Martedì, 21 Maggio 2013

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Giovedì, 28 Marzo 2013 10:00

Il sorriso della felicità

Continuò. "Non s'è accorta, lungo la sua vita che fra tutti gli acquisti: cavalli, auto, gioielli... ha dimenticato di fare l'acquisto più bello.
di Rocco Chinnici
Viveva, molto tempo fa, in una lussuosa villa della «Palermo bene», una donna ricca e vanitosa. Gli agi e i lussi più costosi erano per lei motivo di vita. Non conosceva altro che danaro, gioielli e vestiti di pregiatissime stoffe. Finì che un giorno, non avendo più cosa desiderare, s'ammalò di un grosso male: l'apatia. Non mangiava più, non amava adornarsi come prima soleva fare, tanto che non uscì più nemmeno di casa; si chiuse in una stanza e non volle più ricevere nessuno, ad eccezione dei migliori medici specialisti della città, che la visitarono da capo a piedi, ma... nessuno riuscì a capire quale fosse il suo vero male o le cause che inducevano la ricca signora a rifiutare anche la sua immagine riflessa allo specchio. Molti ebbero a dire che per lei erano morte anche le speranze di guarigione.
Nei paesi della provincia si sparse la voce di quel male che affliggeva la ricca signora. Un giorno si presentò, davanti al cancello della villa, una vecchietta curva che si sorreggeva ad un bastone; chiese alla servitù di essere ricevuta dalla padrona. I maggiordomi si guardarono, curiosi di sapere cosa avrebbe potuto fare quella vecchietta, decisero di farla entrare, e la condussero nella stanza dove si trovava la signora. Questa stava seduta in un angolo; a guardarla, sembrava che stesse specchiandosi e chiedere allo specchio con quegli occhi dallo sguardo assente, i perché di quella mancata gioia di vivere.
"Mia cara signora, Lei non ha niente!" Disse la vecchietta, sorridente.
"Dimenticanze! Nient'altro che dimenticanze!"
Continuò. "Non s'è accorta, lungo la sua vita che fra tutti gli acquisti: cavalli, auto, gioielli... ha dimenticato di fare l'acquisto più bello. "Non è vero! Ho tutto!" Esclamò.
"Quando pare che dalla vita abbiamo avuto tutto" continuò la vecchietta, "dovremmo, invece, accorgerci di non avere avuto quasi niente!"
 "Io le dico che a me non manca proprio nulla!" Rispose la ricca signora, mentre la vecchietta continuava a guardarla con un sorriso sereno. "Anzi, guardi!" continuò, prendendo una campanella a lei vicino e, movendola due volte: subito accorse la cameriera; la mosse tre volte e comparve il maggiordomo.
 "Come vede" disse la signora "chiamo, e tutti corrono; persino il giardiniere e l'autista posso chiamare, sa? Tutti, e tutto!"
"Sì?" Rispose la vecchietta "Provi a chiamare, dunque, ciò che le manca: la felicità! Essa non accorrerà mai, perché è dentro di noi."
La signora suonò, e suonò ancora..., ma, dall'uscio non apparve nessuno; delusa guardò il maggiordomo, la cameriera che, mortificata, a sua volta, abbassò gli occhi a terra, poi guardò lei, la vecchietta, e, in quel viso increspato, vide apparire un sorriso ondulato; solo allora capì quanto di bello era venuta ad offrirle la vecchietta: un sorriso, un semplice sorriso di felicità. (www.paroledautore.net )

 di Rocco Chinnici
   (28.03.2013)
Via Cialdini è su www.facebook.com/viacialdini e su Twitter: @ViaCialdini

Informazioni aggiuntive


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Pubblicato in Racconti
Lunedì, 16 Aprile 2012 11:22

L'uomo che portò il cinema

Palermo - “L’uomo che porto’ Il cinema a Giancaxio” -
Una premessa necessaria - L’altro giorno (11 aprile 2012), i giornali locali hanno sbattuto in prima pagina la notizia dell’arresto, a Porto Empedocle, di un pericoloso latitante scovato dai carabinieri, dopo dieci mesi di ricerche anche all’estero, dentro un’intercapedine della propria abitazione.
Come dire: il ricercato non si era mai allontanato da casa sua.
Succede. E successo tante volte. Specie con i grandi latitanti di mafia, di camorra. Perciò uno si aspetta di vedere uscire un pericoloso boss della criminalità organizzata.
Invece… Invece, è uscito Armandino Lo Cascio, resosi latitante a seguito di una condanna per “stalking” ossia per molestie a danno di una signora.
Sconoscendo i termini della triste vicenda, non desidero entrare nel merito delle inchieste e dei relativi processi, confidando, fino a prova contraria, nell’operato delle forze dell’ordine e nell’oculato giudizio della magistratura.

