Giovedì, 20 Giugno 2013

Wine

Premiato Laccento 2011

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Mancano pochi giorni all’avvio di Salotti del Gusto Alta Badia, l’evento ca... Leggi tutto

Vescoli, ascolta il vino, il territorio

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Senso d’appartenenza, passione, tradizioni, lungo la Strada del Vino della ... Leggi tutto

Sulla Strada del Vino emerge la qualità

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Caldaro/ Kaltern (BZ) - Nel percorrere la Strada del Vino della Bassa ... Leggi tutto

Informazione

Guerra persa a quanto la ritirata

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Catanzaro -I Nobel per le scienze sono seri; quelli per la letteratura, già... Leggi tutto

Ah la sinistra del Bunga Bunga

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“Ride bene chi ride ultimo” significa che non bisogna mai fare il passo più... Leggi tutto

I disegni di legge del M5S

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Tutta la stampa locale e nazionale è impegnata a seguire la questione della... Leggi tutto

In Scena

L’Operetta al Castello

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Il Castello degli Ezzelini di Bassano del Grappa, nell'ambito della Rassegn... Leggi tutto

Arte Padova è già all’opera

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Padova - Lo staff organizzativo della NEF, coordinato da Nicola Rossi, Dire... Leggi tutto

Beethoven  nella Piazza San Carlo

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Torino - Con il “Festival Beethoven” Torino dedica una settimana - dal 24 a... Leggi tutto

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Martedì, 07 Maggio 2013 08:30

Emigrazioni, lasciamo le ideologie

Verona - Di problemi migratori non si parlava da due anni, dai tempi degli sbarchi massicci dal Nordafrica percosso dalle rivolte della «primavera araba». Ora il neo ministro Cécile Kyenge ha riaperto una discussione che non si sta sviluppando serenamente. Io eviterei le ideologizzazioni tipo «buonismo contro rigore» e starei ai fatti. Più il governo sarà pragmatico, più efficace sarà la sua azione.
La crisi economica ha profondamente modificato il fenomeno migratorio.
L’emergenza sbarchi è notevolmente ridimensionata rispetto a qualche anno fa, e così pure la presenza di clandestini. Viceversa va gestito un fenomeno più consistente rispetto al passato, cioè il numero di stranieri che si stabilizza in Italia. È in continua crescita il numero di persone per le quali il nostro Paese non è un punto di approdo temporaneo ma una terra dove vivere. Lo si deduce da una serie di indicatori statistici: aumentano infatti i ricongiungimenti familiari, i matrimoni misti, le iscrizioni scolastiche, le domande di cittadinanza, le rimesse verso l’estero.
I dati tuttavia non mostrano ancora un fenomeno che va in controtendenza: c’è una quota crescente di immigrati, soprattutto da Paesi comunitari (che quindi non sono clandestini ma hanno libertà di circolazione) che stanno ritornando nei Paesi d’origine. Soprattutto dal Nord Italia questa «emigrazione di ritorno» si sta facendo sentire. Meglio tornare a casa piuttosto che restare in un Paese in declino, senza lavoro, senza prospettive.
Voglio dire che,. I modelli culturali prevalenti in Europa (sintetizzando: l’assimilazionismo francese e il multiculturalismo relativista inglese) hanno mostrato i loro limiti, mentre si diffonde nei fatti quel «meticciato» di cui parlò per primo il cardinale Angelo Scola: una mescolanza di persone e culture che va gestita.
La gran parte degli immigrati presenti in Italia si è rivelata una risorsa per il Paese: pensiamo a quanti lavori svolgono nell’agricoltura, nell’edilizia, nei servizi alle persone, al reddito prodotto e alle tasse versate. Pensiamo al fatto che a Milano i signori Hu sono già più numerosi dei Brambilla (non ancora dei Rossi), che a Brescia il cognome più diffuso è Singh e a Prato, un tempo patria dei Gori, è Chen.
Stiamo ai fatti, dunque, non alle ideologie. L’immigrazione va affrontata con modi diversi dal recente passato. Ben venga il dibattito riaperto dal ministro. Ma anche lei, dottoressa Kyenge, che pure ha alle spalle una storia di sofferenza ma anche di successo, non ne faccia una questione di principio e affronti i problemi reali: diamo una mano, anche facilitando l’acquisizione della cittadinanza, a quanti hanno dimostrato di volersi integrare (e sono la grande maggioranza), senza dare segnali di cedimento sul fronte degli ingressi, della sicurezza e dell’ordine pubblico.

