Lunedì, 01 Settembre 2014

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Grandi musei,logica economica

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Roma -"Maxxi esempio" -  L’Italia è uno dei più grandi contenitori culturali del mondo. Oltre a inorgoglirci, questo deve essere un dato capace di creare ricchezza, non di generare costi. Attenti a credere che l’arte e la cultura non debbano farsi contaminare dal mercato, perché così ragionando si cacciano i mercanti fuori dal tempio, con il risultato di ritrovarsi senza soldi e con il tempio che cade a pezzi. Chi abbia dubbi in materia faccia un giro a Pompei.
Umberto Croppi ha ragione: i grandi musei, nel mondo, si reggono anche grazie ai soldi pubblici. Ha talmente ragione che, come correttamente ricorda, in alcuni l’ingresso è gratis. Ma non è affatto gratis il passaggio, perché in molti di questi i visitatori lasciano, volontariamente, molti più soldi di quanti non ne costerebbe il biglietto, acquistando oggettistica e ricordi. Non so più quanti cappellini e magliette ho comprato in giro per musei, e me li hanno venduti per far quattrini, mica per diffondere la cultura.

L’amministrazione di un museo può essere diseconomica, nel senso di reggersi grazie alle sovvenzioni, ma ciò ha un senso solo se genera economie positive nell’intorno, altrimenti si tratta di fallimenti. Avere collezioni e mostre che attirano visitatori provenienti da lontano significa essere il volano di economie importanti, per il Paese e per la città. La domanda è: quanti visitatori sono arrivati, in Italia e a Roma, attirati dalle mostre del Maxxi? E la risposta non può essere, come incautamente è stata data, che ci sono 800 visitatori al giorno, perché se si tratta di gente che viene dal quartiere, per usufruire dei bellissimi spazi, il risultato è negativo. Come negativo è il bilancio culturale se il museo risulta noto più per l’edificio che lo contiene che per il contenuto esposto.

Sono stati gli amministratori del Maxxi a comunicare all’esterno, indignati, che finché c’erano più congrui contributi pubblici essi producevano avanzi di bilancio. Solo che se tali avanzi sono inferiori ai contributi ne deriva che erano i contributi ad essere avanzi. Una tesi autolesionista, sulla quale non insisterei oltre.

No, i musei non sono servizi pubblici e non possono essere allineati alla scuola, meno ancora agli ospedali o alle strade (ma che idea bislacca!). Sono beni pubblici, e pubbliche risorse anche quando sono privati. Proprio per questo devono essere amministrati secondo una logica economica e non autoreferenziale. Se s’imbocca quella via va a finire che s’amministra senza minimamente tenere conto dei risultati, anzi, spingendosi a credere che più si perde e più è alto il valore culturale. Tesi ardita.

Convengo con Croppi: non ha molto senso parlare del solo Maxxi, perché la questione riguarda tutto quanto il nostro patrimonio artistico e culturale. Ma proprio per questo è dissennato credere che siccome gli italiani sono nati nel posto (da questo punto di vista) più ricco del mondo ecco che devono pagarne il prezzo, accettando che dalle proprie tasse venga tolto un più considerevole ammontare da dedicargli. Ci si aspetterebbe l’opposto: la resa di tale patrimonio consente di vivere in un Paese che attira più ricchezza, consentendo di pagarne meno, di tasse. Tornando a Pompei: si potrebbe consentire a chiunque di entrare gratis, considerate le economie indotte da questo meraviglioso e impareggiabile patrimonio, solo che, invece, lo si tiene chiuso, è difficile raggiungerlo, non ci sono servizi e il sito è abbandonato alla civiltà dei visitatori. Fate entrare i mercanti nel tempio, chiamateli con urgenza, altrimenti cade tutto a pezzi e della purezza culturale resteranno solo le vergognose rovine.

Infine, colgo una singolare contraddizione, nelle parole di Croppi: se il museo è statale, come con forza sottolinea, se tutto compete allo Stato, se la fondazione cui è affidato pensava d’essere un’associazione di portieri, utile a chiuderlo e aprirlo, ma non a valorizzarlo, perché mai opporsi al commissariamento? La “proprietà”, come egli suggerisce, non fa che riappropriarsene, considerato che i gestori non sono stati capaci di presentare il bilancio preventivo. A me non sembra una bella soluzione, anzi: mi pare una sconfitta. Se gli sponsor fossero stati chiamati non a contribuire alle spese fisse, ma a mettere il proprio marchio su mostre di grande richiamo, guadagnandone in immagine, forse i conti e le cose avrebbero preso una piega diversa.
I mercanti finanziarono la gran parte del nostro patrimonio artistico. Magari per vanagloria. C’è molto da imparare, dalla nostra storia.
di Davide Giacalone