Tuttavia, confesso che mi risulta problematico vedere nei panni di un molestatore maniacale quel ragazzino, esile e un po’ introverso, che conobbi, a metà degli anni ’50, come figlio e collaboratore dell’uomo che ha portato il cinema a Joppolo Giancaxio, il mio paese.
Ovviamente, tale pregio non lo assolve per gli eventuali errori commessi in anni successivi.
D’altronde, fra la vicenda attuale (di cui è vittima una signora per bene) e i suoi trascorsi joppolesi non c’è alcun legame. Se li ricordo, è solo per il loro valore umano, evocativo e anche per dire quali contorti percorsi può imboccare la vita di ognuno.
Ciò che mi preme evidenziare è l’apporto culturale che, mediante il cinema, la famiglia Lo Cascio ha dato alla grama realtà del paesino. Il cinema, infatti, dischiuse le porte di un mondo a noi ignoto, affascinante che si svolgeva sul filo della realtà e della fantasia. Perciò, sono andato a rispolverare l’appunto seguente che pubblico, in forma ancora grezza, sul mio blog: Montefamoso. blog spot.com 

1.. Incrocio il signor Gianni mentre scende per via Atenea, sottobraccio alla moglie, signora Tanina.
Li rivedo dopo tanti anni. Sono due vecchietti ancora arzilli, figli di un’altra epoca.
La nostra generazione, la prima del secondo dopoguerra, visse a cavallo fra l’epoca passata e quella da poco iniziata, fra un’Italia contadina, provinciale e fascista, e un’Italia democratica del miracolo economico, della scuola media e delle comunicazioni di massa.
Nel fervore di quegli anni, molti, i più anziani, rimasero al di qua di tale linea, i più giovani tentarono di oltrepassarla, anche cercando all’estero una soluzione di vita.
Anche nei borghi di campagna giunsero, per quanto lenti e sfigurati, gli echi e i rudimenti della vita nuova.
Il cinema, per esempio, di cui ci occuperemo in questo scritto, arrivò a Joppolo Giancaxio nel 1954, a sessant’anni circa dalla sua invenzione da parte dei fratelli Lumiere.
Anch’esso attirato dal benessere improvviso creato dalla presenza degli americani della Gulf Oil Company che cercavano “l’oro nero” nelle viscere argillose di Montefamoso.
Ricordo quel biennio in cui ci siamo illusi. Ci fu lavoro per tutti e, per la prima volta, i nostri contadini videro la busta-paga.
Con i salari arrivarono le radio e i giradischi e quindi la musica moderna, l’allegria, e le notizie di fatti lontani. Il petrolio attirò cantastorie, illusionisti e imbonitori di sogni e di colorate mercanzie.
Scene da “nuova frontiera” che presto svaniranno perché sotto Montefamoso non si trovò petrolio ma un fiume d’acqua amara.
Certo, fu solo un miraggio ma ci fece vivere la nostra porzione di felicità. 

2… Il cinema lo portò il signor Gianni Lo Cascio da Palermo.
Giunse un pomeriggio di settembre a bordo un camioncino, pluridecorato di madonne e cavalieri saraceni, che trasportava, stipata in cabina, una famigliola bionda e un ammasso di mobili, masserizie e una vespa grigia.
Erano il signor Gianni e la moglie Tanina e i loro due bambini: Armando, esile e un po’ introverso, e Franco, il suo contrario, paffutello ed espansivo.  
Stavamo giocando in piazza, a piedi nudi, con una palla di pezza e subito corremmo a curiosare intorno al camioncino dal quale scaricarono, per ultima, una cassa grande di faggio bianco che trattavano con molta cura come se contenesse la reliquia di un santo.
Per frenare la nostra invadente curiosità, il signor Gianni ci svelò l’arcano: nella cassa c’era il “cinema” ossia l’attrezzatura per impiantare il cinematografo.
“Vi abbiamo portato il cinema, la settima arte”- esclamò. “Una cosa mai vista a Giancaxio! ”.
Quanto tempo è passato! I giochi, gli amori, la gente, i volti, i nomi, i soprannomi, i paesi…tutto sbiadito, svanito. Solo immagini sfocate, figure incerte che identifichi da quel che sono stati.
Per me, i Lo Cascio sono il cinema e null’altro.
Soprattutto il signor Gianni, l’operatore, non riesco ad immaginarlo in altra veste. E’ l’uomo delle meraviglie, colui che ha portato il cinema a Giancaxio.
Oggi, quella sala, ricavata da un magazzino, non esiste più. E’ stata demolita, col resto della casa dove la famigliola prese alloggio, per creare un passaggio verso alcuni terreni edificabili altrimenti inaccessibili.
Uno sventramento che qualche buontempone del Comune ha osato chiamare via Empedocle.
Forse per stabilire una colleganza impropria col famoso “vallo” che il filosofo fece scavare sul contrafforte naturale di Akragas per far entrare il vento di tramontana e prosciugare le paludi, a valle, infestate dalla malaria. Nel nostro caso, è stato creato un corridoio spoglio attraverso cui, più che gente, passa il gelido vento di tramontana che, d’inverno, disturba il passeggio nella piazza principale.