   di Stefano Filippi
  www.ilgiornale.it
   (07.05.2013)
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Sabato, 13 Aprile 2013 05:58

Casinò, in Italia il gioco è in crisi

Lecce - Siamo ancora una volta in presenza di un segnale del declino italiano che non sembra proprio fermarsi, certamente meno grave rispetto alla svendita e allo smantellamento di interi comparti industriali ma comunque sempre un segno della distruzione oramai avviata del nostro paese.
Federgioco, l'associazione di categoria che raggruppa le quattro case da gioco italiane Sanremo, Saint Vincent, Campione d'Italia e Venezia ha comunicato che nel corso del 2012 il totale degli incassi è crollato, rispetto all’anno precendente, del 18%, fermandosi a 332 milioni di euro. Inoltre il crollo degli incassi nei quattro casinò italiani nel primo trimestre del 2013 ha determinato la flessione complessiva rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente del -9,2%.
Il settore dei tavoli e quello delle slot, in particolare, ha evidenziato un decremento sostanzialmente omogeneo nell'ordine del 9%. Leggermente più contenuto il calo del segmento tavoli verdi che si attesta all'8,8% contro un decremento slot al 9,5%. A fronte di un incasso complessivo di 86 milioni e 140 mila euro nei primi tre mesi del 2012, l'incasso al netto del trimestre 2013 scende a 78 milioni e 227mila euro. I tavoli incassano 31 milioni e 280 mila euro nel 2013 contro i 34 milioni e 315 mila del 2012. Le slot passano da 51 milioni e 44mila euro a 46 milioni e 305 mila euro. Un crollo senza dubbio molto accentuato che può essere spiegato con varie ragioni tra cui la concorrenza dei casino online legali e degli altri giochi, la crisi e la normativa imposta dal governo che ha penalizzato molto i casino italiani rispetto ai concorrenti europei
È evidente per lo “Sportello dei Diritti”, che il problema di fondo, quello che davvero ha causato danni incalcolabili, è stato il restringimento ulteriore della normativa antiriciclaggio.
Il problema è che questa normativa è stata interpretata in maniera assolutamente restrittiva dal Governo Italiano: praticamente è impossibile cambiare contanti in fiches, il limite è molto basso: 1.000 euro anche se la norma, giusta e condivisibile, dell’Unione Europea consente di utilizzare il contante per giocate fino a 7.500 euro. E’ evidente che i ricchi italiani che frequentano i casinò, anche per paura di essere immediatamente schedati e magari segnalati all’Agenzia delle Entrate per un controllo punitivo, preferiscono fare qualche chilometro in più per recarsi nei paesi dei nostri competitor europei quali Austria, Svizzera, Slovenia o Francia dove questi limiti non esistono e possono giocare più tranquillamente.
In ogni caso non si vuole che i casino diventino un luogo privilegiato per il lavaggio di denaro sporco. Intanto il calo d'affari dei Casinò, ha decretato la perdita di decine di posti di lavoro. I dipendenti del Casinò di Campione d'Italia pur di salvarli sono disposti ad abbassarsi lo stipendio ponendo nello stesso tempo delle condizioni e cioè il taglio di tutte le spese superflue, e l'idea che se sacrifici si devono fare, è giusto che li facciano tutti.

di Giovanni D’AGATA
www.sportellodeidiritti.org
(13 aprile 2013)
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Mercoledì, 03 Aprile 2013 13:32