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Gentile direttore,
ipotesi di commissariamento del Maxxi circolata in questi giorni, che si fonderebbe sulla pretesa cattiva gestione da parte dei suoi amministratori, pone una questione che trascende il caso specifico, come giustamente sottolinea Davide Giacalone sulle colonne de Il Tempo.
La questione è quanto si debba spendere per istituzioni culturali pubbliche, quanto e come bisognerebbe coinvolgere i privati, chi dovrebbe gestire queste istituzioni.
La tesi che sostiene Giacalone è che la cultura deve camminare con le “proprie gambe”, che un museo come il Maxxi non può aspettare “sovvenzioni” governative e che non si spiega perché, se ha 800 visitatori al giorno, non riesce a trovare le risorse per autofinanziarsi.
Queste considerazioni e domande sono fondate su alcuni equivoci e su una leggenda che si va consolidando nel nostro Paese da qualche anno, cioè che le istituzioni culturali possano finanziarsi da sole o che i capitali privati possano sostituirsi a quelli pubblici.
Cominciamo sgombrando il terreno da un equivoco: il Maxxi non riceve sovvenzioni. Non è una istituzione privata che riceve contributi per sostenere il proprio business. Ce ne sono, in Italia e a Roma, che ricadono in questa fattispecie (e alcune di queste hanno più soldi pubblici dello stesso Maxxi) ma non è il nostro caso. Il museo di cui parliamo è interamente statale e quindi non prende sovvenzioni ma è totalmente a carico dello Stato. Non può essere diversamente e coloro che lo Stato incarica di gestirlo non hanno nessun obbligo di reperire altre risorse.

Altro equivoco: lo Stato italiano ha destinato al suo più importante museo per l’arte contemporanea 7 milioni nel 2010, 4 nel 2011, e ne prevede 2 (due) per il 2012. Per capire di cosa parliamo: allo Stato spagnolo il Reina Sofia di Madrid costa 42 milioni, il Prado venticinque; lo Stato Inglese investe nella Tate (dopo i tagli) cinquantacinque milioni di sterline, mentre la Francia impegna nel Louvre tra i 100 e i 110 milioni l’anno. Tanto per restare a Roma, la sola azienda speciale Palexpò (Palazzo Esposizioni e Scuderie del Quirinale) costa al Comune intorno ai 10 milioni l’anno (sono pochi ma se li fa bastare) e il Teatro dell’Opera 17; giusto per fare un paio di esempi.
Ma non esiste al mondo un solo museo che si regga sulle proprie economie, nessuno. Intanto alcuni dei più grandi sono ad ingresso gratuito (per esempio quelli inglesi) o quasi. Al citato Prado, metà dei tre milioni di visitatori entrano gratis. In ogni caso i costi per lo Stato variano tra il 70 e il 100%, con bilanci che vanno dai 50 ai 120 milioni.
erfino nel caso, spesso citato a vanvera, degli Stati Uniti, dove esistono una tradizione e un sistema fiscale che favoriscono investimenti privati, il pubblico interviene, eccome se interviene. Il Metropolitan di N.Y riceve 14 milioni di dollari l’anno dal comune. Persino il Moma, interamente privato, ha in corso lavori di ristrutturazione per i quali ha un contributo pubblico di 60 milioni.

La questione è che i musei non sono imprese ma servizi pubblici, fatti per essere visitati, non per produrre soldi (come la scuola è fatta per insegnare e gli ospedali per curare, i giardini per passeggiarci, le strade per essere percorse). In più, però, i museo producono effetti economici misurabili e misurati sull’economia generale. E nel caso Italiano costituiscono la risorsa maggiore di cui si dispone. Eppure lo Stato italiano investe in cultura meno della metà della media degli altri paesi europei e i comuni meno di un terzo.

Per quanto riguarda i privati, questi (in un regime di garanzie e benefici che noi ci sognamo) possono contribuire, non certo sostituirsi. Quando la Franciadecise di incrementare l’intervento di privati nel Louvre, tre anni fa, portò il contributo dello Stato dai 110 milioni dell’anno precedente a 140. Per avere più soldi privati bisogna investire più soldi pubblici, non il contrario.

Ora, tornando al Maxxi, si può discutere se fosse opportuno realizzarlo, se non vi fossero altre priorità ecc. quello che non si può dire è che non fosse chiaro allo Stato e ai cinque governi che si sono succeduti durante la sua realizzazione che si stava mettendo in pista una macchina che costa, a regime, molte decine di milioni di euro l’anno. Nonostante questo, il management incaricato di avviarne l’attività è riuscito a garantirgli lo standard richiesto ad una istituzione di quel livello pur disponendo di risorse ridicole; è stato capace di reperire risorse private pari a metà del bilancio. Ora si pensa di commissariare quella gestione perché evidenzia al proprio socio unico l’esigenza di disporre, per il prossimo triennio, di una cifra pari ad un quinto di quello che istituzioni di pari grado spendono in un anno (o in un semestre): 11 milioni di euro.

Dirò di più, si può anche discutere sugli indirizzi e la gestione artistica (tenendo comunque conto delle ristrettezze in cui si muovono) dei suoi direttori, ma se c’è una responsabilità economica questa resta tutta in capo al proprietario, cioè allo Stato, cioè al ministero, non a chi è stato chiamato a fare i salti mortali per tenere accesi i motori di una portaerei priva di carburante.
di Umberto Croppi



di Davide Giacalone
      (17.04.2012)
www.davidegiacalone 

www.bluarte.it