3.. Eccoli, dunque, i due vecchietti del nostro cinema, quello delle grandi passioni d’amore, delle esilaranti risate delle pellicole di Totò e di Ridolini e degli indomiti cow boy, scendere a braccetto per questo budello di vetrine dove si riflettono i desideri insoddisfatti degli agrigentini.
Nonostante l’età avanzata, il signor Gianni è sempre lui. Smilzo e biondo nel fisico, cortese e composto nei modi e ben curato nel vestire: giacca e cravatta e pantaloni con la riga ben tirata, scarpe lucide come quei radi ciuffi di capelli impomatati.
Sul viso l’unica novità degna di nota è un paio d’occhiali chiari con la montatura in oro.
Queste poche pennellate credo che bastino per presentarvi il signor Gianni ovvero “l’uomo delle meraviglie”.
In quel borgo di braccianti poverissimi, prima del cinema non si era visto nulla di così eccitante.
A parte la gigantesca sonda, eretta dagli americani sulla cima di Montefamoso al centro
dell’immenso cratere, che poteva essere vista da luoghi lontani, specie di notte, quando bruciava la sua lingua di fuoco che accendeva in noi la speranza del progresso e della libertà.
Qualcuno la paragonò alla torre Eiffel che a Parigi attirava milioni di turisti e a Giancaxio avrebbe attirato migliaia di tecnici e di operai.
Quella torre era il nostro totem a cui chiedemmo un miracolo forse troppo impegnativo: fermare l’emigrazione e far rientrare i joppolesi sparsi per i continenti più remoti.
E così, senza volerlo, diventammo adoratori di nuovi idoli pagani e del fuoco eterno, simili a neoadepti della religione di Zarathustra.

4.. A quel tempo, a Joppolo, quasi si sconoscevano le forme del moderno spettacolo.
Si ricordavano i saltimbanchi e i teatranti vagabondi che, di tanto in tanto, venivano durante gli anni tristi della guerra.
Non erano vere compagnie ma famigliole d’artisti improvvisati e/o decaduti, disperati e affamati che scappavano dalle città bombardate a cercare rifugio nei miseri borghi dell’interno (che la guerra fortunatamente trascurava) dove barattavano le loro prestazioni per un tozzo di pane o per qualche uovo fresco.
Andava “forte” il vecchio varietà nel quale protagonista obbligata era la donna tuttofare ossia la moglie del titolare, di giorno madre professa e di notte attrice, cantante, ballerina di can can e assistente del maldestro marito-mago che non sempre riusciva ad incantare il pubblico.
Specie quando dal cilindro il coniglio non fuoriusciva. L’uomo la sgridava ma per finta, per giustificarsi agli occhi dell’irrequieto pubblico.
L’improvvido illusionista sapeva di non potere illudere nessuno giacché il coniglio se l’erano mangiato il giorno prima. Tanta era la fame!
Valletta e ballerina, talvolta, dopo lo spettacolo, si adattava a fare qualche altro indicibile servizio. Per arrotondare. Storie di antica miseria che la guerra aveva ingigantito.
L’unico canale di comunicazione, l’unico filo che collegava Joppolo con il mondo erano quei quattro o cinque apparecchi radio che gracchiavano nelle case di talune famiglie facoltose che, di fatto, detenevano il monopolio dell’informazione.
Chi possedeva una radio si atteggiava come padrone delle notizie che selezionava, manipolava, a suo piacimento, e centellinava nelle conversazioni al circolo, dal barbiere o nei crocicchi in piazza.
E nessuno l’avrebbe potuto smentire.
Il cavalier Amerigo restò famoso per aver saputo amministrare il suo “potere” mediatico con una dovizia davvero proverbiale, quasi che le notizie le fabbricasse lui.
Di tanto in tanto, giungeva anche un cantastorie con i suoi “lamenti” per le ingiustizie patite dal popolo silente. Solo lamenti e pianti. Niente progresso per i siciliani, ancor meno rivoluzione.
“Munnu ha statu e munnu è”, soleva ripetere l’arciprete che temeva qualsiasi turbamento o, peggio, mutamento delle coscienze dei suoi parrocchiani.
Con l’arrivo della democrazia e dell’inattesa libertà (il verbo è esatto, poiché democrazia e libertà arrivarono da fuori, non nacquero sul posto) vi fu un po’ di confusione anche nelle tradizioni.
Taluni cantastorie giunsero a scambiare i carnefici con le vittime.
Emblematico fu il caso del “lamento per la morte di Turiddu Giulianu” portato in giro dal bravo Cicciu Busacca che, forse involontariamente, contribuì ad accreditare, agli occhi dei contadini, la favola del brigante buono anche se a Portella aveva fatto strage di tanti di loro. 

