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Martedì, 17 Aprile 2012 18:03

Grandi musei,logica economica

Roma -"Maxxi esempio" -  L’Italia è uno dei più grandi contenitori culturali del mondo. Oltre a inorgoglirci, questo deve essere un dato capace di creare ricchezza, non di generare costi. Attenti a credere che l’arte e la cultura non debbano farsi contaminare dal mercato, perché così ragionando si cacciano i mercanti fuori dal tempio, con il risultato di ritrovarsi senza soldi e con il tempio che cade a pezzi. Chi abbia dubbi in materia faccia un giro a Pompei.
Umberto Croppi ha ragione: i grandi musei, nel mondo, si reggono anche grazie ai soldi pubblici. Ha talmente ragione che, come correttamente ricorda, in alcuni l’ingresso è gratis. Ma non è affatto gratis il passaggio, perché in molti di questi i visitatori lasciano, volontariamente, molti più soldi di quanti non ne costerebbe il biglietto, acquistando oggettistica e ricordi. Non so più quanti cappellini e magliette ho comprato in giro per musei, e me li hanno venduti per far quattrini, mica per diffondere la cultura.

L’amministrazione di un museo può essere diseconomica, nel senso di reggersi grazie alle sovvenzioni, ma ciò ha un senso solo se genera economie positive nell’intorno, altrimenti si tratta di fallimenti. Avere collezioni e mostre che attirano visitatori provenienti da lontano significa essere il volano di economie importanti, per il Paese e per la città. La domanda è: quanti visitatori sono arrivati, in Italia e a Roma, attirati dalle mostre del Maxxi? E la risposta non può essere, come incautamente è stata data, che ci sono 800 visitatori al giorno, perché se si tratta di gente che viene dal quartiere, per usufruire dei bellissimi spazi, il risultato è negativo. Come negativo è il bilancio culturale se il museo risulta noto più per l’edificio che lo contiene che per il contenuto esposto.

Sono stati gli amministratori del Maxxi a comunicare all’esterno, indignati, che finché c’erano più congrui contributi pubblici essi producevano avanzi di bilancio. Solo che se tali avanzi sono inferiori ai contributi ne deriva che erano i contributi ad essere avanzi. Una tesi autolesionista, sulla quale non insisterei oltre.

No, i musei non sono servizi pubblici e non possono essere allineati alla scuola, meno ancora agli ospedali o alle strade (ma che idea bislacca!). Sono beni pubblici, e pubbliche risorse anche quando sono privati. Proprio per questo devono essere amministrati secondo una logica economica e non autoreferenziale. Se s’imbocca quella via va a finire che s’amministra senza minimamente tenere conto dei risultati, anzi, spingendosi a credere che più si perde e più è alto il valore culturale. Tesi ardita.

Convengo con Croppi: non ha molto senso parlare del solo Maxxi, perché la questione riguarda tutto quanto il nostro patrimonio artistico e culturale. Ma proprio per questo è dissennato credere che siccome gli italiani sono nati nel posto (da questo punto di vista) più ricco del mondo ecco che devono pagarne il prezzo, accettando che dalle proprie tasse venga tolto un più considerevole ammontare da dedicargli. Ci si aspetterebbe l’opposto: la resa di tale patrimonio consente di vivere in un Paese che attira più ricchezza, consentendo di pagarne meno, di tasse. Tornando a Pompei: si potrebbe consentire a chiunque di entrare gratis, considerate le economie indotte da questo meraviglioso e impareggiabile patrimonio, solo che, invece, lo si tiene chiuso, è difficile raggiungerlo, non ci sono servizi e il sito è abbandonato alla civiltà dei visitatori. Fate entrare i mercanti nel tempio, chiamateli con urgenza, altrimenti cade tutto a pezzi e della purezza culturale resteranno solo le vergognose rovine.

