Domenica, 23 Novembre 2014

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Scalabrino anima sicula

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Marco Scalabrino Marco Scalabrino
Ritorno con piacere sulla poesia di Marco Scalabrino, al suo dialetto/lingua, connotazione della connotazione, ovvero sintesi di percezioni, sincretismi di culture, sinestesie di colori e suoni. Basterebbe già questo, forse, per delineare il carattere di una buona poesia, ma Marco è anche poeta felicemente classico, è sufficiente leggere qualche verso per rendersene conto.

Qui c'è suono ed espressione del dialetto (ma questo termine forse è improprio o fuorviante, se qualcuno lo intendesse come subculturale), o dialetto come luogo la cui "familiarità" esprime meglio l'idioletto (cioè l'insieme dei costumi linguistici del singolo), gli imprinting culturali, i modi di un io più profondo, ed anche forse l'adesione alla realtà, il ritorno alla lingua materna e quel che di "regressivo" a cui alludeva nei suoi studi Pasolini. Qui ci sono richiami anche antichi, in cui le parole si riavvicinano alla concretezza delle cose, all'intima essenza delle cose, degli oggetti, della natura, e soprattutto ai legami di significati quasi ontologici che essi assumono per l'uomo. Scrivevo infatti nell'altro post dedicato a questo poeta (v.QUI): "Scalabrino appartiene in fondo a una cultura in cui l'espressione verbale è insieme rarefatta e polisemica, poche parole ma buone, di un certo speso specifico", in altre parole un mondo in cui leggerezza e consistenza della parola coesistono felicemente.

Il poeta ne è perfettamente consapevole, come si conviene. Scrive infatti in una nota: "Come si può osservare, occorrono molte più parole per commentare una poesia che per scriverla. E nondimeno ben altre considerazioni – più strettamente legate al linguaggio (l’aspetto individuale e creativo, “l’atto di volontà e di intelligenza” che Ferdinand De Saussure definì parole) – potremmo ancora cavarne: sulla essenzialità della parola, sul dissolvimento dell’aggettivazione, sull’assenza dei verbi coniugati ai modi finiti, eccetera eccetera". Elementi questi ultimi che si appropriano e rendono omaggio anche a modalità ermetiche della grande tradizione poetica novecentesca (e a volte ne fanno calco), ma l'occhio qui è fondamentalmente attratto, a mio avviso, da una tradizione diversa o se volete più lontana, tanto che si rinvengono a tratti echi dei lirici greci o qualche nuga dei poetae novi.

Il meglio di sé Scalabrino lo dà quando riesce (come spesso fa) a svincolarsi dalla "devozione" culturale verso il dialetto e dall'innamoramento della parola/suono, cioè dal mezzo, e rimedita e sviluppa il contenuto, sia esso una incantata visione della natura, un innamoramento o una sommessa denuncia sociale. E' in questi caratteri, e nell'equilibrio tra suoni e significati, che da sempre si è espressa al meglio la poesia dialettale, quella per intenderci che va da Pierro, Giotti, Marin, Loi, Tessa, Buttitta, Guerra, Baldini, Noventa e molti altri, fino a Pasolini e Zanzotto.

di Giacomo Cerrai
 

ASCHI e MARAVIGGHI di SICILIA

Pi nascita, dirittu, cardacia
di li radichi a la storia
st’ammàttitu m’apparteni.
Sulu tri pilastri
ncucciati cu puzzulana d’amuri
e tennu ‘n pedi un munnu.

Un jornu
russu sulu nna lu me calannariu
un ancilu
paratu ad arti a l’amu di li stiddi
m’addiccò
fu na vota e pi sempri
a li soi ali.

Successi.
E siddu nun fu spassu
preju ogni novu mercuri
pi ssu miraculu
e aspettu.
Zoccu autru pozzu fari?

Ammuttanu li staciuni
cu soli di coriu sempri novu
e allonganu, a botta a botta
la prucissioni di judici
manetti, tabbuti.

Ju zeru
ju laparderi
ju senza travagghiu
ju bucatu
ju sucasimula
ju l’Aids a tagghiu
ju mafiusu
ju cascittuni
ju nuddu spiragghiu
ju ... nun lentu mai di bistimiari.

Autri a spassu.
Stu jornu macari.
Ssa frevi ammartuca li mei carni
e mancu un ponti
luci
pi sbraccari.

Mastru Lunniri, scattusu
addimura
e attocca a mia
nun pozzu fujiri.

Matri
sapi d’addauru, zorba, marvasia
lu ciuri spajulatu a la to sciara
e lu ciauru
di li naschi, lu sangu, lu senziu
nun si lava chiù.

 

FRAMMENTI e MERAVIGLIE di SICILIA

Per nascita, diritto, batticuore
dalle radici alla storia
questa combinazione mi appartiene.
Solo tre pilastri
saldati con pozzolana d’amore
e reggono il mondo.

Un giorno
festivo solo nel mio calendario
un angelo
spedito in avamposto dal cielo
mi avvinghiò
anima e corpo,
alle sue ali.

E’ accaduto.
E se non è stata burla
prego ogni nuovo mercoledì
ché questo miracolo si ripeta
e aspetto.

Cosa altro potrei fare?

Si susseguono le stagioni
con suole di cuoio sempre nuovo
e allungano una botta dopo l’altra
la processione di giudici
manette, casse da morto.

Io nullità
io parassita
io disoccupato
io a rischio Aids
io cicisbeo
io drogato
io mafioso
io delatore
io disperato
io ... non smetto mai di bestemmiare.

Anche oggi
qualcuno perderà il lavoro.
Questa febbre fiacca le mie membra
e non un solo ponte
s’intravede
per superarla.

Mastro Lunedì, dispettoso
s’attarda
e spetta a me
non ho scampo.

Madre
sa di alloro, sorba, malvasia
il fiore scaturito dal tuo rovo
e il suo profumo
nelle narici, nel sangue, nei sensi
persisterà in eterno.

Poesie di Marco Scalabrino 

  (04.08.2012)