5.. A Giancaxio, il cinema fu la vera rivoluzione, poiché rompeva la cappa opprimente d’ignoranza e di rassegnazione che, per secoli, aveva informato e nutrito la cosiddetta “cultura contadina”.
Una bella invenzione dei furbetti dei piani alti del potere che, sotto la scorza della cultura, brigavano, anche con le parole, con le tradizioni, per mantenere schiavi popoli interi.    
Il cinema sconquassava il vecchio mondo e ne apriva altri sconosciuti; faceva sognare, fantasticare, viaggiare, conoscere altre città, altra gente.
C’erano i cinegiornali che illustravano il fervore e i progressi della “ricostruzione” economica della nazione. E poi i colossal di guerra e di storia antica, le avventure di Zorro, di Tarzan.
Il cinema, non Cristoforo Colombo, ci fece scoprire l’America.
Soprattutto quella “bona” cioè gli Usa così detta per distinguerla dalle altre Americhe centro-meridionali, evidentemente non buone.
Le “americanate” (western, drammoni d’amore, le comiche di Stanlio e Ollio, i polizieschi) ambientate fra New York, Chicago e Los Angeles ci trasportavano in mondi nuovi, scintillanti verso i quali, da Giancaxio, molti erano partiti e altri erano pronti a partire.
Il signor Gianni proiettava quello che passava il convento ossia il distributore di Agrigento. La signora Tanina stava alla cassa. I prezzi dei biglietti oscillavano fra le 20 lire (adulti) e 10 (per donne e bambini). Alle donne era concesso lo sconto per incoraggiarne la frequentazione. Solitamente la sala era affollata soltanto da uomini adulti e rumorosi ragazzini.

6… Rare le donne che andavano al cinema (cinamu) e sempre in compagnia del marito o di altro intimo congiunto. Il giorno preferito era la domenica di prima serata nella quale il signor Gianni proponeva una pellicola rasserenante e divertente: una comica di Totò o un drammone strappalacrime con Rossano Brazzi, Amedeo Nazzari, Anna Magnani.
I film un po’ osé o di pura violenza li dava nei giorni feriali.
Il cinema era anche la scoperta della vamp cosciona, dei baci appassionati, dei tradimenti…
L’uomo di Giancaxio, gli stessi i ragazzini scoprivano così una donna nuova, bella, conturbante e disinibita che nemmeno in sogno potevano immaginare.
Sì, perché per manifestarsi anche i sogni hanno bisogno di un modello cui ispirarsi.
E nel nostro immaginario collettivo non esisteva un modello femminile così fascinoso ed attraente.
Dopo un’ora e mezza di proiezione, si usciva dalla sala con la testa confusa, in preda a un turbinio di ardori sessuali che non si sapeva come, e dove, andare a sfogare.
Il cinema, insomma, ci fece scoprire un altro universo femminile da cui si originò l’impietoso confronto fra le donne nostrane, modeste e litigiose, e le favolose bellezze di Hollywood e di Cinecittà che tanti dissidi ingenerò nelle famiglie.
Le mogli, sfatte dal lavoro e dalle privazioni, non capivano cosa stesse succedendo ai loro mariti, improvvisamente, divenuti esigenti e lamentosi.
Nei suoi infuocati sermoni, il prete indicò nel cinema la causa di tale scompiglio; quei palermitani avevano portato lo scandalo che minava la pace e l’unità delle famiglie.
Le afflitte donne che dal cinema erano escluse non potevano, anche a volerlo, imitare quelle vamp che turbavano i mariti, i quali, non trovando in casa la soluzione, ripresero la via del casino ora sostituito con i postriboli di via Gallo.

7... Nella tarda mattinata, il signor Gianni rientrava dal capoluogo, a bordo della sua “Vespa” grigio perla, con le “pizze” e la pubblicità.
Dopo pranzo, scendeva nella via, sorridente e speranzoso, per esporre sulla parete esterna della sala i manifesti (uno piccolo, l’altro formato “elefante”) inchiodati su due riquadri in faesite.
Noi attendavamo impazienti di apprendere per primi il titolo e il cast della nuova programmazione e un po’ fantasticare sulle foto che lasciavano intravedere le più belle avventure.
Potevamo farlo giacché noi, ragazzini delle elementari, eravamo il primo pubblico che sapeva leggere e un po’ anche scrivere.
Ogni sera un nuovo titolo. Solo il sabato e la domenica il signor Gianni proponeva la stessa pellicola; solitamente un colossal o un molto lacrimevole drammone che attiravano le famiglie al gran completo.
Ci premeva sapere i nomi del cast, soprattutto “u picciottu” (il protagonista maschile) e “a picciotta” (la protagonista femminile), per informarne i “grandi” al loro rientro dalla campagna.
La domanda era sempre uguale: “Chi cinamu fannu stasira? Cu ci travaglia?…”
Con il verbo “travagliari” i nostri contadini equiparavano il ruolo dei protagonisti di quelle scintillanti pellicole al loro lavoro ingrato e massacrante.
Il nome del “picciottu” era evidenziato sul manifesto a caratteri cubitali e con una foto, perciò era agevole individuarlo. Qualche problema insorgeva quando nel film c’era un co-protagonista.
Chiariva tutto il signor Gianni in persona il quale s' improvvisava critico cinematografico e ci propinava, nella sua gradevole parlata palermitana, commenti sempre positivi ed invitanti:
“Una cannonata, ragazzi! Ditelo a casa, mi raccomando!”
A quei tempi, nonostante fosse stata sperimentata la terrificante bomba atomica, era ancora il cannone l’arma più potente. E, dunque, cannonate a destra e a manca.