Infine, colgo una singolare contraddizione, nelle parole di Croppi: se il museo è statale, come con forza sottolinea, se tutto compete allo Stato, se la fondazione cui è affidato pensava d’essere un’associazione di portieri, utile a chiuderlo e aprirlo, ma non a valorizzarlo, perché mai opporsi al commissariamento? La “proprietà”, come egli suggerisce, non fa che riappropriarsene, considerato che i gestori non sono stati capaci di presentare il bilancio preventivo. A me non sembra una bella soluzione, anzi: mi pare una sconfitta. Se gli sponsor fossero stati chiamati non a contribuire alle spese fisse, ma a mettere il proprio marchio su mostre di grande richiamo, guadagnandone in immagine, forse i conti e le cose avrebbero preso una piega diversa.
I mercanti finanziarono la gran parte del nostro patrimonio artistico. Magari per vanagloria. C’è molto da imparare, dalla nostra storia.
di Davide Giacalone

"""
Gentile direttore,
ipotesi di commissariamento del Maxxi circolata in questi giorni, che si fonderebbe sulla pretesa cattiva gestione da parte dei suoi amministratori, pone una questione che trascende il caso specifico, come giustamente sottolinea Davide Giacalone sulle colonne de Il Tempo.
La questione è quanto si debba spendere per istituzioni culturali pubbliche, quanto e come bisognerebbe coinvolgere i privati, chi dovrebbe gestire queste istituzioni.
La tesi che sostiene Giacalone è che la cultura deve camminare con le “proprie gambe”, che un museo come il Maxxi non può aspettare “sovvenzioni” governative e che non si spiega perché, se ha 800 visitatori al giorno, non riesce a trovare le risorse per autofinanziarsi.
Queste considerazioni e domande sono fondate su alcuni equivoci e su una leggenda che si va consolidando nel nostro Paese da qualche anno, cioè che le istituzioni culturali possano finanziarsi da sole o che i capitali privati possano sostituirsi a quelli pubblici.
Cominciamo sgombrando il terreno da un equivoco: il Maxxi non riceve sovvenzioni. Non è una istituzione privata che riceve contributi per sostenere il proprio business. Ce ne sono, in Italia e a Roma, che ricadono in questa fattispecie (e alcune di queste hanno più soldi pubblici dello stesso Maxxi) ma non è il nostro caso. Il museo di cui parliamo è interamente statale e quindi non prende sovvenzioni ma è totalmente a carico dello Stato. Non può essere diversamente e coloro che lo Stato incarica di gestirlo non hanno nessun obbligo di reperire altre risorse.

Altro equivoco: lo Stato italiano ha destinato al suo più importante museo per l’arte contemporanea 7 milioni nel 2010, 4 nel 2011, e ne prevede 2 (due) per il 2012. Per capire di cosa parliamo: allo Stato spagnolo il Reina Sofia di Madrid costa 42 milioni, il Prado venticinque; lo Stato Inglese investe nella Tate (dopo i tagli) cinquantacinque milioni di sterline, mentre la Francia impegna nel Louvre tra i 100 e i 110 milioni l’anno. Tanto per restare a Roma, la sola azienda speciale Palexpò (Palazzo Esposizioni e Scuderie del Quirinale) costa al Comune intorno ai 10 milioni l’anno (sono pochi ma se li fa bastare) e il Teatro dell’Opera 17; giusto per fare un paio di esempi.
Ma non esiste al mondo un solo museo che si regga sulle proprie economie, nessuno. Intanto alcuni dei più grandi sono ad ingresso gratuito (per esempio quelli inglesi) o quasi. Al citato Prado, metà dei tre milioni di visitatori entrano gratis. In ogni caso i costi per lo Stato variano tra il 70 e il 100%, con bilanci che vanno dai 50 ai 120 milioni.
erfino nel caso, spesso citato a vanvera, degli Stati Uniti, dove esistono una tradizione e un sistema fiscale che favoriscono investimenti privati, il pubblico interviene, eccome se interviene. Il Metropolitan di N.Y riceve 14 milioni di dollari l’anno dal comune. Persino il Moma, interamente privato, ha in corso lavori di ristrutturazione per i quali ha un contributo pubblico di 60 milioni.

