“Frammenti ossei “ antologia di Poesia. Autori: Warner Ed - Ferrante Zairo - Giordano Anna Utopia - Marcuccio Emanuele - Assiri Alessandro - Campi Giovanni - Bolla Giorgio - Bramanti Carlo - Buscemi Antonia - Cattani Rusich Daniela - Contiliano Antonino - Dall’Armellina Emma Vittoria F. - Pianta Maria Cristina - Biccai Teresa Anna - Bozzi Gianfranco - Catagnoli Leonardo - Di Grazia Angela - Dondi Matteo - Gattoni Lorenzo - Iasiello Stella - Melandri Paolo - Lo Passo Angela - Pazzi Matteo - Campi Enzo - Cecchini Giancarlo - Di Spigno Stelvio - Golinelli Luigi - Kraushaar Emanuele - Lentini Alfonso - Mosconi Beppe - Passini Guido - Santoro Daniele - Troisio Luciano - Fornasari Umberto - Frene Giovanna - Hoxhvogli Idolo - Mercurio Paride - Squatriti Fausta - Bigon Luigina - Coen Sacerdotti Stefania - Magnanti Ugo - Monreale Daniela - Sensini Francesca Irene - Ramberti Alessandro - Toccaceli Fausto - Adernò Sebastiano - Burgazzi Riccardo - De Angelis Carla - Gullì Bruno - Palladini Marco - Catalano Giovanni - Granatelli Giovanni - Rienzi Alfredo - Tiraboschi Simone Matteo - Bianchi Gabriella - Di Giovanni Antonino - Ladolfi Giuliano - Pozzoni Ivan.
Prefazione - La parola memorabile - All’ Antologia “Frammenti Ossei “ a cura di Ivan Pozzoni - Ed. Limina Mentis, 2011 -
L’antologia è uno strumento che presuppone un’intenzione aggregante di elementi diversi in un unico corpo. Il termine, derivante dal greco, contiene in sé la parola ‘fiori’ (ànthos) e il verbo ‘scegliere’, ‘raccogliere’ (légo); un termine, dunque, che sta ad indicare la selezione di elementi disparati per colore, forma e specie, in un unico mazzo che mantenga una sua unità estetica e di funzione.
Il florilegio, che è l’esatta traduzione latina della parola ‘antologia’, prende il meglio, il fiore che sboccia in cima alla pianta in mezzo all’anonimato di tante foglie verdi tutte uguali.
Di fronte ad esso vi si chiede sempre quale sia lo scopo dell’antologizzatore, cosa voglia ottenere, quale sia il mazzo di fiori che voglia porgere al pubblico, cosa abbia in mente di dimostrare, o semplicemente di mostrare, alla platea dei lettori. In ogni antologia vi è insomma un principio di necessità che fa stare in piedi il manufatto letterario come il tavolo sulle sue quattro gambe. Tale elemento può essere un aggregante, ad esempio una poetica comune o, in sua assenza e come più volte accaduto negli ultimi anni, un’appartenenza generazionale o geografica, che, a pensarci, bene, ha poco a che vedere con aspetti propriamente letterari.
L’aggregante può essere il suo contrario, una forza centrifuga, frammentante che ha in sé la capacità di trattenere ed esprimere un mondo. È il caso dell’antologia che il lettore ha fra le mani: “Frammenti ossei” ha infatti nella polverizzazione della meccanica poetica il suo aspetto saliente, la sua ragione d’esistere.Alfonso Berardinelli nel licenziare la seconda edizione dell’antologia “Il pubblico della poesia”, pubblicata per la prima volta nel 1975, notava una frattura sostanziale fra editori, critici e pubblico. Le conseguenze apparivano al critico sorprendenti: «a vedere le collane di poesia dei maggiori editori italiani si può trovare di tutto: i nomi dei poeti effettivamente migliori si trovano accanto a quelli di autori che non si capisce neppure perché siano stati pubblicati e da quale mai genere di lettori possano essere letti». Berardinelli individuava negli anni Settanta (nel 1975 viene assassinato Pierpaolo Pasolini e Eugenio Montale, il poeta della parola negativa, vince il Nobel) la rottura del patto tra autori e pubblico, tra poeti e società, non solo letteraria. Se pur in modo non unanime, la critica si è più volte soffermata sulla frammentazione e sullo spaesamento delle generazioni dei poeti successive a quella degli autori nati negli anni Cinquanta, autori che hanno esordito verso la fine degli anni Settanta, ai quali appartengono, per intenderci, Maurizio Cucchi (esordisce con “Il disperso” nel 1976), Milo De Angelis (esordisce con “Somiglianze” nel 1976) e Valerio Magrelli (esordisce con “Ora serrata retinae” nel 1980).