8... Tiravano assai i film di guerra, di battaglie memorabili e crudeli, di stragi fra bande di gangster, di pistoleri, di pugni e ossa spezzate. Insomma, sangue a fiumi e prepotenze a volontà per le nostri menti sgomenti e divertite.
Le “sparatine” divennero così familiari che la gente scambiò per western l’unica sparatoria (vera) svoltasi nella piazza del paese. C’era un uomo a terra crivellato, ma tutti pensarono all’intrepido John Wayne, ai “coiboi” del signor Lo Cascio.
Alcuni attori interpretavano ruoli fissi pertanto era facile prevederne le azioni e gli esiti.
Amedeo Nazzari era sempre l’eroe positivo, Paul Muller quasi sempre l’odiato “traditore”.
Sì, perché nel film ci dovevano essere, e quasi sempre c’erano, uno o più eroi e un “traditore”, come nella vita reale o immaginata.
I personaggi del cinema entrarono nella nostra vita, nel nostro immaginario. Ognuno s’identificava con il suo attore preferito e ne imitava le gesta anche le più spericolate.
Si restava incantati davanti all’abilità del “picciottu” che scalava la ripida parete di un castello, di una roccia a strapiombo sul mare.
Nessuno ci aveva informato che nella rischiosa scena l’attore era sostituito da uno stuntman.
A furia d’imitare, nasceva l’atteggiamento. Si finiva per far parte di un catalogo umano che si definiva secondo i ruoli cinematografici prediletti.
Per indicare un giovane aitante, coraggioso si diceva “uno spadaccino di Francia, un moschettiere”; un uomo forzuto era “Ursus” o “Ercole”. E poi tanti “Carnera”, “coboi”.
Rossano Brazzi, tombeur des femmes, era l’idolo da tutti amato e anche un po’ invidiato.
In genere, il film non finiva in sala, con quell’amaro “the end”, ma si replicava fuori, nei giorni seguenti. Le pellicole avevano, infatti, una coda che si allungava fin dentro le botteghe del sarto, del barbiere, del sellaio e così via. Nelle piovose serate d’inverno, in questi luoghi privilegiati della socialità si raccontava, si commentava il film della sera prima, a beneficio di quelli che non l’avevano veduto.
Chiodo scaccia chiodo. Così il cinema stava progressivamente sostituendo, anche dentro le botteghe artigiane, il ruolo dei poeti dialettali e degli affabulatori, le loro improvvisazioni e le schermaglie poetiche, i loro lenti racconti di guerra e d’emigrazione.
Un esercizio collaterale nel quale ognuno re-interpretava le sceneggiature secondo il suo personale temperamento, adattandole alle circostanze e all’uditorio.
Si enfatizzavano le azioni più cruente per impressionare, col sangue, le menti dei più semplici o le spacconate più stupide per suscitare ilarità.
Nelle scene d’amore scattava una sorta di autocensura. Per intrinseco pudore e per non scandalizzare i ragazzini.
Allo scabroso episodio solo un accenno, lasciando all’ascoltatore la facoltà d’interpretarlo, d’immaginarlo.
Le trame dei film più innocui erano raccontate anche in casa, ai piccoli e alle donne, usando tutti gli accorgimenti per non turbare le loro menti impreparate.
Insomma, la pellicola continuava a girare, a essere “proiettata” negli anfratti più reconditi del borgo. Così, i personaggi del cinema divennero popolari, noti anche a chi non li aveva mai visti recitare.
Nulla si sapeva dei sentimenti delle donne. Le poche che andavano al cinema non potevano esternarli in pubblico, poiché l’identificazione con un’attrice famosa le avrebbe bollate come donne di facili costumi. E addio matrimonio.       