La questione è che i musei non sono imprese ma servizi pubblici, fatti per essere visitati, non per produrre soldi (come la scuola è fatta per insegnare e gli ospedali per curare, i giardini per passeggiarci, le strade per essere percorse). In più, però, i museo producono effetti economici misurabili e misurati sull’economia generale. E nel caso Italiano costituiscono la risorsa maggiore di cui si dispone. Eppure lo Stato italiano investe in cultura meno della metà della media degli altri paesi europei e i comuni meno di un terzo.

Per quanto riguarda i privati, questi (in un regime di garanzie e benefici che noi ci sognamo) possono contribuire, non certo sostituirsi. Quando la Franciadecise di incrementare l’intervento di privati nel Louvre, tre anni fa, portò il contributo dello Stato dai 110 milioni dell’anno precedente a 140. Per avere più soldi privati bisogna investire più soldi pubblici, non il contrario.

Ora, tornando al Maxxi, si può discutere se fosse opportuno realizzarlo, se non vi fossero altre priorità ecc. quello che non si può dire è che non fosse chiaro allo Stato e ai cinque governi che si sono succeduti durante la sua realizzazione che si stava mettendo in pista una macchina che costa, a regime, molte decine di milioni di euro l’anno. Nonostante questo, il management incaricato di avviarne l’attività è riuscito a garantirgli lo standard richiesto ad una istituzione di quel livello pur disponendo di risorse ridicole; è stato capace di reperire risorse private pari a metà del bilancio. Ora si pensa di commissariare quella gestione perché evidenzia al proprio socio unico l’esigenza di disporre, per il prossimo triennio, di una cifra pari ad un quinto di quello che istituzioni di pari grado spendono in un anno (o in un semestre): 11 milioni di euro.

Dirò di più, si può anche discutere sugli indirizzi e la gestione artistica (tenendo comunque conto delle ristrettezze in cui si muovono) dei suoi direttori, ma se c’è una responsabilità economica questa resta tutta in capo al proprietario, cioè allo Stato, cioè al ministero, non a chi è stato chiamato a fare i salti mortali per tenere accesi i motori di una portaerei priva di carburante.
di Umberto Croppi



di Davide Giacalone
      (17.04.2012)
www.davidegiacalone 

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Mercoledì, 17 Agosto 2011 12:01

Liberalizzazione orari e giorni

Roma  - Manovra, Brambilla: "liberalizzazione orari e giorni di apertura negozi è misura rivoluzionaria per il turismo" - "ora un apparato pubblico più snello e meno costoso, presupposto indispensabile per la crescita" -

 "Ritengo siano di grande importanza, per il tipo di politica che il governo intende perseguire, le misure contenute in questa manovra, volte a ridurre strutturalmente una spesa pubblica che aveva, da tempo, superato ogni livello di sopportabilità. In particolar modo per un paese che, tra i suoi principi fondanti, vanta quello della valorizzazione del libero mercato, da troppo tempo oppresso da strutture pubbliche pletoriche ed anacronistiche". Così il Ministro del Turismo, on. Michela Vittoria Brambilla, in una nota.
"Si va, finalmente, verso la realizzazione di un modello di apparato snello, meno costoso - continua il ministro - e certamente più idoneo ad affrontare i problemi di un'Italia che, solo così, potrà tornare ad essere competitiva e ben rispondente alle esigenze dei cittadini. Ed è questo un presupposto irrinunciabile per la crescita e lo sviluppo, anche nel settore del turismo."

"I risultati positivi dello scorso anno e della prima parte del 2011- spiega il ministro Brambilla - caratterizzati da un significativo aumento dei turisti internazionali e della spesa da loro generata, oltre che da un dinamismo del turismo nazionale, premiano il grande lavoro svolto ed evidenziano come il settore sia il nostro asset più strategico. Per questa ragione, ho voluto sostenerlo con un provvedimento che considero una vera e propria rivoluzione per l'Italia: la liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura dei negozi in tutti i Comuni del territorio.

