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Martedì, 12 Marzo 2013 08:16

Il fragore espressivo di Fenella

Masaniello a Bari per un ritorno a Napoli . Il fragore rivoluzionario de “La Muta di Portici” .
La sublime cavatina da Grand-Opèra: suggestione e rapimento nell’aria del sonno che Masaniello canta a Fenella.

di Antonio V. Gelormini

Bari - E’ probabile che la spinta alla composizione di “La muette de Portici” sia la risultante del perdurante coinvolgimento emotivo, che attraversò l’Europa intera, agli inizi dell’800. L’attaccamento al mito di Masaniello, oltre un secolo e mezzo dopo la sua morte, continuava ad animare i rivoluzionari d’ogni dove, e provocò quella sorta di damnatio memoriae, a cui Masaniello fu condannato, durante la dura restaurazione borbonica. Quando Ferdinando IV di Borbone ne ordinò la dispersione delle spoglie, per cercare di neutralizzare la carica irredentista, che la sola evocazione del nome provocava tra gli animi esasperati non solo del popolo partenopeo.

La corte di Napoli era pur sempre la seconda in Europa, dopo quella di Parigi. Per cui era evidente che un fatto di tale portata non rimanesse impigliato nelle reti domestiche della cronaca locale, ma diventasse motivo d’ispirazione diffusa e in particolare in Francia, per Daniel Francois Esprit Auber, prima, e per Eugène Scribe e Germain Delavigne di conseguenza.

Riscatto degli oppressi, coscienza di classe, sentimento morale e dignità della persona diventano la base della ricerca artistica nella quotidianità degli umili, un approccio che si delinea sul palcoscenico dell’opera, ma che esploderà – più tardi - in tutta la sua carica emotiva nella letteratura di Victor Hugo e del suo capolavoro: Les Miserables.

Un grido a lungo soffocato, per dire al mondo intero che siamo tutti uomini e donne sotto il cielo, ma non fatti della stessa pasta. Che c’è molta più etica e morale nei bassifondi di Parigi, come nei vasci di Napoli o di Portici, che nei saloni luccicanti dei palazzi reali, dove ciprie e parrucche continuano a coprire vergogne e umori di nobile fattura.

Il fragore espressivo e l’irrefrenabile dinamicità della muta Fenella sono solo la punta più evidente di un processo scenico rivoluzionario, messo in atto da Auber e dai suoi illustri librettisti. Dalla protagonista senza voce, paladina della vasta platea dei “senza voce”, all’esaltazione della solidarietà femminile, che rende complici e non rivali Elvire e la stessa Fenella.

Dalla sacralità dell’ospitalità al rispetto della disperazione, foss’anche quella del nemico o dell’oppressore (un nemico che aveva perorato la causa di Fenella, quando per rabbia e vendetta avrebbe potuto schiacciarla). Quindi, al valore indiscusso della riconoscenza, baluardi etici e morali intimamente custoditi nella roccaforte plebea della società: da difendere a costo anche dell’estremo sacrificio, per non farsi travolgere dal relativismo di corte imborghesito e dai ciechi sentimenti di vendetta.

Un processo virtuoso che Emma Dante, con la sua regia, rinnova magistralmente sul palcoscenico più consono del Teatro Petruzzelli che, meglio dell’Opera Comique parigino, in questo caso si fa Cattedrale di una celebrazione niente affatto liturgica: rivendicare il diritto alla pietà, per praticare l’esercizio della carità. Ovvero: mettere in evidenza dove albergano, in realtà, “nobiltà d’animo” e “dignità umana”.

Una rivoluzione che esalterà l’azione corale in scena, quella della trama e quella degli interpreti, quasi come contraltare al silenzio forzato di Fenella (da urlo la straordinaria interpretazione di Elena Borgogni), in cui spiccano duetti e giochi di sponda, che fanno da contrappunto alla rete a maglia fine di sonorità e tonalità tipiche dell’elegante compositore francese. Elvire e Fenella, Fenella e Masaniello, Masaniello e Pietro, il Coro del Petruzzelli abilmente diretto dal maestro Franco Sebastiani, il timbro deciso e accattivante di Maria Alejandres (Elvire) e Michael Spyres (Masaniello), nonché l’Orchestra del Petruzzelli e la direzione accorta e trascinante di Alain Guingal.

Su tutti la sublime cavatina da Grand-Opèra in apertura del IV atto: suggestione e rapimento nell’aria del sonno che Masaniello canta a Fenella. La cura amorevole del fratello che si fa madre, per addolcire le sofferenze ed implorare un sogno felice per la terrorizzata Fenella (Ferme tes yeux, la fatigue t’accable/Repose en paix, je vellerai sur toi/Du pauvre seul ami fidéle/Descends à ma voix qui t’appelle/Sommeil, descends du haut des cieux!/De son coeur bannis les alarmes/Qu’un songe heureux sèche les larmes/Qui tombent encore de ses yeux).