9... Per tanti di noi, soprattutto ragazzini e giovani, il cinema era diventato un bisogno necessario, come il pane e l’acqua. Non volevamo perdere una pellicola. Ogni sera lo stesso problema: trovare le venti lire del biglietto o qualcosa di sostitutivo da barattare.
Facevamo salti mortali per racimolare la fatidica cifra, ma non sempre gli sforzi erano coronati dal successo.
Si piativa in casa presso le madri che, poverette, non potevano. Indi si andava dalle zie, dalle nonne e qualcosa si grattava.
In casi estremi, si ricorreva anche a vendite clandestine di prodotti sottratti dal magazzino familiare: un chilo di grano o di fave, una pettorinata di candido e morbido cotone.
L’assalto non risparmiava nemmeno la cucina dove, ogni tanto, spariva un pentolino di rame o d’alluminio che vendevamo, per poche lire, a mastru Caliddru, il rigattiere, che vivacchiava di questi miserabili commerci.
Talvolta, anche un uovo si poteva barattare per un biglietto d’entrata, però solo a proiezione iniziata.
La signora Tanina era severa, difficilmente s’inteneriva.
Dall’abbaino della proiezione, il signor Gianni osservava la scena con preoccupazione giacchè temeva che il rifiuto della moglie avrebbe indotto i suoi giovani clienti a riversarsi al cinema improvvisato e casto dell’oratorio.
Sì, perché il prete, temendo che i suoi parrocchiani, specie quelle ciurme di bambini, si avviassero sulla via della perdizione, aveva comprato, in quattro e quattr’otto, un proiettore e ogni sera dava un film delle Paoline.
L’entrata era gratis, per tutti quelli che frequentavano regolarmente il catechismo.
Nonostante la pelosa gratuità, pochi guardavano le pellicole dell’arciprete: troppo caste e noiose.
L’oratorio era dirimpetto al cinema del signor Gianni, a poco più di 50 metri.
Le due sale si fronteggiavano, si sfidavano all’ultimo spettatore.
Ogni sera, la stessa scena, la stessa attesa. Il prete si rodeva il fegato nel vedere quei ragazzini dietro la porta della “palermitana” che imploravano per farsi ammettere in quel postribolo.
Non aveva dubbi: il cinema è un’arte malefica, sovvertitrice che devia e corrompe la gioventù ed anche quegli zoticoni con i piedi incretati. Il cinema, con tutte quelle bagasce in celluloide, stava svuotando le chiese.
Prima di dare il via alla proiezione, il prete attendeva l’esito delle nostre trattative con la signora. Sperando che qualcuno, indignato, tornasse nella casa del Signore. Ma solo raramente questo accadeva.

10... D’altra parte, il signor Gianni, più tenero di cuore o forse più calcolatore della moglie, pensava che “Ogni lassatu è pirduto” e che conveniva prendere quel poco che i ragazzini offrivano.
“State boni e muti, ci parlo io con la signora”.
Quella, gelosa del suo ruolo, non amava che il marito s’intromettesse negli affari di cassa. Anche perché era convinta che con i suoi rifiuti avrebbe insegnato a quei piccoli villani le buone maniere, fra le quali quella di pagare il biglietto per intero.
La signora veniva dalla capitale e mal sopportava quella baraonda di petulanti dietro la porta. “Signù, signù mi fa trasiri cu deci liri? Dumani ci portu u restu. Signù mi fa trasiri cu du ova? Sono frischi, frischi, di stamatina.”
Ogni sera la stessa litania. Non ne poteva più e ci scaricava una sequela di colorite parolacce palermitane che, certo, non esaltava la sua signorilità.
Alla fine, quasi sempre, la porta si apriva e correvamo a sederci per terra, davanti le prime file.
Qualche volta, la cassiera s’impuntava e non ci ammetteva nella sala. Per noi, era questo il lato più triste del cinema. L’ultima speranza era affidata al sopraggiungere di un parente ritardatario, stracarico di pruviglia (cipria) e brillantina, che t’interrogava: “A tia chi fa ccà?”
Lo intuiva ma gli piaceva umiliarti per, poi, accoglierti fra le spire della sua magnanimità.
“Nenti, mi mancanu cincu liri”
“Veni ccà, veni cu mia ca ti fazzu trasiri”.
Correvi verso di lui, cogli occhi bassi come un cane bastonato, ma intimamente rinfrancato perché sapevi saresti entrato.
Poteva capitare, addirittura, che ti offrisse il biglietto interamente a sue spese e così ti restavano in saccoccia le lirette per una gassosa che vendeva Bastianazzu nell’intervallo.
Il film e la bibita, era questo il massimo binomio cui poteva aspirare un ragazzino.
Quando si restava fuori erano dolori, struggimenti.
Sentivi scorrere la pellicola, il suo fruscio tipico, le note della colonna sonora che filtravano da sotto il portone. Una sorta di supplizio degli esclusi. Non capivi perché non potevi esser dentro, con i tuoi amici già sotto il telone e con cogli occhi sbarrati.
Durante la proiezione, specie nelle prime file, avvenivano le cose più bizzarre.
Gli spettatori interagivano con le diverse scene.
C’era chi, atterrito, serrava gli occhi per non assistere al truce assassinio e pregava il vicino di avvisarlo quando il cadavere sarebbe sparito; chi si esaltava all’”arrivo dei nostri”, solitamente la cavalleria, e scoppiava in un urlo liberatorio più forte di quello degli assediati nel fortino; chi si lasciava trasportare dalla passione d’amore dei protagonisti e l’accompagnava con un movimento frenetico della mano…
C’erano anche quelli che, per protestare contro una soperchieria cinematografica, tiravano, all’urbina (da orbo), un fiotto di saliva contro gli spettatori che provocava le urla inferocite del malcapitato. Anche questo era il cinema, a Giancaxio. Una copia di quello che abbiamo visto in “Nuovo cinema Paradiso”, il bellissimo film di Giuseppe Tornatore. *

