinvolgermi…ah…uno dei soliti vecchi racconti moraleggianti…pensavo…e invece ho sentito come se qualcosa di nuovo…di molto intenso…mi penetrasse…e mi facesse toccare quasi con mano la mia anima. Mi hai parlato di questo fiume e mi sembrava di poter parlare con lui…e persino che lui mi potesse rispondere. Mi hai narrato di queste maestose montagne e ora le vedo come braccia materne che sono lì a prendersi cura di noi e ad accomodare le nostre dimore. Mi hai parlato delle persone con le quali convivo ogni giorno e adesso mi sembra come se non le avessi mai conosciute e le vedessi per la prima volta. Come è possibile, allora, che non sappiamo dove le nostre vite stanno andando? Mentre questo fiume sa il suo destino, conosce il suo tragitto e la sua origine. Noi non conosciamo né l’uno né l’altro…eppure continuiamo a camminare…perseveriamo nel nostro essere, ma ignoriamo gli estremi nei quali diveniamo…dove ci muoviamo?”. 

La riflessione di Alba non era altro che il suo modo per dire che aveva capito, ma nello stesso tempo manifestava l’angoscia che si stava plasmando dentro di lei, e ora non sarebbe più stata capace di tacerla, ora che aveva trovato le parole per esprimerla e chi la potesse comprendere. E, infatti, Glauco, con cenno consolatorio del capo, prese a guardare il fiume, e a spostare lo sguardo verso la fonte e alla parte opposta, e così per molte volte, finché aprendo lentamente le braccia a formare un ampio arco, disse: “…E in mezzo ci sono gli uomini…”.

Sono passati molti anni da quella notte: Glauco, già vecchio allora, è morto guardando il tramonto, e la Signora Flora il giorno stesso piantò un girasole che crebbe con il suono delle sue parole nutrendosi dell’acqua fresca del Vitasio e chiunque gli passava davanti gli rivolgeva un saluto, si diceva che qualche uomo addirittura si levava il cappello in suo onore; il giorno del suo funerale, come volutamente espresso da Glauco, fu una lunga giornata di festa nella quale fu inaugurata la sorgente del Vitasio con un monumento di legno che riproduceva lo scorrere del letto del fiume, sul quale si riportò la scritta: “IN UNA GOCCIA IL MARE”; Nando e Greta si sposarono un mese dopo quella notte ed ebbero due bambini, che ora vivono in città con le loro famiglie e ogni settimana ritornano dai genitori per passare un pomeriggio in riva al fiume. 

Il fiume è ancora pieno e vivo di se stesso, gli abitanti di Valdamo hanno resistito e non hanno permesso agli imprenditori di zona di trasformarlo in un punto di ristoro per ciclisti o per i tanti turisti che ora ogni estate affollano il paese. 

Alba è diventata una donna bellissima, vive ancora nella sua vecchia casa, scrive poesie e insegna ai bambini a leggere, perché crede che la lettura sia il primo passo per comprendere il mondo e sentirsi veramente liberi nell’animo: “Se sai leggere, un giorno potrai leggere nel cuore degli uomini che hanno scritto o che hanno soltanto detto”, ripeteva ai suoi piccoli studenti; convive con Franco, quello che di lì a poco avrebbe scoperto essere il figlio lontano di Glauco, e ha una bambina, Sofia, che pronuncia le sue prime parole. E ha appena saputo di essere in attesa di un altro figlio e la sua gioia è tale che non riesce a trattenere le lacrime, e decide di custodirle, perché sono lacrime di vita, così le raccoglie in un cofanetto, e pensando che un giorno le avrebbe mostrate al figlio che porta in grembo, e gli avrebbe detto: “Queste sono le gocce cadute dai miei occhi, per te, per la tua vita, non volevo sprecarne neanche una, così le ho conservate, perché tu potessi toccarle e sentire quanto sono calde…di tutto il calore che mai ti farò mancare…perché tu potessi sentire il loro sapore…amaro o salato, perché a volte la vita lo è, ma il loro retrogusto è dolce…perché dietro la vita c’è l’amore…”. 

Un giorno felice, e questa sua ilarità le riporta alla memoria Glauco, l’intenso dialogo di quella notte e così abbraccia Sofia e le dice: “Ora ti racconterò una favola…ma andremo con papà sul Vitasio, perché è lì che questa favola ha inizio”. 

Così e appena lì, Alba incomincia: “Tantissimi anni fa un uomo e una donna erano soli ad abitare questo mondo, in un piccolo bosco; si nutrivano dei suoi frutti, si coprivano con le sue foglie, si proteggevano sotto gli alberi e si dissetavano dal fiume che vi scorreva. Erano felici, non avevano bisogno di niente altro; parlavano, ridevano, a volte piangevano, facevano l’amore, e si dissetavano con l’acqua di quel fiume sempre presente nelle loro giornate. Passavano albe e tramonti, lune piene e lune vuote, tempeste e soli sgargianti, e loro sempre si dissetavano di quell’acqua. Un giorno l’uomo interrogò la donna: “Ma è possibile che per quanto beviamo questo fiume continui a scorrere e produrre acqua? Prima o poi finirà e noi non potremo più averne per vivere e dovremo lasciare i nostri figli senza la possibilità di dissetarsi, lavarsi, pulire le erbe…e sarà tutta colpa della nostra ingordigia, e della nostra non-curanza”. La donna rise: “Ah, non sai quello che dici. Quest’acqua non potrà mai finire finché noi la sapremo custodire e rispettare come la stessa acqua che ci dà la vita”. L’uomo non capiva che quell’acqua era lì da sempre e per sempre, e sarebbe finita solo se i loro figli non avessero saputo come giovarne; così da quel giorno iniziarono a imparare il suo linguaggio, a leggere il fiume, ogni singola goccia e ci trovarono milioni e milioni di volti di uomini e donne come loro che bevevano quella stessa acqua, che la usavano ognuno in maniera diversa per lavarsi, per cucinare e in tanti altri modi di cui non  riuscivano a scovarne il motivo. Trovarono anche molte gocce abbandonate, sporche, trascurate, sprecate, come quelle delle lacrime di madri che piangevano i loro figli morti in modi crudeli…anzi trovarono molte lacrime…Rimasero sconvolti nello scoprire tanta disumanità negli uomini e così poco rispetto per quell’acqua che continuava a scorrere, che non era mai la stessa che passava tra le loro mani, e che dava continuamente vita. Capirono che era importante che i loro figli, e i figli dei loro figli e così i figli dei figli dei loro figli, non dimenticassero mai quello che avevano letto e che imparassero a portare dentro il cuore ammirazione e cura per ogni singola goccia di cui avrebbero fatto esperienza, perché in ogni goccia c’era ogni uomo e ogni figlio che verrà”.

Le lacrime di Alba, scendono sul suo viso come rivoli di luce, calde sulle sue guance, le fa cadere sulle morbide manine di Sofia e poi insieme le fanno scivolare nel fiume: “Così ora il fiume porterà al mare la mia memoria e la tenerezza della tua pelle innocente”.

Poi rivolge lo sguardo a Franco, profondamente commosso, come sempre quando riassaporava la genuina bellezza della saggezza della sua donna.  Ora Alba lo penetrava con lo splendore dei suoi occhi, gli prende la mano per portarsela sul ventre, e poi la guida per immergerla nel fiume, e delicatamente gli sussurra: “…E porterà ancora vita”.

 

di Emanuela Luongo ©Riproduzione riservata
                  (10/07/2017)

 

 

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