Renzi,serve credibilità istuzionale

Renzi: "In politica stiamo perdendo tempo"
Il sindaco di Firenze: "Le imprese sono sull’orlo della fine, il tempo è scaduto. Ormai bisogna prendere atto che la clessidra è agli sgoccioli. Serve credibilità politico istituzionale"

di Raffaello Binelli 

Matteo Renzi torna a farsi sentire. E stavolta non per andare da Maria De Filippi. Il sindaco-rottamatore, intervenuto al convegno per i 120 anni della Camera del lavoro di Firenze, si sofferma sullo stallo post elezioni: "Stiamo vivendo una situazione politico-istituzionale in cui stiamo perdendo tempo, e questo mentre il mondo ci chiede di correre a velocità doppia". 
È un vero e proprio grido d'allarme quello lanciato da Renzi: "Le imprese sono sull’orlo della fine, il tempo è scaduto. Ormai bisogna prendere atto che la clessidra è agli sgoccioli". E sferza tutti, da destra a sinistra: "Serve credibilità politico istituzionale, e risposte sui temi del lavoro, o rischiamo di perdere la strada per tornare a casa".

Renzi incalza la sinistra sottolineando che occorre mettere al centro delle politiche l’articolo 1 della Costituzione "anche in forme più dinamiche" perché "la Repubblica democratica fondata sul lavoro oggi rischia di essere affondata dalle rendite o bloccata dal lavorio di chi pensa di potersi permettere altri ritardi". Al convegno, a cui partecipa anche la leader della Cgil, Susanna Camusso, Renzi cita il tanto odiato "new labour". Lo dice con una punta d'ironia e di sarcasmo, visto che il blairismo non è stato proprio amatissimo da una parte della sinistra italiana. Eppure, ricorda Renzi, il new labour "aveva quella parola, lavoro, al centro del suo programma".
Per il primo cittadino di Firenze occorre "guardare al futuro non solo con gli occhi dei reduci e della nostalgia, ma anche con gli occhi dei pionieri".

Mentre saliva sul palco la moderatrice del sindacato ha scherzato con lui dicendo che dalla trasmissione "Amici" di Maria De Filippi, oggi Renzi è "tra i compagni e le compagne". Il sindaco ha accettato lo scherzo sottolineando come si era messo "il golfino alla Marchionne" e poi, nel corso del suo intervento, ha citato anche Mike Bongiorno: "Il tempo è scaduto come avrebbe detto Mike. Da Mike Bongiorno ad Amici - ha concluso sorridendo - i miei riferimenti culturali". 

 di Raffaello Binelli
www.ilgiornale.it
  (03/04/2013)
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Sabato, 02 Marzo 2013 12:43

Disoccupazione nell’Europa

La disoccupazione nell'UE sfiora il 12% mentre in Italia schizza al massimo storico. Livello record, +1,1% rispetto ad un anno fa

Lecce - Secondo l’istituto di statistica Eurostat la disoccupazione nei 17 paesi dell’Unione europea ha raggiunto un nuovo primato negativo, sicuramente la percentuale più elevata dall’introduzione della moneta unica. I senza lavoro rispetto alla popolazione attiva ha raggiunto l’11,9% mentre 19 milioni di persone erano senza lavoro alla fine di gennaio.
La situazione è grave in particolare in Grecia ed in Spagna dove la disoccupazione si situa attorno al 25%. In Italia il mercato del lavoro italiano, vede il tasso di disoccupazione schizzare al massimo storico. A gennaio, secondo i dati diffusi da Istat, la percentuale dei senza lavoro è salita all'11,7%. Un anno fa, il tasso di disoccupazione era al 9,6%. Da dicembre a gennaio in termini assoluti il numero dei disoccupati è salito di 110.000 unità, mentre, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, le persone prive di un impiego sono 554.000 in più.
Complessivamente i senza lavoro sfiorano i 3 milioni. In Germania e Austria non supera il 5%. Il fenomeno colpisce soprattutto i giovani sotto i 25 anni.
Per quanto riguarda il nostro Paese questi dati, per lo “Sportello dei Diritti”, mostrano l’insicurezza dello stato dell'economia italiana che, dopo un 2012 nero, si avvia verso un altro anno all'insegna della recessione.

di Giovanni D’AGATA
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    (2 marzo 2013)
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Sabato, 05 Gennaio 2013 10:39

