E' tutto da leggere il novo libro dello storico Ulderico Nisticò “Storia delle Italie dal 1734 al 1870, con un Antefatto e un Epilogo”. Riportiamo la dichiarazione dell’autore:
“””
Con queste pagine l’autore si farà qualche nemico in più tra i non molti superstiti della retorica risorgimentale, e non piacerà molto neppure ai suoi amici tradizionalisti e borboniani. Intende, infatti, ricercare, come sarà possibile, la verità, e questa non è quasi mai ammantata dell’aura delle epiche esaltazioni, e improbabili metafisiche a posteriori, ma è più terrena, spesso banale.
Perché le Italie? Tale nome strano, che dà il titolo a questa operetta, ci viene ispirato e dalla varietà dell’orografia e dei climi; e dalla diversità delle storie; e dalla scarsa concordia che ancora ci lacera: sebbene tutte le molte e contrastanti Italie siano sempre stata sentite, e lo siano, una sola Italia.
L’autore, per passione e per scienza, non è, infatti, esterofilo, bensì, ben conoscendo gli infiniti torti e difetti della sua terra, continua a credere che sia la più degna del mondo di viverci.
L’Italia di oggi, la quale è della sua stessa retorica connivente e volenterosa vittima, ha bisogno della verità; e questo risultato si otterrà il giorno in cui si leggerà sui normali libri di storia delle scuole che le battaglie del Volturno e del Garigliano non furono cosmici scontri tra un Bene e un Male ideali, concetti del resto vaghi, e agevolmente rovesciabili a pro delle diverse simpatie, ma dei combattimenti tra re ed eserciti, eventi consueti nelle umane storie, che, decisi dalla sorte delle armi e non dal fato, finirono in un modo ma potevano finire anche in un altro; e, gli eserciti garibaldino, sabaudo e borbonico essendo tutti e tre italiani, si trattò, dal punto di vista del diritto internazionale, di un conflitto tra Stati, bensì, da quello delle nazionalità, di una guerra civile, una delle infinite della storia d’Italia da quando Crotone non riuscì a distruggere Locri ma ce la fece con Sibari; e altre prima e dopo lo stesso 1861.
Che l’Italia si dovesse unire, era nella natura delle cose e nelle esigenze degli equilibri europei;che si unificasse come Regno costituzionale unitario, fu invece un frutto in parte imprevisto di circostanze internazionali e interne. Vinsero non chi “aveva ragione”, e nemmeno i più forti, quanto i più disperati e più audaci e più decisi; gli avventurieri contro i ragionevoli; i tracotanti contro i misurati; il mito contro la riflessione. Si scontravano due modi di essere, quello impetuoso
e fantastico dei patrioti e quello pacato e mite dei conservatori: il mito contro la moderazione, e questa era, com’è ovvio, perdente. Se, infatti, è molto probabile, direi sicuro che Francesco II di Borbone sia in Paradiso fin dal 1894 in cui morì, e che il suo lontano cugino Vittorio Emanuele bruci dal 1878 all’Inferno per i suoi peccati e politici e personali, o, per l’infinita misericordia di Dio, in un lunghissimo Purgatorio; ma su questa terra, è parimenti indubbio che questi fosse vincente ancor prima di combattere, e quello fosse nato sconfitto!
Nel caso dei Borbone di Parma o dei Lorena di Toscana, come quelli stessi d’Austria, non si poteva fare affidamento neppure su troppo odore di incenso: tutt’altro! E dove di incenso ce n’era a iosa, a Roma, trionfava il principio evangelico che “Non chi grida Signore Signore entrerà nel regno dei cieli”!
I miti e leggende sulla santità cattolica di Questo e bontà di Quello valgono, agli occhi dello storico, quando quelli della sacralità laica di Mazzini o dei miracoli di Garibaldi, cioè niente. Se dunque è indubbio che l’unificazione sia avvenuta a seguito di un piano internazionale liberale e dei contrastanti e concomitanti interessi francesi e inglesi d’intesa con i liberisti italiani, è parimenti vero che gli altri, i reazionari, si lasciarono sorprendere così impreparati e poco combattivi che è quasi necessario concludere che la loro sconfitta fosse una sorta di inevitabile conseguenza di una morbosa acquiescenza.
