Via Cialdini

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Venerdì, 18 Maggio 2012
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La tua distanza: tutta la porpora che misuri, il grave pensieroso sistema costellato: tutta la tua chioma che visita l’oscurità e il giorno che prepari....La

 

 

 

 

La Notte Marina

                             di Pablo Neruda

 

Notte marina, statua bianca e verde,

ti amo, dormi con me. Le strade mi hanno

a poco a poco sgretolato e ucciso,

il legno è cresciuto con me, l’uomo

ha conquistato la sua cenere, disposto

a riposare avvolto nella terra.

 

Si è fatta notte perché non vedessero

i tuoi occhi il suo misero riposo:

ha voluto vicinanza, ha aperto le braccia

custodito da vite e da pareti

ed è caduto nel sonno del silenzio, è disceso

con le radici nella terra funebre.

Io, notte Oceano, alla tua forma aperta,

al tuo spazio vegliato dalle stelle,

alla bocca bagnata del tuo canto

sono giunto con l’amore che m’innalza.

 

Ti ho vista nascere, notte del mare,

percossa da infinita madreperla:

ho visto le tue fibre stellate

unirsi alla tua elettrica cintura

e il moto azzurro dei suoni che incalzano

la tua immensa dolcezza divorata.

 

Amami senza amore, sposa di sangue.

Amami con la tua vastità, col fiume

della tua respirazione, con la crescita

di tutti i tuoi diamanti che traboccano:

amami senza la tregua del tuo volto,

dammi la probità del tuo tormento.

 

Bella sei, donna amata, notte bella:

hai in serbo la tempesta come un’ape

assopita fra i tuoi stami allarmati,

e sogno e acqua tremano nei calici

del tuo petto battuto dalle onde.

 

Notturno amore, ho seguito la tua eterna

elevazione, la tentennante torre

che attira a sé le stelle, la misura

del tuo vacillamento, le città

che edifica la schiuma sui tuoi fianchi:

io sono incatenato alla tua gola

e alle labbra che spacchi sulla riva.

 

 

Chi sei? Notte dei mari, dimmi

se la tua chioma scoscesa ricopre

tutto questo deserto, se è infinito

questo spazio di sangue e praterie.

Dimmi chi sei, piena di navi,

piena di lune che stritola il vento,

signora di ogni metallo, rosa

della profondità, rosa bagnata

dall’intemperie dell’amore nudo.

 

Tunica della terra, statua verde,

dammi un’onda che sembri una campana,

dammi un’onda di zagara furiosa,

quel brulichio di fuochi, l’acqua che io solco,

lo sciame di fiamme celesti: voglio un solo

minuto di estensione e, più di ogni altro

sogno, la tua distanza:

tutta la porpora che misuri, il grave

pensieroso sistema costellato:

tutta la tua chioma che visita

l’oscurità e il giorno che prepari.

 

Voglio avere il tuo volto simultaneo,

aprirlo nel mio intimo per nascere

su tutte le tue rive, per andare

con tutti i tuoi segreti respirati,

con le tue scure linee che difendo

dentro di me come sangue o bandiere,

portando queste arcane proporzioni

al mare di ogni giorno, alle battaglie

che ad ogni porta – amori o minacce –

covano.

           Ma allora

Entrerò nella città con tanti occhi

quanti ne hai tu e indosserò il vestito

con cui mi hai visitato perché tocchino

l’acqua totale che non si misura:

purezza e distruzione contro tutta la morte,

distanza che non si può esaurire, musica

per chi dorme e per chi si ridesta.

 

 

 

E’ una poesia ispirata a un sentimento panico, a un misticismo naturalistico. La notte oceanica, personificata, viene invocata dal poeta come una donna, come una sposa: egli respinge il suo destino terrestre per unirsi e addirittura identificarsi con l’amata, misteriosa, bellissima e immensa. L’oceano è sempre sublime maestro in Neruda: svela i profondi segreti e suggerisce le norme pratiche dell’esistenza.

  

da   Pablo Neruda Poesie ( 1924 – 1964) - Biblioteca Universale Rizzoli – Ed. 1988

 

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