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Venerdì, 18 Maggio 2012
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Trento - Ho un ricordo strano di quei giorni, non un ricordo lineare con il tempo che si succede regolarmente e lo spazio ben organizzato come in una mappa, bensì delle immagini vividissime ma con una sorta di nebbia subito prima e subito dopo.
Le immagini chiare sono delle foto statiche come il fotogramma delle vecchie pellicole di celluloide ferme prima che il calore le bruci; in compenso insieme all’immagine ho presente gli odori e i suoni.
La notizia della gravità non emerse subito dai TG, ma il giorno successivo la situazione peggiorava ad ogni notiziario e con un amico friulano, di Gemona, che il terremoto lo aveva già subito di persona, decidemmo di partire. Eravamo convinti che 2 studenti dell’ultimo anno di medicina potevano tornare utili. Riempimmo la 127 di mia madre con farmaci, coperte e vestiti che avevamo raccolto rapidamente tra gli amici e partimmo, sebbene i TG ripetessero in continuazione di non mettersi in cammino senza un gruppo organizzato perché si rischiava di non arrivare.

Credo fosse Mercoledì. Non conoscevamo l’Irpinia e ci dirigemmo verso S. Angelo dei Lombardi forse perché era un nome che ci era rimasto nelle orecchie o forse perché era facile da raggiungere, non lo so. Quando arrivammo alla base del paese era l’imbrunire. Dico alla base perché nella mia memoria vedo una schiera di macchine, camion militari, ospedali da campo perfettamente montati all’inizio di una strada in salita verso un colle di cui non ricordo assolutamente l’altezza o il tempo di percorrenza.

Prima sorpresa: ci sono più medici che soccorritori, gli ospedali da campo militari sono perfettamente funzionanti ma non ci sono pazienti, non ferve l’attività come ci saremmo aspettati, ricordo degli infermieri che giocano a carte in un’ambulanza. L’accesso alla strada è inibito ai mezzi non autorizzati e così andiamo a piedi. Nel ricordo è come se ci fosse una nube lungo tutta la salita e io riesco a vedere bene solo la partenza e poi sono già all’interno del paese; è buio, ci sono solo dei gruppi elettrogeni ogni tanto; percorriamo una strada che sembra il set abbandonato di un film western: polvere per terra e le facciate delle case in parte ancora in piedi con cumuli di macerie dietro. Incontriamo tante persone sporche, impolverate, con vanghe e picconi che tornano verso il basso e altre che continuano a scavare sotto la luce artificiale.

Un uomo del Comune (sindaco?, vicesindaco?) e un carabiniere (ufficiale? sottufficiale?) sembrano avere il comando. Ci mettiamo a loro disposizione ma danno l’impressione di essere sopraffatti dagli avvenimenti. Gli ordini sono: “trovatevi degli attrezzi e scavate”. Giriamo per il paese, passiamo davanti a delle macerie che ci dicono era il bar del paese, il punto di ritrovo dei giovani. Sono ancora la sotto, erano tutti a guardare il calcio in TV. Ci domandiamo perché nessuno stia ancora scavando in quel posto. E’ tardi torniamo alla macchina e ci passiamo la notte.

Il giorno successivo ci aggreghiamo ad un gruppo di vigili del fuoco romagnoli che sembrano molto ben organizzati e stanno lavorando intorno ad un condominio di 4 piani che si è accasciato su se stesso, è diventato di un solo piano e, come in un sandwich doppio vedi i diversi strati di cibo alternati al pane così in quel condominio intravedi i vari appartamenti ridotti in strisce e separati dalle strisce dei soffitti. Si lavora dal tetto per evitare crolli. Si scavano dei buchi in cui si inseriscono sonde con microfoni per ascoltare possibili respiri, gemiti, o segni di vita. In quelle occasioni bisogna fermarsi e rimanere in silenzio.

Ed ecco un altro fotogramma vivido: cielo plumbeo, noi in piedi sul tetto immobili, silenzio assoluto, una pioggia quasi impercettibile; in basso, a una ventina di metri, una fila di circa 15 figure vestite di nero, in attesa. Non un gesto, non una parola. Donne, anziani, ma anche uomini. Cavolo, perché gli uomini non vengono a scavare? Perché non si danno da fare? Sono i loro parenti ed amici che stiamo cercando. Sono le loro case ad essere crollate. Un vigile del fuoco, nemmeno leggesse i miei pensieri, ci dice “Non giudicate ragazzi. Per giudicare le cose bisogna prima viverle”. Non dice altro ma intuiamo che ha ragione, non sappiamo spiegarcelo, ma ha ragione. Quei pompieri non più giovani che avevano preso ferie per venire a scavare, sempre calmi e sereni, sempre gentili con tutti, professionali ma semplici, mai stanchi, con la saggezza di chi ne ha viste tante. In quel momento ho desiderato diventare “grande” come loro.

Comunque la fila si anima improvvisamente quando estraiamo un cadavere; allora ecco urla, gesti, strazio. Poi, di colpo, come ad ubbidire all’ordine di una regia invisibile, la fila si ricompone e torna l’immobilità fino al cadavere successivo. Ne tiriamo fuori 4, 2 vecchi abbracciati in cucina, un uomo in camera da letto, e il giorno successivo quando non c’erano più speranze, una bambina di circa 3-4 anni, agganciata dai denti della ruspa che nel frattempo aveva iniziato a scavare da sotto.    

Ogni tanto avvertiamo la casa tremare sotto i nostri piedi, la famose scosse d’assestamento, ma non abbiamo paura; ci protegge un pensiero superstizioso: se siamo qui ad aiutare non può succederci nulla, il Signore certamente ci protegge. Ma se questo è vero dove era il Signore la domenica prima? E’ tutto schiacciato, ridotto a due dimensioni, le stanze appaiono come sulle carte degli architetti. Improvvisamente si penetra in un locale che sembra aver resistito e la speranza di trovare qualcuno vivo torna fra noi. Il microfono introdotto nel pertugio azzera le speranze. Allarghiamo il buco e ci prende la rabbia e lo sconforto: l’unico locale che ha resistito è il garage dove c’è una macchina nuova assolutamente intatta.  

Gli aiuti continuano ad affluire e l’organizzazione si mette a funzionare; ricordo i telefoni montati rapidamente dalla SIP per poter comunicare con le proprie case, i pasti caldi assicurati a tutti i soccorritori, le roulotte e i prefabbricati donati da molti generosi.

Due giorni dopo sono ormai al lavoro i mezzi pesanti ovunque e ci sentiamo piuttosto inutili. Regaliamo vestiti e medicinali e torniamo mesti a Roma con la testa piena di domande e di dubbi.. 

di Stefano Calzolari
Marzo 2005

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