Le generazioni successive, siano esse ‘sommerse’ (i poeti nati negli anni Sessanta), siano invece ‘decisive’, per usare le parole di Giuliano Ladolfi per i poeti nati negli anni Settanta, attraverso tentativi aggreganti riusciti proprio in antologia a partire dal 1999 (“L’opera comune” ed. Atelier), soffrono di una fatturazione e una dispersione che non è espressione semplicemente di una ‘sommersione’ di tipo editoriale e conseguentemente culturale. Vi è in sostanza una frammentarietà che, per usare le parole del curatore della presente antologia, Ivan Pozzoni, è «fragilità dell’atto scrittorio, l’impossibilità di dare un senso, globale, e durevole, all’esistenza e alla scrittura, che non sia un senso meramente istantaneo (cioè vicino solo a se stesso, motivo di se stesso); e, oltre all’impossibilità, l’infruttuosità di un tentativo di dare all’arte un senso slegato dall’istante (in-stare), da ciascun incombente momento della vita di ciascuno».
All’atto poetico è sottratta la capacità di nominare il reale cogliendolo nella sua complessità, semplificandone allo stesso tempo le categorie emozionali. Manca la capacità di instaurare relazioni durature con la ‘res extensa’ e fra questa e chi legge, rompendo conseguentemente il patto di fiducia fra autore e pubblico; ciò avviene in quanto la poesia, soggetta alle immani pressioni dei linguaggi mediatici, tende a uniformarvisi, de-territorializzandosi per abitare il territorio globale dell’informazione (e dell’informatica), funzionale allo sviluppo sistema del emporiocratico (si vedano in tal senso le riflessioni di un critico acuto come Giorgio Linguaglossa in “La nuova Poesia Modernista Italiana”, Edizioni Edilet, e il successivo dibattito condotto sul sito internet di Lietocolle). Ai concetti di poetica e scuola poetica, si sostituiscono quelli di replica e serializzazione del fatto letterario, con la conseguenza che tutto è epigonismo di epigonismo, frammento di frammento, di un’ossatura – per riprendere il titolo del presente testo – implosa al contatto con la velocità della comunicazione.
La poesia assume un linguaggio e una riproducibilità di movenze e sentimenti che l’avvicina alla durata di un post su Facebook. La sua crisi è determinata dal paradosso di una lentezza connaturata alla meditazione poetica e ai successivi processi dell’editoria su carta che si scontrano con una velocità propria del mondo globale nel quale si serializza. Si finisce per avere migliaia di pagine più o meno tutte uguali e tutte ottime e sopra la media (di una media che in realtà è molto bassa), che appartengono a libri che durano nella mente e nel cuore di chi legge, così come negli scaffali della librerie o fra le pagine di riviste e web magazine, lo spazio di pochi mesi e settimane, per essere subito sostituite da altre pagine di versi altrettanto ottime e altrettanto uguali.
