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Colori, pensieri, artisti
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Nella valigia gocce di sudore
Affidiamo al canto l’ingiustizia/ai versi l’innocenza
La valigia di cartone” è il segno, la figura dell’emigrazione
Trento - << Mio nonno amava il grande cielo/di questi monti i boschi senza fine/ poi è morto senza aver pretese/ e mio zio ha comprato il sogno.>> Sono versi della nuova raccolta del Poeta Vincenzo D’Alessio “La valigia del meridionale e di altri viaggi” Fara Editore. Una rielaborazione della “La valigia del meridionale” del 1975, allora un omaggio al suo paese natio, nella sua introduzione scriveva: << … la necessità di trasmettere questo sociale – messaggio di un modesto uomo, di un attore-spettatore di questo secolo, ed infine, di un meridionale alla società dei tempi>>. Questa continuità d’impegno sociale, questa presenza forte del Poeta, fa dell’uomo D’Alessio, oramai storico della Nostra Terra del Sud, portatore di voce, di tradizioni, di emozioni ed egli stesso né divenuto felice testimone. “La valigia del meridionale e altri viaggi” è lo specchio di questo impegno. D’Alessio sa bene che “ La valigia di cartone” è il segno, la figura dell’emigrazione, ed onestamente sa che solo chi l’ha vissuta sulla propria pelle, può esprimerne l’intensità, la profondità di una ferita insanabile. L’autore come il saggio del villaggio ha saputo ascoltare e raccogliere il sapore di quelle ferite: << Mi ritrovo più solo di uno scoglio/in piedi, in mezzo alle correnti/ … La mia terra ha capelli spettinati /… Ritorneranno con i padri della terra/ … Abbiamo lottato, ci tremano le mani/abbiamo creduto senza più sperare/ … Il Sud ha sapori/di ruggine e tradimenti/ …Affidiamo al canto l’ingiustizia/ai versi l’innocenza>> .
D’Alessio richiama i potenti e traccia ancora una volta le strade da seguire: dare valore alle tradizioni e alla natura, invita gli uomini a mettere le ali per rivivere la bellezza della Terra del Sud. << Cani venuti da lontano hanno/Mangiato pecore e terre/ … Il cemento ha battuto le stagioni/ … Un treno di neve viaggia/… Quando il dolore spinge la vita/ ...Canto meridionale dove sei? >>.
Nella valigia del meridionale sono custodite gocce di sudore di sofferenze, petali di fiori e frutti acerbi, luci di albe e notte soffuse, tormenti, speranze, una continua lotta interiore per esplodere nell’orgoglio dell’’uomo, della donna << Quali distanze puoi coprire mentre/lontano grida il treno?>> che sa amare la propria terra, perché solo l’amore e la trasparenza delle voci può fare rivivere la bellezza della Terra del Sud.
di Michele Luongo
© Riproduzione riservata
(27.10.2012)
Articolo correlato: Intervista a Vincenzo D'Alessio
La valigia del meridionale e altri viaggi
di Vincenzo D’Alessio
Prefazione di Anna Ruotolo
Copertina di Luna Castroni (KalEidon, Rimini)
Fara Editore , 2012
Poesia-Collana Sia cosa che
Pagg. 76 , Euro 11,00
ISBN 978 97441 13 7
www.faraeditore.it
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Montagna dell'esperienza
Trento - Una proposta che è molto più di una vacanza: fianco a fianco con musicisti e informatici, guide alpine e tutor, esperti di astronomia e botanica, Montagna dell'esperienza è un progetto di informal learning per conoscere, confrontarsi ed esprimere la propria creatività nell'ambito musicale, una sperimentazione che attraverso attività e laboratori porterà i ragazzi allo sviluppo di nuove conoscenze e consapevolezze, a partire dai propri interessi e passioni.
Tutti insieme s'immergeranno nella natura del Monte Bondone tra attività sportive e naturalistiche pensate per coniugare ambiente, sport, arte e scienza in forme originali e stimolanti.
Il Conservatorio Di Musica F.A. Bonporti di Trento coordinerà i diversi laboratori di musica con docenti di alto profilo; il Museo Delle Scienze affiancherà i ragazzi in attività laboratori che uniscono sport e natura. La Sezione Giovanile Sat (Società degli Alpinisti Tridentini – C.A.I. trentino) curerà i momenti dedicati alla montagna, mentre le Guide Alpine proporranno percorsi all'aria aperta, palestra di roccia e Parco Avventura.
Infine i ricercatori della Fondazione Bruno Kessler incontreranno e dialogheranno coi ragazzi per aprire una vetrina sulle applicazioni reali della ricerca.
Informazioni Specifiche
2 turni da 7 giorni (da domenica a Domenica):
Quota Di Partecipazione E A Persona: € 490,00. Sistemazione
in Hotel 3 stelle, 7 notti con trattamento di pensione completa,
partecipazione a tutte le attività previste nel programma
Modalità Di Pagamento.
Le iscrizioni verranno accettate fino ad esaurimento dei posti disponibili. Coordinate bancarie per il
versamento della quota: IBAN: IT 83 H 08304 01807 000007314444
Speciali Pacchetti Turistici “Following Family”
Condizioni generali di vendita:
D. Lgs n.206 del 06/09/2005 “Codice del consumo” – L. n.1084 del 27/12/1977
Tel. +39 0461 216000
www.apt.trento.it
Immagine: ApT Trento, Monte Bondone, Valle dei Laghi, foto G. Perini / A. Bollini).
(26.03.2012)
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Visione di un sistema
Recensione - "Azioni e natura umana" di Leonardo Caffo è un breve e innovativo pamphlet, che pone l’accento su argomenti filosofici inseriti in un contesto estremamente attuale; oltre a delineare una serratissima critica contro il capitalismo, come sistema complesso in cui sviluppare le azioni umane, mira a voler dimostrare questa argomentazione utilizzando un metodo di ricerca unitario che si interfacci tra filosofia analitica e continentale. Lo scopo dell’autore è quello di analizzare la natura delle azioni sviluppando una ricerca che coniughi l’approccio filosofico classico dell’agire con quello della biopolitica. La ricerca è condotta nel comprensione della finalità delle nostre azioni, le reali possibilità che abbiamo agendo e scegliendo un’azione, nonché le conseguenze che esse comportano e le responsabilità che da esse derivano.