11... L’esercizio andava bene. La sala era quasi sempre piena. La famigliola del signor Lo Cascio crebbe di numero. I ragazzi presto s’integrarono a scuola e nel paese. Li vedevamo con una punta d’invidia perché non dovevano pagare il biglietto d’entrata e perché figli del “cinema” ossia del signor Gianni che per noi era il cinema in persona.
Qualche problema cominciò ad avvistarsi agli inizi degli anni ’60, con l’avvento della televisione che a Giancaxio fece il suo timido ingresso nelle case dei pochi benestanti e di qualche impiegato, che comprava a rate.
Chi non poteva permettersi un televisore andava dai parenti o dai vicini, dove si entrava senza biglietto e senza uova.
Soprattutto il sabato e la domenica sera c’erano sempre un programma di canzoni o uno sceneggiato che incatenava gli spettatori per mesi e mesi.
Per altro, i programmi della Tv erano rassicuranti per grandi e piccini. Non potevano esserci sgradite sorprese. Così, anche le donne poterono accedere allo spettacolo, furono ammesse alla platea televisiva. La Tv provocò una sorta di rivoluzione culturale di massa.  
Con la diffusione del televisore (anni ’70) per il cinema iniziarono i veri problemi, specie per le sale di campagna.
La crisi bussava alle porte. Tuttavia, il geometra Lari non udì il suo impeto, sommesso ma inesorabile, e decise di aprire un' altra sala giù al Castello.
Un “signor cinema”- si vantava Lari- a due piani: sotto un’ampia platea popolare con sedie di ferro fissate al pavimento per evitare che fossero usate come “corpi contundenti” durante le frequenti risse, e sopra una comoda tribuna, dotata di poltrone di legno, per le famiglie benestanti.
La pubblicità era eloquente e polemica: “Finalmente un vero cinema a Giancaxio: il cinema Castello. Spettacoli per grandi e piccini”
Il signor Gianni, indignato per quella pubblicità sleale e supponente, rispose con forti sconti e con una programmazione più vivace, talvolta, addirittura, osè.
La signora Tanina malediceva, da mattina a notte fonda, quel geometra e il prete che lo finanziava.
Fra i due locali si scatenò una spietata concorrenza, senza rendersi conto che il vero nemico comune era quella scatola magica che entrando nelle case stava svuotando le sale.
Nel giro di un paio d’anni, chiusero entrambi. Così finì la breve storia del “cinema” a Giancaxio.
Sono passati quasi sessant’anni e nessuno l’ha più resuscitato.
Per il signor Gianni fu un vero dramma: rimase senza lavoro e con una famiglia numerosa a carico.
Fu costretto a cambiare mestiere e ad abbandonare il paese, definitivamente. Solo la signora Tanina, che più lo disprezzava, vi è tornata. Da morta però. Perché ad Agrigento non si trovò per lei una confacente sepoltura.


*. A proposito del film del premio Oscar di Bagheria mi resta una piccola curiosità. Il paese non tanto immaginario (Palazzo Adriano) di Tornatore si chiama Giancaldo, mentre il nostro di chiama Giancaxio ed è l’unico, in Sicilia, che può vantare una quasi omonimia, una somiglianza che va ben oltre la comune radice. Differiscono, infatti, soltanto le tre lettere finali (xio e ldo).
Domanda: Tornatore ha inventato il suo Giancaldo partendo dal nome Giancaxio?
Ovviamente, qualunque dovesse essere la risposta, non cambierebbe nulla.
La mia è solo una curiosità di cittadino. 

di Agostino Spataro
   (15.04.2012)



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Pubblicato in Racconti

ROMA - “Fornero al cimitero”: video che mette in crisi la versione di Diliberto” -
Diliberto abbraccia una signora che indossa una t-shirt con stampato su lo slogan choc: Fornero al cimitero Lui: “Non l'ho vista” . Ma c'è un video...

Quando si è diffusa la foto che lo ritraeva con una signora che indossava la maglietta con la scritta “Fornero al cimitero” Oliviero Diliberto si è dissociato spiegando di non condividere la scritta e di non aver visto la maglietta perché “separato da una transenna”.

Diliberto e magliettaUn lungo video pubblicato su Youtube sembra però mostrare una realtà almeno in parte diversa: prima della foto, infatti, Diliberto parla per qualche minuto con la signora in questione e con altre donne che manifestano.

La conversazione dura diversi minuti, Diliberto è di fronte alla donna e la maglietta è in bella evidenza. Possibile che l’ex ministro della Giustizia non abbia visto nulla?


Per farsi un’idea basta guardare il video tra il minuto 10 e il minuto 15.
http://www.youtube.com/watch?v=ZmrwrwviGI8

(22 marzo 2012)   
Fonte: blitzquotidiano.it




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Pubblicato in Politica
Domenica, 27 Febbraio 2011 18:19

Essere Italiani

La rivista si chiama Nuovi Argomenti. Ma i nuovi argomenti, nell’ultimo numero scarseggiano. Non ce l’abbiamo con il titolo, che è un classico: Là dove il sì suona. Roba grossa: citazione, con refuso, del XXXIII canto dell’«Inferno». Ricordate? «Ahi Pisa, vituperio delle genti/ Del bel paese dove ’l sì suona». Il problema, sotto forma di minaccia, è il sottotitolo: 98 scrittori e 10 domande sull’essere italiani.
Ora, già essere italiani è un lavoro piuttosto impegnativo, ma sorbirsi 980 risposte... Nemmeno la buonanima di Mike Bongiorno o quella vecchia volpe di Renato Mannheimer potrebbero sopportarlo. Per la verità non sono proprio 980, qualcuno ne ha accorpate un po’ insieme, e qualche altro ha scelto il libero monologo, purtroppo non interiore. Le dieci domande, meno incalzanti di quelle della Repubblica a Berlusconi e del Giornale a Fini, sembrano tracce da tema per la maturità. Quindi ignoriamole, limitandoci alla prima e cogliamo fior da fiore dai relativi svolgimenti. Il quesito, nel 150º dell’Unità, è il seguente: «Lei si sente italiano? E, se sì, in che modo?».