Diritto di trasferimento

Lavoro e diritti. Ai sensi della legge 104 il dipendente pubblico ha diritto al trasferimento anche se non è il solo a poter assistere il familiare disabile. Anche per le forze di polizia, il requisito della continuità ed esclusività stabilito nella 104 risulta essere abrogato. Non è valida la circolare del Dap non aggiornata.

di Giovanni D’AGATA


Lecce - Un importante sentenza del Tar del Lazio la numero 10239/12 chiarisce il diritto al trasferimento per il lavoratore che assiste un familiare ammalato in applicazione della nota legge 104.
Secondo la decisone della sezione prima quater, l’impiegato pubblico deve essere trasferito in una sede di servizio vicina a casa dall’amministrazione anche se non è l’unica persona che può aiutare il familiare disabile. In tal senso, il requisito della continuità ed esclusività assistenziale posto dall’articolo 33 della legge 104/92 deve ritenersi abrogato dall’art. 24, comma 1, lett. b) della legge 183/10.

Nel caso di specie, è stato accolto il ricorso del dipendente dell’amministrazione penitenziaria contro il “no” al trasferimento richiesto dalla Calabria alla Campania ai sensi della legge 104 del 1992 per poter stare più vicino a un parente che ha gravi problemi di salute.
Per ciò che concerne la competenza del Tar Lazio rileva l’impugnazione della circolare del Dap.

Non vale il rifiuto opposto dall’amministrazione fondato sul mero rilievo dell’inapplicabilità dell’articolo 33 della legge 104/92, in quanto la norma non sarebbe applicabile nei casi in cui la prestazione assistenziale potrebbe essere svolta da altri parenti e affini entro il terzo grado.

È importante precisare rileva lo “Sportello dei Diritti” che secondo i giudici amministrativi l’applicazione della normativa è valida anche per gli appartenenti ai corpi di polizia, proprio in ragione dell’abrogazione del requisito della continuità ed esclusività assistenziale operata dalla novella introdotta con il citato art. 24, comma 1, lett. b) della legge 183/10 .

La conseguenza è sia l’annullamento del provvedimento di rigetto della domanda di trasferimento, sia della circolare del Dap, nella parte in cui non risulta aggiornata.

 di Giovanni D’AGATA
www.sportellodeidiritti.org
   ( 3 gennaio 2013)    

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Domenica, 02 Dicembre 2012 13:00

Ilva Decreto Taranto

“Ilva, la scelta obbligata”- Il Governo, l’estate scorsa, aveva mandato due ministri a Taranto (entrambi Corrado), tanto per rimanere in tema col destino binario e duale della città…

di Antonio V. Gelormini 
  
Bari - La soluzione o l’ipotesi “estrema” era nella logica delle cose e già ad agosto scorso, l’avevamo avanzata, esposta e motivata. Pian piano ha fatto breccia, ha raccolto riflessioni, critiche e consensi, e l’altra sera a Servizio Pubblico un insistente Michele Santoro è riuscito a strapparla anche al ministro Corrado Clini.

Oggi, la Repubblica la annuncia in apertura di prima pagina a caratteri cubitali: “L’Ilva a rischio esproprio”. Lo stesso ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, ne ha paventato il delinearsi: “Di fronte a provvedimenti non in linea” con gli obblighi del provvedimento del CdM, “è possibile che sarà varata la procedura di amministrazione controllata: i proprietari potrebbero perdere la proprietà dell’azienda”.

Il Governo, l’estate scorsa, aveva mandato due ministri a Taranto (entrambi Corrado), tanto per rimanere in tema col destino binario e duale della città (bifronte, due mari, due orizzonti…). In Prefettura, dopo avere incontrato tutte le parti in causa, avevano sostanzialmente recepito le indicazioni della magistratura, facendone “diktat portante” dell’autorizzazione governativa (Aia), che permetteva all’Ilva di lavorare.

“Se non le rispettano, dovranno chiudere”, era stato detto. Accendendo il disagio per il forte timore dell’ennesima mela avvelenata. Perché non c’era coerenza nella consecutio dell’azione. Perché se fosse stato fondato il sospetto (più volte avanzato in quei giorni di diffidenza diffusa) di progetti di delocalizzazione e affini, perseguiti dalla proprietà dell’Ilva, il dispositivo sembrava coniato per fornire l’appiglio giusto: a cui ancorare gli sforzi di una chiusura programmata.