La ricerca mira a rispondere a queste domande: in che modo agiamo?
La nostra volontà è l’unica a dettare le nostre scelte?
Il campo delle nostre possibilità di scelta è realmente infinito?
In che modo noi possiamo essere responsabili di conseguenze di azioni che non possiamo prevedere?
Partendo da tali questioni l’autore delinea la sua analisi per cui è impossibile, nello stato attuale della nostra società, che le azioni siano soggette esclusivamente al campo dell’intenzionalità personale, escludendo cioè il contesto in cui si svolgono, visto che nei sistemi complessi come quello del capitalismo le nostre scelte sono condizionate e limitate dallo stesso sistema in cui siamo inseriti.
Queste affermazioni, oltre a capovolgere la visione di un sistema che ha sempre mirato alla liberalizzazione e millantato le infinite possibilità di elezione individuale, provoca l’immediata revisione della nostra nozione di responsabilità.
Definire la responsabilità nel contesto capitalistico non è affatto banale; tale nozione viene delimitata tra l’imprevedibilità di previsione in un percorso temporale, tanto da renderne incerti i confini e le intenzionalità individuali da cui si era sviluppata, e la limitazione verso scelte che all’interno di tali sistemi complessi diventano inevitabili.
L’autore propone il testo come un avvio di una ricerca ancora in stato embrionale, vuole solo gettarne le basi; Caffo sviluppa le fondamenta di questi propositi analizzando le azioni, la natura umana e il contesto in cui entrambe si interfacciano, ossia la società, istituzioni e il contesto storico. Oltre a delinearne in confini, l’autore mostra come il sistema in cui stiamo vivendo sia contro natura per il nostro modo di agire e che in realtà costringe le nostre possibilità, controllandole e limitandole.
Un’opera del tutto inaspettata è “Azioni e Natura Umana” del Caffo, che rappresenta quella frangia filosofica che vuole essere per tutti (non limitandosi a pochi pensatori), tentando nuovi metodi di ricerca negli attuali sistemi sociali.
recensione di Annarita Tucci
"Azioni e natura umana"
Un breve saggio tra complessità e filosofia della vita
di Caffo, Leonardo
Fara Edizioni, Rimini 2011
Pag 16, Euro 12, 0
ISBN 9788897441069
www.faraeditore.it
(16.02.2012)
Informazioni aggiuntive
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Acqua Natura e Cultura
Trento - “ È così che è andata” concluse Glauco.
Alba non poté che rimanere con quella espressione del volto che lascia intendere stupore e meraviglia, nonché l’intenzione prossima di porre una domanda per soddisfare il narcisistico dubbio che la ragione le suggeriva.
Glauco infatti, aveva appena terminato di illustrarle il leggendario racconto sul mito dell’Acqua, che come da tradizione soleva narrare ai giovani frequentatori del fiume Vitasio, sulle cui rive si consumava da tempo il rito dell’amore, che ogni anno offriva i suoi frutti alle famiglie della città di Valdamo.
Valdamo è una piccola cittadina spavalda, letteralmente immersa in una valle verde, circondata dalla freschezza degli alberi e dalla spontaneità del bosco selvatico, e soprattutto incontaminato dalla volontà di dominio dell’uomo, piuttosto sacralizzato come testimonianza di uno spirito divino che aleggia nei cuori degli abitanti di una città semplice che riconosce i sapori e le fragranze della natura e non teme di porsi in dialogo con essa, ascoltandone i suoni e godendone, senza pretese, i frutti che dispone sulla sua terra.
Gli abitanti di Valdamo le cui tradizioni sono mantenute vive nelle parole trasmesse dai padri e scritte dai figli, vivono nella contemplazione della grandiosità della natura, della terra e del cielo, dei suoi cicli, e solo da questa osservazione quotidiana traggono il sapere sulla vita e sugli uomini e conservano nell’Archivio Antico di Vicolo Arcani i libri, ai quali hanno affidato la loro cultura.
Trascorrono le giornate a dialogare e confrontarsi per comprendere le dinamiche, e i segreti anche, nei quali si svela, o si cela, la natura, e mentre i giovani imparano i mestieri dell’artigianato, e apprendono la lettura e la scrittura, i vecchi consultano i fenomeni naturali e li comunicano ai ragazzi.
Da tempo ormai immemorabile i vecchi di ogni generazione si stavano interrogando sulla bellezza dell’acqua di quel fiume che portava via con sé in ogni goccia le storie di tutti gli uomini che anche solo per un momento l’avessero guardato; e non riuscivano a capire da dove venisse e dove volesse arrivare quell’acqua gelida, ma sì calda al ricordo.
Finché un giorno, durante un tramonto sbalorditamene in ritardo, un uomo, che da anni lo si vedeva appostato davanti al fiume a scrivere (e non si sa come, visto che non distoglieva mai lo sguardo dall’acqua), arrivò in piazza e chiamò a sé due giovani, che sapeva erano in procinto di unirsi nell’amore, e li invitò al fiume per quella notte.
A Valdamo l’amore era qualcosa di estremamente importante, vitale che coinvolgeva l’intimità di ogni singolo, e alla quale tutti partecipavano, perché l’amore è l’essenza della vita, è la forza che unisce e persegue la vita, e soprattutto un’armonia che si respira nell’aria, tanto è vero che tutti avvertivano quando il vero amore viveva tra due persone, così tutti assaporavano e godevano della felicità dei due.
Ogni giovane e fresca coppia di innamorati che intendeva soddisfare le sue fantasie d’amore e avvicinarsi per la prima volta al richiamo della natura umana per unirsi nelle gioie dell’istinto e librarsi nel piacere del sentimento, si allontanava dagli sguardi trasognati degli adulti e si riparava all’ombra della luna sulla riva di ponente del fiume Vitasio, sotto il lume delle stelle e sulle note dello scroscio dell’acqua che interminabile scorreva sul letto di sassi e ogni tanto rinfrescava i corpi infuocati degli amanti.