Riteniamo dunque utile alla patria raccontarle come è nata la sua unità politica, che fu a colpi di mano e traendo profitto da circostanze e aiuti altrui; e perché risultò unitaria e centralista invece di confederale o federale come argomentavano quasi tutti; e a vantaggio di alcuni e danno di altri: come accade alle cose umane. E poiché natura delle cose è il loro nascimento, come insegna il Vico, da questa origine avventurosa e in buona parte fortuita derivarono tutti i mali d’Italia e quella condizione per cui Milano è tra le primissime città del mondo e la Calabria è l’ultima regione d’Europa, trovandosi, rispetto al 2011, in uno stato assai peggiorato rispetto al 1860, per non dire del XVI secolo.
Non si leggerà in queste pagine che il Meridione, o qualsiasi altra parte d’Italia, fossero paradisi poi turbati da inopinati serpenti. Le molte Italie della Penisola stentavano tutte ad entrare nella modernità. In tutta la Penisolac’erano nel 1860 meno fabbriche che nella sola Manchester. E se alcune aree in Piemonte, Lombardia, Campania e Calabria potevano dirsi industrializzate, ciò non costituiva ancora un tessuto economico fondato su produzione e consumo diffusi; ma piuttosto l’economia era di sussistenza e di piccoli traffici. Una tale condizione favoriva piuttosto il Meridione che il Settentrione, da dove molto presto si iniziò ad emigrare nelle Americhe;o ci si ingegnò a migliorare con tecnologie avanzate le antiche attività artigianali. Lo sviluppo industriale del Piemonte, il più notevole, iniziò attorno al 1840; la migliore crescita economica delle Due Sicilie è datata nell’ultimo decennio dell’indipendenza; la Toscanaviveva di una tranquilla organizzazione dell’agricoltura, oltre che di gloriosi ricordi lontani. L
e prime eccedenze stimolarono un commercio mediterraneo di un certo rilievo. I ceti popolari mancavano dovunque di molte strutture della vita civile, nonostante gli sforzi dei governi già dal XVII secolo. Non c’era idillio da nessuna parte, e fantasticarne non giova a nessuno, e diviene fuorviante. Più utile ancora, raccontare. Ahimè, i libri di testo non è che dicano una cosa o un’altra giusta o sbagliata sull’unificazione, è che ne parlano pochissimo, e, palesemente tradotti da testi stranieri come sono, dedicano pagine e pagine alla Guerra dei cento anni e all’indipendenza americana, e qualche riga al 1861. Quasi assente è la tematica storica nazionale dal cinema, dalla letteratura, dall’immaginario collettivo; tanto che, se qualcuno sa che ci fu un Regno delle Due Sicilie, dispero che molti siano informati dell’esistenza dei Ducati di Parma e Modena.
Eppure le diverse entità statali italiane preunitarie non erano degli accidenti della storia, e tanto meno un’innaturale e forzata invenzione del Congresso di Vienna e capriccio di Metternich, ma erano tra le più antiche d’Europa, e i loro sudditi non avevano mai trovato né poco conveniente né disdicevole farne parte. Quando il Regnum Siciliae dagli Abruzzi a Malta era uno Stato, e Venezia dominava l’Adriatico e l’Egeo, la Franciadi fatto era divisa in feudi quasi indipendenti; la Spagna
in regni sia cristiani sia musulmani; l’Inghilterra era una maltrattata appendice feudale dei Plantageneti franconormanni. È per questa ragione, e non credendo al Croce che l’Italia abbia avuto inizio nel 1861, e vivendo in un posto che si chiamava Italia nel II millennio a. C., che iniziamo a raccontare un Antefatto, sia pure brevemente, alla lontana, con più attenzione da quel Rinascimento che, con tutte le sue poesie e le sue statue, segnò la fine della libertà italiana. E, in un rapido Epilogo, diciamo quali furono le conseguenze di quel 1861, giacché la storia non ha lo scopo di raccontare il passato ma di spiegare il presente.
Ulderico Nisticò “Storia delle Italie dal 1734 al 1870, con un Antefatto e un Epilogo”,
Città del Sole editrice, Reggio Calabria 2012, Pagg. 207, € 14,00.
(03.05.2012)