Il danno prodotto, il paradosso del “bene comune Ilva” (fonte di vita-lavoro, ma anche di morte e tumori), gli ingenti ma non bastevoli milioni di euro profusi dallo Stato, per far fronte ai disastri provocati da una negligenza accertata (e Dio non voglia “consapevole”), richiedevano ben altro che “una pezza” in una Taranto provata, martoriata, mortificata e talvolta persino sbeffeggiata.

Col decreto “salva-Ilva”, o come è stato da altri definito “riaccendi-forni”, il salto di qualità viene effettuato col coraggio auspicato. Nei cinque punti approvati, di fronte alla eventuale ritrosia dei Riva all’investimento ambientale sanitario, sono previste sanzioni progressive fino “all’esproprio”.

Avevamo suggerito di dire e ribadire, con fermezza: “Se non le rispettano, l’Ilva la perdono”. Il ministro Passera lo ripete: “Se l’azienda non fa quello che l’Aia prevede, vedranno il bene depauperato fino a perderne il controllo”. L’articolo n. 3 al punto 3 specifica persino con quale strumento attivare la modalità dell’esproprio: “Amministrazione straordinaria”.

Tra i fumi aspri delle ciminiere torna a far capolino il piglio moderno della sana intraprendenza. E’ un filo debole, ma bisogna attaccarvisi con determinazione. A tutela dei lavoratori, della città e dell’interesse nazionale. Nonché quale ipotetico e parziale indennizzo dei danni irreparabili alla salute delle persone e delle famiglie coinvolte, all’ambiente locale e in generale, ed alle sorti della stessa economia del Paese. Lo meritano Taranto, la sua storia e la dignità antica dei suoi abitanti.

di Antonio V. Gelormini
   (01.12.2012)

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Lunedì, 19 Novembre 2012 07:30

Prima comincerei

Scuola, Sanità, Trasporti, i posti di lavoro prima di tutto.
No a tagli indiscriminati delle risorse, senza prospettive di crescita


Trento - In tempo di recessione la parola d’ordine sembra essere diventata una sola: “tagliare, tagliare, tagliare”. Nell’area meridionale dell’Europa sta prendendo corpo uno scontro sociale durissimo, lo sciopero europeo in molte città europee del 14 novembre, testimonia un disagio sociale crescente e difficile da arginare. I tagli indiscriminati delle risorse, senza prospettive di crescita per certi servizi come la scuola, la sanità, i trasporti potrebbero avere effetti devastanti, creando nuova disoccupazione, a fronte di una popolazione che invecchia, con salari erosi dall’inflazione che non garantiscono più il potere d’acquisto alle famiglie. Siamo consapevoli che le risorse anche in Trentino caleranno, ma in una terra di eccellenze come la nostra non bisogna fare l’errore della rincorsa ai tagli orizzontali..

La scuola rappresenta il futuro dei nostri figli, la fucina per cittadini consapevoli di domani e se fino ad ora in Trentino non abbiamo alti livelli di marginalità scolastica, lo dobbiamo al fatto che abbiamo investito in risorse umane. Prima di arrivare a tagliare posti di lavoro nella scuola e nei servizi basilari, comincerei a tagliare gli emolumenti degli eletti nelle comunità di Valle, che hanno già tutti un’occupazione, a eliminare i doppi incarichi nelle partecipate, provinciali, comunali. Comincerei a tagliare a sindaci, vicesindaci, assessori i gettoni di presenza percepiti negli enti funzionali, in aggiunta alle indennità di carica.
Comincerei a rivedere il gigantismo e i contributi a pioggia alla cooperazione, piuttosto che al turismo.
Comincerei a rinunciare ad un’ investimento come il polo scolastico di Piedicastello, dirottando i fondi sulla formazione e il personale della scuola. Ma rimanendo nell’ambito del bilancio per l’istruzione, non posso credere che non si possa risparmiare su costose pubblicazioni di enti di ricerca scolastica in questo momento ridondanti, sugli stipendi dei dirigenti e su altre piccole voci che compongono la spesa scolastica.
Perché sottrarre le ore della mensa ai docenti per darle ad una cooperativa?
Rinunciare a circa 300 posti di lavoro del comparto scuola per far lavorare i lavoratori delle cooperative può rappresentare un risparmio determinante?
Personalmente credo che il risparmio, quando si tratta di scuola non sia l’unico valore da prendere come parametro per valutare un servizio. Come non dovrebbe esserlo per sanità e trasporto pubblico, in quanto servizi sociali basilari per le fasce più deboli della popolazione.