Succedeva così da sempre, e da sempre la città Valdamo si popolava dei “figli dell’Acqua”, come erano soprannominati i nascituri della valle.
Quella notte Glauco, che tutti avevano imparato a conoscere come l’uomo che sapeva guardare i singoli zampilli dell’acqua del fiume, aveva deciso che era giunto il momento di svelare alle coscienze altrui il segreto delle acque di Vitasio, per renderli consapevoli del valore immenso che sarebbe stato trasmesso ai posteri e scritto nei cuori di tutti gli uomini.
Glauco con i suoi due nuovi amici, Nando e Greta, si stava incamminando sul sentiero che li avrebbe portati sulla stessa riva dove aveva trascorso gli ultimi anni, dove aveva donato il suo sguardo solo allo specchio dell’acqua, nel quale si era visto e aveva visto altri occhi. Guidava i due alla luce di una fiaccola, la cui fiamma sventolava alla brezza leggera del vento, con un movimento ritmico, come se fosse l’unico suono in quel cammino silenzioso, durante il quale i due continuavano a guardarsi ignari e anche un po’ spaventati, ma la loro naturale paura non aveva sopraffatto la curiosità che li accomunava e che li aveva fatti incontrare, qualche mese addietro, quando gli amici di Nando lo avevano informato che in paese c’era una ragazza che continuava a chiedere di lui, cercandolo in tutti i vicoli, guidata solo dal profumo del fazzolettino di cotone che conservava da quando Nando lo aveva perduto una mattina all’uscita del corso di giardinaggio nella casa della signora Flora, una vedova ottantenne la cui unica gioia era la cura delle sue piante e insegnare il linguaggio dei fiori ai giovani, convinta che celassero dei messaggi d’amore, e fossero i messaggeri dei defunti, infatti la si poteva vedere tutte le mattine parlare con le sue piante e si aveva l’impressione che stesse con suo marito, cosicché tutti avevano difficoltà a capacitarsi che il vecchio Sam era morto, oramai da vent’anni.
Nando, allora, cominciò anche lui a fare domande ai suoi amici, e i due si cercavano e non si incontravano mai, sennonché una sera, quando tutto il paese era riunito per la cena, nelle proprie case, con i propri cari, Nando e Greta furono mandati nello stesso momento alla Fontana della piazza a riempire le brocche, e bastò uno sguardo per capire chi erano e chi sarebbero stati, così bevvero dalla stessa acqua e da quel giorno si incontrarono ogni sera, senza mai darsi appuntamento, ma come la prima volta, per caso, e dopo mesi capirono quale fosse il loro destino: amarsi.
I tre arrivarono sulla riva dove Glauco sdraiò una coperta di puro cotone e fece accomodare i due, lui restò ancora un po’ in piedi e raccolse anche qualche sasso, che poi donò ai ragazzi. I sassi erano di forme e sfumature tutte diverse e sembrava che ognuno nascondesse dentro di sé delle perle, emanavano una luce particolare che si rifletteva sui volti di Nando e Greta, erano come dei metalli preziosi che brillavano di luce propria.
Nando e Greta ancora non capivano. Glauco, sorridendo alle espressioni ingenue e infantili dei giovani, cominciò a spiegare il motivo di quel dono così speciale: “Vi dono questi sassi…sono elementi del fiume che questa notte sarà l’unica musica che le vostre orecchie riusciranno a cogliere. L’acqua passerà ininterrottamente sui sassi, l’infrangerà, li accarezzerà, li trasporterà, li supererà, li bagnerà, e su ogni sasso lascerà una sua traccia indelebile…essa si stratificherà. Così voi ora avete in mano questi sassi che non sono ancora stati toccati dall’acqua, ma hanno già una traccia, un’impronta…la vostra, e dopo che vi sarete amati li getterete nel fiume, e la sua acqua si riempirà di voi, dei vostri sogni, delle vostre parole, della vostra storia, e chiunque un giorno li ripescherà potrà avvertire nelle proprie mani una sensazione viva. E così di nuovo il fiume si riempirà…e così per sempre…finché acqua sgorgherà…”.
Cominciavano a capire, e lo intuivano dall’entusiasmo dei suoi gesti, dall’intensità del suo sguardo, che Glauco desiderava con ardore, che tutti gli uomini raccontassero la propria storia senza tante parole, ma semplicemente guardando, toccando, sfiorando la natura, perché questa avrebbe conservato quei racconti come fossero suoi, li avrebbe custoditi nella propria misteriosità, e ne avrebbe svelato i segni a modo suo solo a chi fosse stato capace di scrutare dentro di lei, di giungere alle sue viscere, nelle sue profondità e ne avrebbe portato in superficie i tesori: gli uomini.
Glauco voleva che gli uomini imparassero a diventare compagni della natura, amici della terra, amanti dell’acqua, parenti del cielo senza dimenticare le differenze e i propri limiti, ma anzi accettarli e comprenderli, non tentare disumanamente di sopraffarli e rischiare di distruggerli con l’unico risultato di non riuscire più a vedere la strada del ritorno, e di allontanarsi così tanto da sé stessi da non riconoscere più la propria essenza, da non sapere più quali sono i luoghi di ciascuna cosa, da ignorare le radici in virtù della pretesa di progredire verso un futuro che non può esistere senza fondamenta, senza storia.
Glauco aveva letto negli occhi di Alba la sua meraviglia e senza neanche consentirle il tempo di aprir bocca, come avrebbe fatto di lì a poco, le disse comprensivo: “Ricordati…lo stupore che leggo sul tuo volto è la mia più grande soddisfazione…Soltanto finché saprai meravigliarti di tutto quanto udirai e vedrai nell’esperienza del mondo, potrai dire di essere sul cammino per la verità. Se non lascerai nel tuo cuore nessuna domanda, ma imparerai a interrogare chiunque e qualsiasi cosa, conoscerai te stessa e l’essenza degli altri non ti sfuggirà”.