Quel «se sì» suona, come direbbe persino padre Dante, fortemente retorico. E sapete che cosa s’inventa Luca Mastrantonio alla bisogna? Un colpo di genio che anticipa Cetto La Qualunque: parlando del luogocomunismo sugli italiani riflette: «in questo mio essere malgradamente italiano c’è la sua quintessenza». Il corsivo è nostro, perbaccamente. Il senso di colpa per essere e sentirsi italiani aleggia in molti. Per esempio in Michela Murgia, la quale si considera tale «per convenzione». È la sarditudine che affiora? E allora, benedetta ragazza, perché non declinare l’invito? E se Walter Pedullà, con fatalismo tipicamente meridionale, «prende atto» di esserlo, Gianni Riotta, meridionale ma anche molto internazionale (non soltanto per tifo calcistico), come tiene a sottolineare dicendo che i suoi figli sono nati a New York e cittadini americani, sentenzia: «Mi sento italiano perché lo sono». Tanto ci basti. Se è per questo, a New York è nato anche l’Alain Elkann che ci fornisce, in mezza riga, due notizione: «Perché sono un romanziere che scrive in italiano».

Su al nord, nel senso di nord Italia, non di nord America, la biellese Silvia Avallone, come tutte le belle donne, si fa desiderare e, rispetto ai «paesaggi» e «gesti di questo paese» mantiene un distacco che qualche malpensante potrebbe interpretare come puzza sotto il naso: «Preferisco guardarli da una posizione laterale, intrattenerci un rapporto non esclusivo». E il reggiano Marco Belpoliti, il quale a dispetto del cognome è molto meno bello della Silvia (fra l’altro eletta Miss «Strega» 2010) fa il misterioso: «mi sento italiano con un’identità varia e differente». Cos’avrà voluto dire?
Forse è meglio saltare su un Frecciarossa e andare a Roma, dove una Miss di qualche anno fa, Luciana Castellina, preferisce rimanere sul pratico, regalandoci una piacevole immagine, allo stesso tempo domestica e ammiccante: «Mi sento italiana per via della storia, del cibo, degli odori, del clima, del modo di rifare i letti». Il corsivo è ancora nostro, sensualmente. A proposito di amore, fatto a letto o pensato a tavolino, sempre dalla capitale Andrea Cortellessa cede allo spleen: «Anch’io amo l’Italia, malgrado tutto (cfr. Mastrantonio, ndr). Ma so che non è un amore “giusto” (se mai l’amore lo è)».

Spunta una lacrima anche sul ciglio di Elena Stancanelli, fiorentina. La signora confessa di sentirsi italiana quando vede la cerimonia della consegna degli Oscar in cui la madrina Sophia Loren grida «Roberto!», ovviamente Benigni. «Voglio dire: tutte le volte che la rivedo piango. Mi sono chiesta spesso cosa volesse dire». Adesso ce lo possiamo chiedere anche noi. Con Antonio Scurati, poi, la tristezza sale di tono, assurgendo alle vette del pessimismo cosmico. Con quelli della sua generazione, afferma, «ci sentiamo italiani ogniqualvolta avvertiamo l’ala del declino battere su di noi». Tocchiamo ferro e rifugiamoci presso Erri De Luca. Da buon napoletano, per trarsi d’impaccio sventola l’arte d’arrangiarsi, un classico in salsa tricolore: «mi considero un residente in italiano», cioè uno che abita la lingua italiana. Ben detto. Al contrario, il sabaudo Massimo Gramellini rigira la frittata da par suo: «In Italia mi sento straniero. Mi sento italiano quando sono all’estero». Quindi la risposta sarebbe un «nì», oppure un «so», voce del verbo sapere...

Sia concesso a chi scrive chiudere, italianamente, con la mozione degli affetti. Il decano del gruppo, Luca Canali (fra l’altro l’interpellato che occupa meno righe di tutti), risponde: «Neutro, una sensazione puramente percettiva. Sento che non saprei vivere altrove, ma solo a Roma». E Aurelio Picca, poco distante, a Velletri: «Avverto che nelle vene mi scorre la gentilezza italiana». Il corsivo, questa volta, è suo, piccamente. Ciao professore, e ciao Aurè, state sereni e non badate al «vituperio delle genti».

di Daniele Abbiati
(27.02.2011)
Fonte: ilgiornale.it
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Pubblicato in Cultura
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