Questa norma, che intende garantire il diritto di iniziativa economica privata, favorirà l'aumento dei consumi e permetterà a tutto il paese di attrarre un maggior numero di visitatori, cogliendo l'opportunità che il turismo offre, con i conseguenti benefici per l'economia.
Inoltre - conclude il ministro - i milioni di turisti di tutto il mondo che scelgono il nostro paese, potranno finalmente trovare un livello di servizi adeguato alle loro esigenze, proprio come accade già nelle altre grandi mete del turismo internazionale".

Ufficio Stampa
(16.08.2011)
 

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Lunedì, 11 Aprile 2011 10:08

La qualità del vino italiano

Verona – Come promesso ai nostri lettori siamo ritornati in fiera, Vinitaly , salone internazionale del vino e dei distillati e abbiamo saggiato il termometro dei visitatori, in continuo flusso, e degli stessi espositori, una certezza: al Vinitaly non si può mancare, quale migliore promozione contatto – palato – gusto diretto per i nostri ottimi vini.

Il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Saverio Romano, ha confermato e rappresentato che “La qualità ormai è una premessa per la competizione mondiale e i produttori italiani hanno dimostrato di averlo capito da tempo. I numeri ne sono una dimostrazione: abbiamo 386 vini a Denominazione d’Origine e 118 a Indicazione Geografica. Non bisogna sicuramente cullarsi sugli allori: mai come oggi è necessario pensare tanto all'export, elemento decisivo per tutte le aziende italiane, quanto al mercato interno, dove va affrontato il problema del calo dei consumi, attraverso una comunicazione mirata che riporti il vino alla sua primaria natura, che è quella, lo ripeto, di prodotto tradizionale italiano”.
 A Vinitaly è stato siglato un accordo interministeriale che potrebbe dare nuovo slancio economico all’intero paese. Il protocollo firmato dal Ministro Saverio Romano e il Ministro del Turismo Michela Brambilla, mira a valorizzare le nostre maggiori ricchezze: il patrimonio naturale e architettonico e il buon cibo. “Un programma nazionale di valorizzazione del sistema turistico-agroalimentare e di progetti pilota di valorizzazione integrata dei sistemi locali”. Viene solo da dire, ma possibile che non esisteva qualcosa del genere?

Ma torniamo in fiera, ai padiglioni , gli stand della Lombardia , del Friuli e dell’Alto Adige, a nostro avviso, sono i migliori per la cura dell’ esposizione, seguono quelli del Veneto, della Toscana, del Piemonte e della Sicilia, al di sopra degli altri per la professionalità, la cordialità e per il messaggio promozionale. Il padiglione del Trentino, troppo snob, abbottonato. Una citazione la merita il padiglione Lazio per la frase d’ accoglienza “ Ci vogliono molti anni per diventare giovani” .

Nel nostro viaggio in fiera alla scoperta di aziende con buoni vini non possiamo non citare: Azienda F. GUERCI, di Casteggio (PV), con il 222 a.c. Cruasè - L’azienda Vezzoli, di Erbusco (BS), con il Franciacorta Saten Brut - L’Azienda Martinez, di Marsala (TP), con il Marsala vergine - Cantine Spadafora, di Mangone (CS), con il Solenero - L’Azienda Busso Piero, di Neive (CN), cordialissima la sig. ra Lucia, con il Barbaresco Borgese - L’ Azienda D’Antiche Terre, di Manocalzati (AV) con il Coda di Volpe , Irpinia Aglianico , Fiano e Greco -  L'azienda Vitivinicole Miceli, di Pantelleria (TP) con il Moscato Passito -  L’ azienda Terre d’Oltrepò , di Broni (PV) - L’ Azienda Ceratti, di Bianco (RC), con il Greco Bianco - L’Azienda Donnafugata, di Marsala, con il dry Zibibbo di Pantelleria - Azienda Zenegaglia, di Pozzolengo (BS) con il Lugana Brut , e non possiamo che concludere con  lo storico liquore Strega Alberti di Benevento.