A queste parole Alba non poteva più trattenersi e liberò il suo cuore in una semplice formula, e si rivolse a Glauco, che accolse, come se fosse il primo essere umano a parlargli: “Mi hai raccontato una storia che non pensavo potesse coinvolgermi…ah…uno dei soliti vecchi racconti moraleggianti…pensavo…e invece ho sentito come se qualcosa di nuovo…di molto intenso…mi penetrasse…e mi facesse toccare quasi con mano la mia anima. Mi hai parlato di questo fiume e mi sembrava di poter parlare con lui…e persino che lui mi potesse rispondere. Mi hai narrato di queste maestose montagne e ora le vedo come braccia materne che sono lì a prendersi cura di noi e ad accomodare le nostre dimore. Mi hai parlato delle persone con le quali convivo ogni giorno e adesso mi sembra come se non le avessi mai conosciute e le vedessi per la prima volta. Come è possibile, allora, che non sappiamo dove le nostre vite stanno andando? Mentre questo fiume sa il suo destino, conosce il suo tragitto e la sua origine. Noi non conosciamo né l’uno né l’altro…eppure continuiamo a camminare…perseveriamo nel nostro essere, ma ignoriamo gli estremi nei quali diveniamo…dove ci muoviamo?”.
La riflessione di Alba non era altro che il suo modo per dire che aveva capito, ma nello stesso tempo manifestava l’angoscia che si stava plasmando dentro di lei, e ora non sarebbe più stata capace di tacerla, ora che aveva trovato le parole per esprimerla e chi la potesse comprendere.
E infatti Glauco, con cenno consolatorio del capo, prese a guardare il fiume, e a spostare lo sguardo verso la fonte e alla parte opposta, e così per molte volte, finché aprendo lentamente le braccia a formare un ampio arco, disse: “…E in mezzo ci sono gli uomini…”.
Sono passati molti anni da quella notte: Glauco, già vecchio allora, è morto guardando il tramonto, e la Signora Florail giorno stesso piantò un girasole che crebbe con il suono delle sue parole nutrendosi dell’acqua fresca del Vitasio e chiunque gli passava davanti gli rivolgeva un saluto, si diceva che qualche uomo addirittura si levava il cappello in suo onore; il giorno del suo funerale, come volutamente espresso da Glauco, fu una lunga giornata di festa nella quale fu inaugurata la sorgente del Vitasio con un monumento di legno che riproduceva lo scorrere del letto del fiume, sul quale si riportò la scritta: “IN UNA GOCCIA IL MARE”; Nando e Greta si sposarono un mese dopo quella notte e ebbero due bambini, che ora vivono in città con le loro famiglie e ogni settimana ritornano dai genitori per passare un pomeriggio in riva al fiume.
Il fiume è ancora pieno e vivo di sé stesso, gli abitanti di Valdamo hanno resistito e non hanno permesso agli imprenditori di zona di trasformarlo in un punto di ristoro per ciclisti o per i tanti turisti che ora ogni estate affollano il paese.
Alba è diventata una donna bellissima, vive ancora nella sua vecchia casa, scrive poesie e insegna ai bambini a leggere, perché crede che la lettura sia il primo passo per comprendere il mondo e sentirsi veramente liberi nell’animo: “Se sai leggere, un giorno potrai leggere nel cuore degli uomini che hanno scritto o che hanno soltanto detto”, ripeteva ai suoi piccoli studenti; convive con Franco, quello che di lì a poco avrebbe scoperto essere il figlio lontano di Glauco, e ha una bambina, Sofia, che pronuncia le sue prime parole.
Alba ha appena saputo di essere in attesa di un altro figlio e la sua gioia è tale che non riesce a trattenere le lacrime, e decide di custodirle, perché sono lacrime di vita, così le raccoglie in un cofanetto, e pensando che un giorno le avrebbe mostrate al figlio che porta in grembo, e gli avrebbe detto: “Queste sono le gocce cadute dai miei occhi, per te, per la tua vita, non volevo sprecarne neanche una, così le ho conservate, perché tu potessi toccarle e sentire quanto sono calde…di tutto il calore che mai ti farò mancare…perché tu potessi sentire il loro sapore…amaro o salato, perché a volte la vita lo è, ma il loro retrogusto è dolce…perché dietro la vita c’è l’amore…”.
Un giorno felice, e questa sua ilarità le riporta alla memoria Glauco, l’intenso dialogo di quella notte e così abbraccia Sofia e le dice: “Ora ti racconterò una favola…ma andremo con papà sul Vitasio, perché è lì che questa favola ha inizio”.
Così e appena lì, Alba incomincia: “Tantissimi anni fa un uomo e una donna erano soli ad abitare questo mondo, in un piccolo bosco; si nutrivano dei suoi frutti, si coprivano con le sue foglie, si proteggevano sotto gli alberi e si dissetavano dal fiume che vi scorreva. Erano felici, non avevano bisogno di niente altro; parlavano, ridevano, a volte piangevano, facevano l’amore, e si dissetavano con l’acqua di quel fiume sempre presente nelle loro giornate. Passavano albe e tramonti, lune piene e lune vuote, tempeste e soli sgargianti, e loro sempre si dissetavano di quell’acqua. Un giorno l’uomo interrogò la donna: “Ma è possibile che per quanto beviamo questo fiume continui a scorrere e produrre acqua? Prima o poi finirà e noi non potremo più averne per vivere e dovremo lasciare i nostri figli senza la possibilità di dissetarsi, lavarsi, pulire le erbe…e sarà tutta colpa della nostra ingordigia, e della nostra non-curanza”.
La donna rise: “Ah, non sai quello che dici. Questa acqua non potrà mai finire finché noi la sapremo custodire e rispettare come la stessa acqua che ci dà la vita”. L’uomo non capiva che quell’acqua era lì da sempre e per sempre, e sarebbe finita solo se i loro figli non avessero saputo come giovarne; così da quel giorno iniziarono a imparare il suo linguaggio, a leggere il fiume, ogni singola goccia e ci trovarono milioni e milioni di volti di uomini e donne come loro che bevevano quella stessa acqua, che la usavano ognuno in maniera diversa per lavarsi, per cucinare e in tanti altri modi di cui non riuscivano a scovarne il motivo.