Italia dei Valori sta raccogliendo le firme per ripristinare l’art. 18 cancellato dal Ministro Fornero e l’art. 8 massacrato dal governo Berlusconi sulla contrattazione aziendale e territoriale, perché a nostro avviso questa inarrestabile emorragia di posti di lavoro, creerà nuova povertà.

Il Trentino è una terra che nonostante il taglio di un 2,5% al bilancio provinciale può ancora garantire standard di qualità nei servizi. Allora con coscienza critica si rinunci agli sprechi, alle megalomanie, alle clientele, ma non ai servizi sociali primari, se vogliamo che la parola “Autonomia” abbia un senso. Altrimenti offriremo il fianco a chi tenterà di sottrarci questo bene comune prezioso, perché senza una qualità dei servizi adeguata, nulla ci distinguerà da molte altre regioni italiane a Statuto ordinario.
 
   di Salvatore Smeraglia
Segretario Regionale IDV Trentino
      (19.11.2012)

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Sabato, 13 Ottobre 2012 19:10

Il lavoro è un patrimonio universale

Manifestazione a Ravenna contro La CMC: Bazzoni e Galassini: “Le nostre idee poltiche sulle Coop rosse non impediscono di gridare tutto il nostro sdegno contro gli sciacalli del progresso e del lavoro che manifesteranno contro la CMC.

 
Ravenna- Assediata da una folla falsamente variopinta, proveniente da tutta Italia e anche dall’estero, strumentalizzata a nostro avviso dai “nemici internazionali” dell’Italia. Motivo di tanto interesse per Ravenna è una crociata contro la Cooperativa CMC ( la cooperativa muratori cementisti) considerata “devastatore della Terra”.

Manifestanti senza scrupoli che non esitano a far sfilare, in corteo, perfino i bambini. Nonostante tutto ciò che possiamo pensare del sistema cooperativo rosso, dell’intreccio malsano tra politica e cooperative nel nostro territorio, questo non ci impedisce di gridare che rispetto ai veri reazionari-arcobaleno-qualunquisti noi diamo tutta la nostra solidarietà alla CMC, non perché è una cooperativa antifascista come qualcuno ha scritto, connotando però perfettamente come il nodo stia tutto a sinistra come del resto la CMC, ma perché riteniamo che il lavoro, la dignità dei lavoratori, l’incolumità degli stessi, la libertà economica, il progresso fatto anche di infrastrutture siano un patrimonio universale da dover difendere con grande fermezza e serietà. Ci dispiace constatare come il Sindaco Matteucci non abbia avuto pesanti parole di condanna nei confronti di coloro che abbiamo chiamato reazionari-arcobaleno-qualunquisti, forse perché cosciente di come il nodo stia appunto tutto nella sua parte politica, a sinistra, in quella ipocrisia che vuole il partito democratico per le infrastrutture ma anche per l’ambiente, ma anche per il lavoro ma anche no per la TAV e contro la TAV.

Tanto accanimento contro il progresso e le infrastrutture, contro le aziende ed i lavoratori in un periodo di crisi come questo, ci fa pensare che a muovere e agitare questi reazionari-arcobaleno-qualunquisti ci sia la “cosca multinazionale” che vuole distruggere l’industria e l’economia italiana, non interessa se fatta di privati, aziende pubbliche o da cooperative come la CMC, quella “cosca” che magari si comprerà ai saldi dei saldi i migliori pezzi della nostra economia, magari smontandola e costituendo dei monopoli di mercato sulla pelle dei lavoratori italiani come già avvenuto, quella “cosca” che vuole minare il ruolo strategico dell’Italia punto di riferimento del Mediterraneo.

