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Venerdì, 18 Maggio 2012
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Leggi RazzialiTrento - Leggendo l’Adige pochi giorni fa, mi sono imbattuto nella lettera firmata da Luigi Sardi e dedicata al tema delle leggi razziali italiane in èra fascista (“L’infamia delle leggi razziali” , L’Adige 21.01.) . Durante la lettura, mi sono ricordato di un’affermazione del principe Carlo d’Inghilterra esternata nel corso di una conferenza tenutasi nel 1994 e riportata all’epoca, precisamente il 24 maggio, dal Wall Street Journal: “È politicamente corretto ciò che corrisponde alle stravaganti mode del momento”. 
L’imprecisione e la faziosità di vari punti della disamina presentata nel testo mi hanno infastidito: infondato, ad esempio, è sostenere l’esistenza di un presunto antisemitismo cattolico e non saper distinguere questo da quella che fu invece un’avversione cristiana teologica – non pratica, giacché approccio condannato dalla Chiesa - al giudaismo.

Questo, detto per inciso, rivela l’incapacità di distinguere l’aspetto razziale – il ‘semita’ – dal compendio di regole religiose giudaiche. Venendo alla missiva del Sig. Sardi, va precisato anzitutto che le leggi razziali del 1938 richiamavano e confermavano le precedenti norme del Regio Decreto n. 1731 del 1930, ovvero la Legge Falco, che a sua volta aggiornava la legge del 4 luglio 1857, n. 2325, la Legge Rattazzi.La Legge Falcovenne accolta dalle comunità ebraiche italiane con entusiasmo, tant’è vero che queste le dedicarono una medaglia commemorativa dedicato al Re e a Mussolini. 

Dopo l’8 settembre 1943, con il governo Badoglio, dette leggi non vennero abrogate: oggi esse risultano parzialmente in vigore; sino all’intesa del 27 febbraio 1987, esse disciplinarono la vita interna delle comunità ebraiche, così come il loro rapporto con lo Stato.

Turbamenti ricorrenti e attuali sono da ricondurre ad analisi storiche superficiali. Quanto a espedienti volti alla “preservazione della razza”, i re d’Italia e il Fascismo non sono stati originali: l’emancipazione degli ebrei aveva innescato un processo di allontanamento dai valori tradizionali, un distacco dalla vita comunitaria e dalla stessa pratica religiosa, cosa che si era concretizzata con l’aumento delle unioni miste e con varie conversioni.
Tale era la percepita gravità del fenomeno, che la stampa ebraica lanciò appelli contro i matrimoni misti. Nel 1910, l’avvocato Moisé Foà ne aveva persino richiesto l’abolizione per legge.
Queste le recenti dichiarazioni del National Committee for Furtherance of Jewish Education riportate dal New York Times: “I matrimoni misti sono un suicidio nazionale e personale. Il mezzo più sicuro per distruggere un popolo è farlo sposare al di fuori della sua fede... Uomini e donne sono certi di perdervi la loro identità […] L'esperienza accumulata in tremila anni, il ricco retaggio di un popolo […] sarà indegnamente annientato”.

È necessario aggiungere che quelle degli Alleati erano nazioni caratterizzate da politiche razziste. Fino al principio degli anni Sessanta, negli Stati Uniti esisteva l’apartheid, previsto dalla legge.
I Francesi hanno praticato lo sfruttamento umano sino a tempi non troppo remoti: si veda il trattamento riservato agli abitanti delle loro colonie, vittime dello schiavismo.
Non è poi possibile dimenticare il razzismo con il quale gli Inglesi hanno assoggettato determinati popoli nel corso del Novecento.
Una triade razzista in piena regola, al servizio della plutocrazia apolide-massonica, una triade demo(nio)cratica spesso servita e riverita da servi italici, rei di aver svenduto la sovranità e dignità italiana in cambio di privilegi personali temporanei.

In conclusione, auspico che le vicende storiche di volta in volta esaminate prendano in considerazione davvero tutti gli aspetti delle questioni trattate, evitandone una strumentalizzazione assai poco veritiera. 


di Emilio Giuliana
 (28.01.2012)

Immagine: www.museodellashoah.it

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