Trovarono anche molte gocce abbandonate, sporche, trascurate, sprecate, come quelle delle lacrime di madri che piangevano i loro figli morti in modi crudeli…anzi trovarono molte lacrime…Rimasero sconvolti nello scoprire tanta disumanità negli uomini e così poco rispetto per quell’acqua che continuava a scorrere, che non era mai la stessa che passava tra le loro mani, e che dava continuamente vita. Capirono che era importante che i loro figli, e i figli dei loro figli e così i figli dei figli dei loro figli, non dimenticassero mai quello che avevano letto e che imparassero a portare dentro il cuore ammirazione e cura per ogni singola goccia di cui avrebbero fatto esperienza, perché in ogni goccia c’era ogni uomo e ogni figlio che verrà”.
Le lacrime di Alba, scendono sul suo viso come rivoli di luce, calde sulle sue guance, le fa cadere sulle morbide manine di Sofia e poi insieme le fanno scivolare nel fiume: “Così ora il fiume porterà al mare la mia memoria e la tenerezza della tua pelle innocente”.
Poi rivolge lo sguardo a Franco, profondamente commosso, come sempre quando riassaporava la genuina bellezza della saggezza della sua donna.
Ora Alba lo penetrava con lo splendore dei suoi occhi, gli prende la mano per portarsela sul ventre, e poi la guida per immergerla nel fiume, e delicatamente gli sussurra: “…E porterà ancora vita”.
di Emanuela Luongo
© Produzione riservata
(25.09.2007)
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Visitare La Specola
Terni – Firenze. Nel cuore della città vecchia i piccoli tesori de La Specola Cinquemila esemplari animali esposti al pubblico, tra imbalsamazioni e repliche perfette; per i cultori dell'anatomia cere di epoca settecentesca, fedelissime riproduzioni del corpo umano, fattura eccezionale di mastri artigiani del XVIII secolo.
Signore e signori ecco a voi La Specola, sezione di zoologia e anatomia del Museo di Scienze Naturali di Firenze, un gioiello della cultura e della scienza incastonato nella parte “vecchia” della città, in via Romana, a due passi da Palazzo Pitti.
Oggi di proprietà dell'Università di Firenze, le origini de La Specola risalgono al 1775 quando il Gran Duca Pietro Leopoldo di Lorena istituisce l' Imperial Regio Museo di Fisica e Storia Naturale che, nel corso dei decenni, arriverà ad inglobare diverse collezioni di botanica, paleontologia, zoologia, anatomia.
La mia visita all'esposizione non è programmata, entro nel museo quasi per caso, vergognandomi di non averci mai messo piede in quattro anni di università. Rimango immediatamente colpito dalla bellezza dei locali immersi in un silenzio surreale. Passanti, turisti, strada: i rumori del quotidiano sembrano scomparsi.
Sono poche le sedi universitarie rimaste nel centro storico fiorentino e, quella di via Romana, mi ricorda la mia facoltà in Piazza Brunelleschi, a due passi dal Duomo, o anche la facoltà di Magistero, dietro alla Santissima Trinità.
Maestose vestigia del passato, le facoltà del centro storico preservano quiete e austerità ormai scomparse dai grandi poli decentrati, spinti in periferia tra edifici in cemento armato, palazzoni asettici che bene danno l'idea dell'università come esamificio. Due piani e due mostre: minerali e gemme al I, animali e corpo umano al II.
Nemmeno internet, con i documentari del National Geographic reperibili ormai da chiunque, è riuscita a regalare l'emozione che dà la vista di migliaia di esemplari impagliati: mammiferi (addirittura dugonghi e focene), rettili, uccelli (una miriade, dalle rondini agli albatros e tucani), invertebrati e pesci cartilaginei, quali ad esempio lo squalo volpe (alopias vulpinus) o il tigre (galeocerdo cuvier) adagiati in una teca, quest'ultima decorata dalla maestosa e terrificante mandibola del grande squalo bianco. Le fauci della bestia hanno cento anni, risalgono infatti al 1895, quando un esemplare di sei metri fu catturato a Monte Rosso, Liguria. Lo squalo bianco da tempo immemore nuota anche nel Mediterraneo, in particolare gli avvistamenti più numerosi sono avvenuti negli anni nel Tirreno e nell'Adriatico.
Non lontano dall'inquietante muso schiacciato dello squalo tigre una grande raccolta di cere, cere anatomiche che raffigurano corpi interi o parti di essi. Capolavori realizzati nel XVIII secolo quando, in piena Epoca dei Lumi, la ricerca scientifica e medica ricevette un forte impulso. Manufatti di incredibile bellezza e perfezione, dovizia di particolari da far impallidire tecnici del 3D. Nervi, muscoli, organi sembrano fotografati in un sala operatoria tanto grande è stata la capacità di copiare la natura. Ne sono emblematici esempi lo 'spellato' e la sezione cranica che vi proponiamo.
In una piccola stanza, posta poco prima dell'uscita, la peste (morbo gallico) come appariva agli uomini del Seicento. Opere del ceroplasta Gaetano Giulio Zumbo propongono gli effetti della piaga sui corpi e le fasi della loro decomposizione. Sono le cere più antiche: risalgono agli anni novanta del XVI secolo.
di Marco Petrelli
(13.12.20011)
Museo di Storia Naturale La Spegola
Via La Pira, 4 - 50121 Firenze (FI)
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Nel buio lo smarrimento
“Cosa fare di fronte al disastro” - Alluvioni e disastri materiali (due in dieci giorni) si sommano a alluvioni e disastri economici e finanziari e tutti insieme, proprio nelle stesse ore, sconvolgono questa povera Italia, “nave senza nocchiero in gran tempesta”, facendo dilagare insicurezza, angoscia, paura del futuro, smarrimento.
Possibile che proprio nel 150° anniversario della costruzione dello stato unitario degli italiani si debba rischiare il baratro quando tutti sanno, nel mondo, che la nostra è un’economia forte? I disastri naturali arrivano esattamente nei giorni più cupi ad alimentare smarrimento e depressione.