La poesia brucia se stessa nell’atto della sua fissazione, si apre e si chiude come un otturatore, mostrando solo un fotogramma, del tutto analogo al successivo, di un flusso il cui senso complessivo, umano e esistenziale, tuttavia tende a sfuggire. Se la poesia è per il poeta una “impalcatura esistenziale (ossa)”, per usare le parole di Pozzoni, è chiara la sua fragilità, il suo fratturarsi e sfaldarsi in un senso comune e tragicamente indistinto, espressione di una «sterminata ‘middle class’ terziarizzata» (Manuel Cohen) e connessa attraverso le reti (virtualmente) sociali del web. “Frammenti ossei” ha la pretesa di voler rappresentare con lucidità e ricerca critica tali processi di fratturazione; non si inganni, però, il lettore che voglia trovare nelle parole di cui sopra la statuizione dell’impossibilità di andare per i campi della poesia e raccogliere i fiori migliori. Serialità e frammentazione non escludono – ma al contrario pretendono - la possibilità di percorsi individuali e collettivi di ricerca, proponendo mezzi di contrasto per penetrare con i raggi x della poesia dentro le viscere dello spirito. Insomma l’antologia è lo strumento attraverso il quale si aggregano elementi dotati di valore; corrisponde ciò a un atto critico che va in direzione ostinata e contraria rispetto alle serializzazione e omogeneizzazione di cui sopra; opponendo alla frammentazione (esistenziale e letteraria) il collante di una durevolezza nel tempo.
Ricorda Pozzoni in proposito: «per sottrarre l’idea di istantaneità (frammentarietà) dell’arte ad un’ideologia consumistica dell’arte stessa, ho cercato di usare come correttivo l’intuizione dell’epigraficità, propria dell’arte aedica, o trobadorica, slegata a qualsiasi riferimento al nome dell’autore. L’arte non deve essere forma di consumo istantaneo, non deve essere forma di consumo, strumento di narcisismo; ciò ho cercato di rappresentare scompaginando nomi e testi, in una sorta di de contestualizzazione del massimo di contestualità (decontestualismo contestualista)». Nell’antologia “Frammenti ossei”, testi e note biografiche degli autori e autrici non seguono un criterio di consequenzialità, vengono invece ‘scompaginati’ dal curatore.
Lo scopo è chiaro: mirare al testo, al suo valore letterario e umano e solo a quello. Manca un indice, rappresentando graficamente ed editorialmente quella frammentarietà di cui sopra, come un ossario nel quale le ossa non siano più composte in individui. Si tratta di immagini improvvise, bagliori, graffi e graffiti rupestri, epigrafi incise sul marmo nelle quali il tempo abbia reso illeggibili i nomi dei dedicatarii. Vengono subito in mente gli esperimenti condotti da Luciano Troisio e Cesare Ruffato nelle antologie “Folia sine nomine” (1981) e “Folia sine nomine secunda” (2005). Queste pubblicazioni contengono poesie senza l’indicazione dell’autore, un’antologia semi anonima dunque, considerando che a fine libro è presente la lista completa dei poeti, più o meno noti, senza però testo associato.
Il gioco, per il lettore, consiste nel fare le corrette associazioni, nello scovare gli autori basandosi esclusivamente sulla determinatezza della voce, dello stile dei testi proposti, portando avanti un ricerca e una riflessione sull’autorialità (Troisio aveva condotto un altro esperimento sull’argomento con l’antologia “By logos esproprio trans poetico” del 1979) che si basi esclusivamente sul valore intrinseco del testo. Pozzoni non sembra voler giocare, né arriva all’estremo di un’antologia completamente anonima, di certo mira, come afferma lui stesso, ad una «epigraficità, intesa come svalutazione del nome, usata come massimo rimedio contro ogni caduta consumistico / narcisistica di una visione della scrittura come fotografia dell’istante.
Esiste un teatro (storia minima, frammenti di esistenze) coi riflettori delle ribalte bruciati». In questo teatro, che non è show televisivo né rutilante schermata di un social network, la poesia è atto che rimane e incide, si fa sentire, produce eco che riverbera nel tempo; la poesia diventa cosa memorabile, degna cioè di essere ricordata al di sopra e al di là di un assordante rumore di fondo, ed è di questa memorabilità, che il lettore andrà a leggere nei testi che seguono, che abbiamo estremo bisogno.
Prefazione di Luca Benassi
Frammenti ossei
AA.VV - Poesia - Antologia
A cura di Ivan Pozzoni
Ed. Limina Mentis - 2011
Pag. 100 . Euro 15,00
ISBN 978-88 - 95881 -36-2
Fax 039/8942700 / Cell 333/6303996
www.liminamentis.it






























