Il vino italiano ha un valore di export  di notevole importanza e i produttori ne sono consapevoli non a caso i mercati stranieri sono sotto i riflettori  e si cercano nuove   partnership , alleanze . La qualità è il nostro migliore  biglietto da visita, ma è fondamentale uscire dagli individualismi e realizzare una regia nazionale, sapendo salvaguardare  le caratteristiche territoriali dei prodotti


di Michele Luongo©Riproduzione Riservata 
            (11.04.2011)

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Giovedì, 07 Aprile 2011 18:15

Vini: professionalità e promozione

Verona – Vinitaly, parte alla grande, già al primo impatto si ha il riscontro dei grandi numeri: i parcheggi esauriti, colonne di visitatori sui marciapiedi, code alle casse. Cosi alla 45° Edizione di Vinitaly ( dal 7 all' 11 aprile 2011) , salone internazionale del vino e dei distillati , inaugurata dal Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Saverio Romano.
L’organizzazione di veronafiere è perfetta anche nei dettagli: 92.000 metri quadrati di superficie, 12 padiglioni occupati, oltre 4.000 espositori , degustazioni, incontri, convegni, conferenze, spettacolo, grandi numeri per un grande evento.

C’era molta attesa, da parte degli operatori, soprattutto dopo l’anno 2010 per l’aumento delle vendite all’estero, quindi indispensabile capire il trend del mercato. Intanto è emerso l’assenza di una regia nazionale per l’export del vino italiano , non è possibile che su 161 progetti della Comunità Europea attivati ( per una spesa complessiva di 87 milioni di euro), il 67% si è centrato sugli Stati Uniti e un ‘altro 27% sul Canada. In sostanza, si sono concentrate le iniziative della promozione del vino made Italy solo su due mercati, lasciando mercati come la Cina, la Russia, il Giappone mercati in pieno sviluppo, si investe solo qualche unità percentuale. E’ assolutamente indispensabile deregionalizzare la promozione e lasciarla a una regia nazionale per pensare ed agire in grande sui mercati.

Nella giornata dell’inaugurazione visitando alcuni padiglioni abbiamo notato che le aree del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, sono state letteralmente prese d’assalto dai visitatori. Produttori, sommelier, design dei stand , grande professionalità e straordinaria cordialità , una perfetta sintonia per un cocktail di successo .

E’ curioso e fa notizia incontriamo l’esatto contrario di quando appena visto , siamo nell’area della Campania , qui si nota poco entusiasmo, l’assenza dell’indole promozionale, stand in attesa, la sola eccezione la si vede allo stand dell’azienda Mastroberardino, ma manca qualcosa… brio ( sarà il primo giorno).

Importante ed interessante l’ “Area Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali” dove si premia : “Anteprima Dop. Le nuove produzioni agroalimentari italiane“, e si consegnano gli attestati ai Consorzi produttori delle sei nuove specialità che hanno ottenuto il riconoscimento Dop; si promuove, si informa e si degusta il made Italy.

Continuando la nostra visita , volutamente saltiamo i grandi nomi, siamo alla scoperta dei buoni vini, così non possiamo non citare l’azienda Roveri di Canosa Sannita ( CH), la Cantina Cignano di Fossomborne (PU), Cantine Fortore di Torremagiore (FG),  la Cantina Arunda di Meltima (BZ), L’azienda Di Marco di Martina Franca (TA),  l’Azienda Caputo di Carinaro (CE) :  “ .. E tornerà il tempo del vino . Il Tempo perfetto delle stagioni …” così trasmettono la loro passione .
Non possiamo concludere, ma ci riserviamo di fare altre visite, senza avere assaggiato dell’ottimo Champagne Veuve J. Lanaud.

di Michele Luongo©Riproduzione Riservata 
                  ( 07.04.2011)

 

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