Fra i flutti minacciosi del mare in tempesta, tutti cerchiamo la stella polare per ritrovare la rotta e tutti guardiamo al timone, che sembra abbandonato a se stesso. Ma soprattutto tutti ci chiediamo cosa ognuno di noi possa fare, perché di certo ognuno di noi può fare qualcosa, anche senza rimetterci un euro.
Questa, fra l’altro, è la felice intuizione del signor Giuliano Melani che ha invitato tutti gli italiani a comprare, lunedì prossimo, i titoli pubblici dello Stato (il risparmio degli italiani è fra i più alti nel mondo).
na strada semplice e facile, ma geniale (e pure conveniente) per una prima uscita dal rischio fallimento. E’ noto infatti che il Giappone è enormemente più indebitato di noi: lì il rapporto debito/pil è addirittura al 223 % e quello fra deficit e pil è al 7,50 %.
Ma il Giappone non incorre nelle punitive speculazioni del mercato e nelle umiliazioni di altre potenze proprio perché tutto il debito pubblico è allocato nelle mani dei risparmiatori giapponesi.
Dunque il “teorema Melani” dovrebbe farci aprire gli occhi. Più in generale dovremmo capire che impegnarsi (utilmente) invece che (inutilmente) indignarsi è il primo passo di una riscossa civile e di un soprassalto di dignità nazionale.
Anche perché è ben difficile confidare nei politici e nelle élite (considerata pure la disastrosa prova che stanno dando oggi, come nel passato).
Costoro dovranno cambiare radicalmente per riguadagnarsi la nostra fiducia. Ma anche noi dovremo cambiare.
La “malattia” italiana attuale è anzitutto una malattia spirituale e morale, perché il Paese ha tutte le risorse materiali per tappare le falle apertesi nella nave e riprendere la navigazione.
Occorrono qualità umane (disinteresse, dedizione al bene comune, sapienza, dignità, senso di responsabilità, spirito di sacrificio, onestà e solidarietà) più ancora che risorse finanziarie.
Lo ha sottolineato ieri lo stesso presidente della Repubblica quando ha detto che per uscire dalla crisi bisogna “ritrovare la strada della coesione sociale e nazionale”.
Ha aggiunto: “Bisognerà cambiare molte cose nel modo di governare, produrre e lavorare, vivere e comportarsi di tutti noi”, “indispensabile sarà lo spirito di sacrificio e lo slancio innovativo, affrontando anche decisioni dolorose che potranno apparire impopolari”.
Napolitano ha concluso: “L’Italia non può trovare la sua strada in un clima di guerra politica. È indispensabile riavviare il dialogo tra campi politici contrapposti”.
Quello che serve è una rinascita spirituale e morale, perché le risorse economiche per far fronte ai problemi ce le abbiamo già. Ma allora a chi rivolgersi per ritrovare energie morali che possano far cambiare la mentalità di una classe dirigente e di un popolo? A chi guardare?
Anche la Chiesa è chiamata a dare il suo prezioso contributo per il suo millenario rapporto di maternità col nostro popolo. Ma qual è il primo contributo che i cattolici possono dare al bene comune?
C’è anzitutto la loro operosità (la si vede in atto anche a Genova in queste ore), c’è la carità, che sostiene tante situazioni di sofferenza e di bisogno. La loro è una presenza preziosa e indispensabile anche fra i giovani.
Ma il primo contributo dei cristiani al bene di tutti – ci ha spiegato il papa – è la fede, che si esprime anzitutto con la preghiera e che sta alla base anche della carità.
Il popolo cristiano lo sa. Vorrei dunque girare al cardinale Bagnasco, presidente della Cei, e a tutta la Chiesa italiana, l’appello che mi è stato rivolto da tanti lettori che mi hanno scritto, perché venga indetta in tutte le chiese del paese una grande giornata di preghiera per l’Italia.
Magari con qualche gesto solenne alla santa casa di Loreto (perché l’Italia è la seconda patria della Regina del Cielo) e presso i nostri santi protettori, ad Assisi, alla tomba di san Francesco, e a Santa Maria sopra Minerva, a Roma, dove è sepolta santa Caterina.
So che ad alcuni sembrerà illusorio l’appello alla preghiera, ma il problema è che sembrerà fuori luogo anche a tanti ecclesiastici e a tanti “cattolici impegnati”, i quali credono che il contributo che i credenti possono dare al bene comune sia anzitutto un discorsetto sociologico (o magari qualche convegno che permetta a certuni di mettersi in luce per prenotarsi poltrone o ricollocarsi per salvare posizioni di potere).
Invece il vero e più prezioso tesoro che i cristiani portano al bene comune è anzitutto la preghiera e la conversione. Perché la benedizione di Dio – come disse il Papa quando esplose la crisi finanziaria negli Stati Uniti e crollarono imperi finanziari – è l’unica certezza che non viene meno, che non tradisce, che protegge, che illumina e porta pace e bene per tutti.
L’antico popolo d’Israele vinceva le sue battaglie contro i nemici quando Mosè teneva le mani alzate in preghiera. Così anche la Chiesa sa, da sempre, che la preghiera è una forza potentissima. Basti dire che Benedetto XVI – sulla scia di Giovanni Paolo II – nei giorni scorsi ha di nuovo messo in relazione il crollo incruento delle dittature comuniste del 1989 con la preghiera dei cristiani e dei martiri.
E la Madonna – a Fatima e a Medjugorije – ha ripetuto che la preghiera ha perfino il potere di fermare o allontanare le guerre (anche se certe élite cattoliche sembrano ignorarlo).
Infatti nel Motu proprio con cui indice l’ “Anno della fede”, Benedetto XVI scrive: “Capita non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune”.
Mentre “questo presupposto non è più tale”. Se qualche cattolico non crede nell’immensa forza della preghiera la fede manca anzitutto a lui.
Chi aveva molto chiaro tutto questo era un uomo, don Luigi Giussani, che pure aveva insegnato a una generazione di cattolici a impegnarsi negli ambiti sociali, culturali, civili e politici.
Quindici anni fa, nel 1996, quando l’Italia attraversò un’altra crisi – ma molto meno grave di quella attuale – don Giussani lanciò, come iniziativa pubblica, proprio un gesto di preghiera alla Madonna di Loreto e ai Santi Patroni per la salvezza del nostro Paese.