Ci dispiace che Matteucci non abbia ricordato che a Ravenna sono già stati distrutti l’ANIC, il gruppo Feruzzi, il nascente polo chimico progettato da Raul Gardini. Ora il gruppo CMC, col suo fatturato di 900 miloni di Euro, i suoi oltre settemila addetti, un indotto che da lavoro ad almeno 20 mila famiglie deve essere difeso dai cittadini di Ravenna senza esitazioni. Ogni ravennate deve isolare i facinorosi e manifestare la propria solidarietà ai lavoratori della CMC, nell’interesse della città e del Paese.

Noi difenderemo e saremo sempre dalla parte delle nostre aziende senza distinzione di ragione sociale e dei lavoratori italiani tanto più ora che siamo consapevoli che questa è l’ultima occasione per impedire che si ripeta la distruzione del nostro patrimonio industriale, nella totale indifferenza, come è successo in passato.

Esprimiamo inoltre tutto il nostro sostegno ed il nostro ringraziamento alle Forze dell’ordine chiamate a proteggere la nostra città che in altre occasioni sono state costrette ad arginare manifestanti poco pacifici e facinorosi con il volto coperto e le pietre in mano.

Gianguido Bazzoni Consigliere Regionale PDL Emilia-Romagna
Vincenzo Galassini Consigliere Provinciale PDL Ravenna

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Lunedì, 20 Agosto 2012 00:00

Ilva, messo una pezza

Bari - “Taranto, coraggio e determinazione”. Taranto tira un sospiro di sollievo. Non troppo forte, però, perché il rilassamento potrebbe risultare fatale. La missione dei due ministri, inviati dal Presidente Monti, ha stemperato gli animi, assicurato la continuità di produzione all’Ilva, e garantito che l’acciaio sarà d’ora in poi temprato nel rispetto delle risoluzioni indicate dal Gip. La nuova vestale del fuoco sacro, acceso dalla scintilla “Costituzionale” dell’art. 41: “Coniugare il diritto al lavoro con quello alla salute”.

Sarà bene soffermarsi un po’ di più sulla lungimiranza dei Padri Costituenti nella scelta del verbo “coniugare”, quale trait d’union tra due diritti primari. Ovvero “fondere” in una sola carne la dignità fondamentale data dal lavoro, posta a base dell’assetto repubblicano dello Stato, col diritto inalienabile alla salute di ciascun uomo, nella sua accezione nobile di “persona”, prim’ancora che nel lignaggio civico di cittadino.

La città “bi-valve”, la culla di una combinazione binaria fattasi essenza identitaria, usuale nella sua quotidianità; la città bifronte, affacciata sui suoi due Mari, abituata allo sguardo largo lungo i riverberi speculari di un doppio orizzonte, da tempo vive la frustrazione di un’evanescenza. Di una vocazione tradizionalmente classica e umanistica, piegata alla declinazione pratica e accattivante di una riconversione industriale scintillante. Una sorta di luminescenza ammaliante, che lentamente ha visto spegnersi, nell’abbraccio velenoso dei suoi fumi, ogni riflesso di nobile bellezza. Legando inesorabilmente il proprio futuro al drammatico e angosciante dilemma: sopravvivere per vivere o vivere per sopravvivere?.

Hanno mandato due ministri a Taranto, tanto per rimanere in tema col destino binario e duale della città. In Prefettura, dopo avere incontrato tutte le parti in causa, hanno sostanzialmente recepito le indicazioni della magistratura, facendone “diktat portante” dell’autorizzazione governativa (Aia), che permetterà all’Ilva di lavorare.

“Se non le rispettano, dovranno chiudere”, è stato detto. Avverto disagio ed ho il forte timore dell’ennesima mela avvelenata. Perché non c’è coerenza nella consecutio dell’azione. Perché se fosse fondato il sospetto (più volte avanzato in questi giorni di diffidenza diffusa) di progetti di delocalizzazione e affini, perseguiti dalla proprietà dell’Ilva, il dispositivo sembrerebbe coniato per fornire l’appiglio giusto, a cui ancorare gli sforzi di una chiusura programmata.

L’impressione di aver “messo una pezza” a una situazione delicata e difficile, dalla tenuta dubbia e dalla consistenza piuttosto debole, potrebbe risultare alquanto allarmante. Di ben altro piglio, coraggio e determinazione ci sarebbe, invece, bisogno in questa Taranto provata, martoriata, mortificata e talvolta persino sbeffeggiata.

Dato il danno prodotto, dato il paradosso del “bene comune Ilva” (fonte di vita-lavoro, ma anche di morte e tumori), dato che sono ingenti ma non bastevoli i milioni di euro profusi dallo Stato, per far fronte ai disastri provocati da una negligenza accertata (e Dio non voglia “consapevole”), sarebbe forse più opportuno dire e ribadire, con fermezza: “Se non le rispettano, l’Ilva la perdono”.

Ben altra forza persuasiva, infatti, avrebbe un dispositivo che prevedesse, in coerenza con l’utilità pubblica del “bene comune Ilva”, una sorta di esproprio per colpa (in caso di persistente mancanza di rispetto delle indicazioni di salvaguardia ambientale), a tutela dei lavoratori, della città e dell’interesse nazionale. Nonché quale indennizzo dei danni irreparabili alla salute delle persone e delle famiglie coinvolte, all’ambiente locale e in generale, ed alle sorti della stessa economia del Paese. Lo meriterebbero Taranto, la sua storia e la dignità antica dei suoi abitanti. Di cui, tra i fumi aspri delle ciminiere, s’intravede nuovamente il dolce, caratteristico e moderno piglio della sana intraprendenza.

di Antonio V. Gelormini
   (19.08.2012)

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Mercoledì, 01 Agosto 2012 11:56

Salute e lavoro

A Taranto si sta consumando una tragedia, da qualunque parte la si guardi, è in corso una ingiustizia. Per tutti gli abitanti, costretti a subire il disastro ambientale provocato dall'Ilva, un disastro dalle conseguenze gravissime sul piano della salute pubblica, dove la percentuale dei malati di cancro è altissima, soprattutto tra i giovani.

Per i lavoratori, che rischiano di perdere il posto di lavoro e che hanno ugual diritto di difendere quanto gli permette di vivere. La Costituzione italiana da la stessa importanza sia alla salute pubblica sia al diritto al lavoro, non si può scegliere l'una o l'altro e nessuno dovrebbe trovarsi nella condizione di dover scegliere tra salute e lavoro. Le chiacchiere stanno a zero, in Italia manca il principio nobile della salvaguardia dell'ambiente, della salute pubblica e dell'impiego.

Le nostre industrie sono fatiscenti, non solo l'Ilva, eppure godono, quando conviene, dell'innalzamento del tetto di emissioni e quanto altro perchè gli industriali hanno stretti riferimenti politici. Il solito conflitto di interesse insomma. Inoltre non dovrebbe essere il governo con i soldi pubblici a stanziare fondi per la bonifica ambientale cui costi dovrebbero ricadere totalmente su chi ha inquinato, devastato e messo in pericolo la salute pubblica: se si fosse dato seguito a quel disegno di Legge relativo al disastro ambientale, testo approvato dal consiglio dei ministri il 24 aprile 2007, che rendeva reato penale il disastro ambientale, avremmo potuto da tempo risolvere ogni ingiustizia legata all'ambiente, alla sicurezza sul lavoro e al diritto di vivere in un ambiente salubre.

Fin quando questi reati non saranno configurati nel codice penale come è giusto che sia ogni risoluzione sarà solo una illusione. Inoltre, laddove gli industriali usassero il ricatto del lavoro per sfuggire alle loro responsabilità è auspicabile che il governo decreti in gran fretta una normativa che glielo impedisca, pena, multe milionarie. Almeno istituiremmo un fondo per i disoccupati.

  Ufficio Stampa
(01.08.2012)

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