Si spiegò con queste parole in un’intervista alla Stampa:“la situazione è grave per lo smarrimento totale di un punto di riferimento naturale oggettivo per la coscienza del popolo, per cui il popolo stesso venga spinto a ricercare le cause reali del malessere e a salvarsi così dagli idoli. Questo smarrimento comporta una inevitabile, se non progettata, distruzione dello stato di benessere, che risulta così totalmente minato nella tranquillità del suo farsi. Perché riprendere, bisogna pur riprendere!”.
Sembrano parole pronunciate oggi. Nei grandi cristiani il realismo fa a braccetto con il totale affidamento a Dio (non con le chiacchiere sociologiche).
Del resto nella storia delle nostre città e del nostro popolo, per secoli, l’incombere delle avversità (epidemie, guerre, terremoti, alluvioni, carestie) ha sempre indotto la nostra gente a raccogliersi nelle chiese e affidarsi alla Madonna e ai santi della nostra terra.
E gli innumerevoli santuari e le tante immagini votive ricordano quante volte il popolo è stato soccorso, quante volte sono state scongiurate tragedie e quante volte sono stati illuminati coloro che potevano determinare il bene o il male di tutti.
di Antonio Socci
Libero, 6 novembre 2011
www.antoniosocci.com
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The Life Inside the Wall
Per Christoffersen: "The Life Inside the Wall" - The Danish artist Per Christoffereen. The filming was done February, 2011 - Dell'artista danese, che dedica la sua arte ai paesaggi e alla natura, ha avuto già modo d'interessarsi il critico d'arte Antonella Iozzo, direttore della rivista Bluarte: Il fascino della vitalità rinasce nella musicalità della sua pennalata… Più in profondità,.. luce, tepore … velature vibranti capaci di respirare nella tensione del gesto… >>.
Fonte: youtube.com
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Cairano, Borgo Giardino
Cairano (AV) - Cairano 7x non usufruisce di contributi pubblici; conta sul lavoro dei ragazzi della Pro Loco, degli apporti generosi di tanti volontari e del contributo economico della Franco Dragone Group, quest’anno destinato per il 50% alla piantumazione di orti e giardini
domenica 26 giugno, a partire dalle ore 9 e fino alle 13, nell’ambito della manifestazione Cairano 7x 2011, riprendono i lavori del Laboratorio dell’Immaginazione che vede impegnati studenti e docenti che sono giunti a Cairano da ogni parte d’Italia e d’Europa. Nel pomeriggio il gruppo visiterà uno dei paesi intorno a Cairano chiudendo quindi la tre giorni di studio e attività convegnistiche e laboratoriali.
Dopo quest’appuntamento, si rivedranno a Cairano agli inizi di settembre 2011 per scegliere il migliore progetto elaborato dagli studenti da attuare nell’ambito di Borgo Giardino. Ad inizio novembre si avvierà quindi la realizzazione di un ‘giardino progressivo’ tra case e piazze del borgo di Cairano, capace di attrarre curiosi ed abitanti; una ‘costruzione verde’ in ogni edizione, in modo da stratificare visioni e armonie intorno alla natura.
“Attraverso il linguaggio della natura e la manualità dei gesti connessa, insito geneticamente negli abitanti delle terre rurali di mezzo, si può ricercare una nuova via per riabitare questi territori, nel segno del lavoro, dell’utilità e della bellezza. Segni verdi da opporre alla catastrofe dell’inquinamento da iperconsumo. Orti e giardini, prima che rovi e muffe si approprino delle case abbandonate dagli uomini” .
Ecco allora l’idea di riprendere, ad esempio, i segni degli orti, da rurali a civici e la memoria del giardino, da luogo del benessere privato a quello comunitario. I processi di ideazione, costruzione e fruizione, articolati lungo le stagioni dell’anno, da inizi di giugno all’estate novembrina di San Martino, hanno intanto già portato e continueranno a portare nuove menti e nuove mani a Cairano.
di Angelo Verderosa
(24.6.2011)
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Venzo, le sue opere un atto d'amore
"Ogni gesto per le sue opere un atto d’amore" - L’arte di Toni Venzo, non c’è un” ultimo gesto” nel mio creare: ogni “ultimo pensiero” è proiettato in un nuovo progetto. Un viaggio insieme: attento alla natura, al colore, alla durezza, alla trasparenza. Le mie opere non cercano di trasmettere parole , non cercano spiegazioni , letture, ma piuttosto vogliono lasciarsi ascoltare e portare la persona che le osserva ad ascoltarsi…
Come è nata la sua passione per la Scultura?
Dai miei passi nel bosco.. dalla voglia di dare vita alle emozioni che provavo attraverso gli alberi che rimanevano a terra e che si prestavano a riprendere vita con nuove forme..
Toni Venzo e la natura, quale è il suo legame con il legno ?
E’ un viaggio insieme: io attento alla sua natura, al colore , alla durezza.. , la materia pronta a lasciarsi lavorare e a comunicare attraverso le forme … Oggi però non escludo anche altri materiali e lascio una finestra aperta alla mia voglia di sperimentare ..
Quale genere di legno usa per le sue opere?
Quasi tutti i tipi di legno.. è bello vedere la particolarità di ognuno :, alcune sensazioni non possono prendere forma se non con un certo tipo di legno , la leggerezza del tiglio , o il calore del ciliegio selvatico o l’eleganza del noce . Ogni albero ha il suo “carattere”.
Quale è il suo pensiero nel momento del suo ultimo gesto ?
Non c’è un” ultimo gesto” nel mio creare: ogni “ultimo pensiero” è proiettato in un nuovo progetto che mi porta cercare qualcosa più in là.. è ricerca, è crescita,è sviluppo delle sensazioni, è andare avanti..
Quale linguaggio trasmette con le sue opere ?
Forse le mie opere non cercano di trasmettere parole , non cercano spiegazioni , letture, ma piuttosto vogliono lasciarsi ascoltare e portare la persona che le osserva ad ascoltarsi.
Forse si può dire il linguaggio delle “ emozioni “ che ci parlano da dentro perché sia un dialogo con se stessi. Un momento in cui gli occhi dell’osservatore si fermano sulle forme della materia che hanno di fronte, la mente si ferma in una posizione interrogativa cercando delle spiegazioni razionali e si apre il tempo dell’ascolto delle proprie sensazioni interiori. Un “tempo-luogo-spazio” per stare con se stessi.
Le sue opere sussurrano silenziosa meraviglia per una sola voce di bellezza, è l’arte di Toni Venzo ?
Il silenzio è “sentire dentro” e per me “ sentire dentro” è meraviglia.
Nelle sue opere trasparenza e leggerezza, sempre ?
...La “trasparenza e la leggerezza” sono per me la ricerca della libertà interiore , riuscire a slacciarsi da forme troppo scontate , o pesanti o convenzionali e lasciare libera la mente di inseguire forme che assumono un carattere proprio e unico. Ma in questo c’è anche la “forza.” della sensazione che mi spinge a creare...
L’opera alla quale è particolarmente legato ?
E’ l’opera che farò.. quella che deve ancora uscire.. che mi prende dentro e non mi lascia finché non le ho dato forma concretamente…
Le sue opere hanno un titolo? In quale fase della sua arte nasce il titolo dell’opera?
Il titolo viene alla fine, non è un titolo ma un’emozione , ed è più un bisogno per l’osservatore.. o meglio per cercare di cerare un legame di comunicazione con l’osservatore.
Arte e mercato , il pensiero di Toni Venzo ?
Il mercato lo lascio a chi fa il “ mercante”, io mi occupo di creare…
Importante esposizioni a Santander in Spagna, a Stoccarda in Germania, in Grecia, al Teatro Accademico di Castelfranco Veneto e al ViArt di Vicenza, uno continuo confrontarsi , cosa le trasmette il contatto con il pubblico ?
Il “ Pubblico” per me sono le persone che incontro, che vengono a vedere le mie esposizioni, che mi chiedono tante cose e con le quali si crea un dialogo. Ogni persona è unica, mi piace la libertà di chi cerca di capire , di chi mi comunica il suo sentire, di chi si sofferma a condividere i suoi pensieri… a volte le sue esperienze. E questi sono dei momenti molto importanti . Le esposizioni diventano per me un momento di incontro e di arricchimento interiore.
I prossimi progetti di Toni Venzo ?
Ho alcune cose in cantiere sulla quali mi sto muovendo in punta di piedi.. guardando all’Europa.
di Michele Luongo©Produzione riservata
(24.06 2009)
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Il cane e la fibra ottica
Bari - "Benedetto XVI, il cane e la fibra ottica" -Deve essergli tornato alla mente e ripresentato agli occhi in tutta la sua enigmatica drammaticità. Il bassorilievo dell’ambone della Cattedrale di Troia, era già stato oggetto e copertina di un’erudita pubblicazione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, “Wesen und Auftrag der Theologie” (Natura e Compito della Teologia ) – Johannes 1993. A riguardarlo impressiona come sintetizzi, con rara forza espressiva, lo stato d’animo di un mortificato Benedetto XVI. Amareggiato dalle divisioni della Curia romana, nonché dalla disinvoltura di critiche approssimate e precipitose, che da quei corridoi non hanno esitato ad investire lo stesso trono dell’odierno successore di Pietro.
“Purtroppo ancora oggi nella Chiesa c’è il mordersi e il divorarsi a vicenda, come espressione di una libertà male intesa”, ha ammonito il Papa con le parole di Paolo, in preda allo sconforto, in una lettera ai vescovi. Definita “Triste, ma necessaria” dal cardinale Cosmo Francesco Ruppi. Iniziativa inusuale. Motivata dalla leggerezza della commissione Ecclesia Dei, nella gestione del “suo gesto di misericordia” verso la comunità lefebvriana. E conseguente alla sorpresa di fedeli e tonache di Curia che “hanno pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco”.
Il bassorilievo nella Basilica romanica pugliese mostra tre animali, che l’artista scolpì come riflesso delle condizioni della Chiesa ai suoi tempi. Un agnello sopraffatto dalla potenza divoratrice di un leone e un cane da pastore, che col suo morso coraggioso distoglie a sua volta la belva dalla presa sull’inerme. Non è potente quanto il leone e potrebbe esserne la prossima vittima, ma entra con decisione nel conflitto e cambia la piega degli eventi.
Il Papa, che naturalmente si identifica nella sua Chiesa (l’Agnello attaccato dal leone feroce, che lo tiene tra i suoi denti e ne ha già divorato una parte del fianco), si è sentito vittima indifesa. In balia di una vicenda strumentalmente gonfiata. Con uno scatto intellettuale degno del raffinato teologo, più che del pragmatico sovrano, riprende allora il rudimentale scettro del pastore e incita il cane della fedeltà, della solidarietà e del coraggio, nell’impavida azione di salvataggio.
In un sol colpo, attraverso la lettera, quel cane moltiplica la poliedricità dei suoi riflessi. Dà a Benedetto XVI la possibilità di ringraziare gli amici ebrei, in particolare il Rabbinato di Gerusalemme, per non aver cavalcato il malinteso ed averlo anzi “aiutato a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia”. E gli fa cogliere, poi, l’opportunità del momento difficile, per decidere un’innovata attenzione alla Rete e alle sue sofisticate trame d’informazione, per modernizzare ulteriormente gli approcci di una Chiesa dallo sguardo rivolto al futuro.
L’intero insieme del bassorilievo troiano diventa, in questo frangente, specchio di una ciclicità senza tempo. Questa volta la teologia lascia il campo alle vicende della quotidianità. E l’arrivo della fibra ottica del web, tra il fumo delle candele e le note dei salmi, ci dice che i tempi sono maturi per tornare alla trasparenza, perduta nella polvere dei secoli, di vecchi uomini di mare con le rughe segnate dal sale. Uomini semplici, chiamati un giorno a cambiare il mondo, da un Maestro che li esortò a rimanere pescatori e, coltivando la fede, diventare audaci pescatori di anime.
di Antonio V. Gelormini
(15.03.2009)
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