Il sacrificio estremo del capo-popolo Masaniello, travolto dalla furia dell’esasperazione che lui stesso aveva animato, e che continuerà a lungo a rinnovarsi, renderà “santo” quell’irrefrenabile silenzio, fissandolo nella quotidianità delle mille edicole che continueranno, ad ogni angolo di strada, vascio o gentile che sia, a garantire conforto a una disperazione diffusa senza tempo e senza fine.

Lodevole ed apprezzabile il coraggio della Fondazione Petruzzelli, per aver voluto puntare sull’inusualità di un titolo in cartellone, che si rivela un successo così come lo fu all’esordio e per lungo tempo poi. L’auspicio che il capolavoro di Auber possa tornare a far breccia anche in altri Teatri, magari con questa versione barese salutata da consensi ed applausi convinti, guarda innanzitutto al San Carlo a Napoli. Masaniello lo merita, c’è un debito da saldare verso di lui!

di Antonio V. Gelormini
   (12.03.2013)
Via Cialdini è su www.facebook.com/viacialdini e su Twitter: @ViaCialdini

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Sabato, 26 Maggio 2012 11:59

Tosca di Mirabella

Bari - La “Tosca di Mirabella”, come è già stata battezzata dal passaparola in sala, merita dalla prima all’ultima nota il tutto esaurito del Teatro Petruzzelli, per ben sette repliche dal 24 al 31 maggio. Una Tosca eroica, vibrante e drammaticamente forte, secondo il dettato del Maestro Alberto Veronesi, che dai toni pastello dell’inizio, nel travolgente amore per il pittore Cavaradossi, si accende nel fatale grido rivoluzionario, per confondersi nei riflessi luminosi, tragici e speranzosi di un’aurora romana di pieno ‘800. E per far proprio l’anelito di libertà diffuso, ma strenuamente soffocato dalla protervia borbonica annidatasi nel cuore del potere dello Stato Pontificio.

Il tutto attraverso una “messa in scena” fedelissima al libretto di Luigi Illica, che la regia di Michele Mirabella fa diventare liturgia moderna e teatrale, per rendere quanto mai “visibile” la trama musicale finemente tessuta da Giacomo Puccini.
Giuseppe Verdi ripeteva che: “Copiare il vero può essere buona cosa, ma inventarlo è meglio, molto meglio”. Ecco, “inventare il vero” è la cifra che Puccini prima e Mirabella oggi fanno propria, per onorare il patto con le aspettative di un pubblico attento ed esigente: l’impegno costante di “ribadire l’emozione”.

Lo testimoniano il cammeo che lo stesso Puccini riserva al maestro Verdi, nel parallelismo del ventaglio usato da Scarpia, col fazzoletto di Jago nell’Otello (citazione autoreferenziale Jago/Giacomo), quale strumento di gelosia senza confini. Nonché i ripetuti accorgimenti della regia “mirabelliana”, che racconta la musica col teatro e tutto quello che questa affascinante parola-concetto comprende e rappresenta.

Scena dopo scena, dal contrasto stimolante di una sorta di pala d’altare col ritratto accattivante della Maddalena (la Chiesa in divenire) con la classica e statica statua di una Madonna pudicamente ammantata. La stessa chiesa (S. Andrea della Valle) che si spacca, all’inizio del secondo atto, per mostrare come “nel suo ventre sia custodito il potere ed il suo abietto esercizio”, sottolinea il regista. Un Te Deum curato in ogni dettaglio, la cui composizione corale mette infine in evidenza “la falsa devozione di Scarpia” (inginocchiato in senso opposto alla Sacra Ostensione).

Fino all’intimo omaggio al Teatro, in senso lato, che si fa affetto autentico per il ritrovato e amato Teatro Petruzzelli. Quando un suggestivo gioco di luci lo “accende” nel Vissi d’arte: l’aria più celebre cantata da Tosca, nel più drammatico dei passaggi di una trama che la vorrebbe “vinta”, ma che invece la restituisce esaltata nel riscatto, nel coraggio e nella determinazione.

Una Tosca “emozionante”, che risveglia entusiasmi sopiti in un pubblico chiamato, negli ultimi tempi, a confrontarsi con un repertorio più contemporaneo e che le voci di Susanna Branchini (Tosca), Walter Fraccaro (Cavaradossi) e Marco Vratogna (Scarpia) hanno celebrato con timbro dinamico, tonalità melodiche essenziali e cadenze espressive volutamente leggibili. Centrando lo sforzo binario della direzione e della regia, che hanno voluto una versione dell’opera meno “lirica” e con più forza propulsiva nelle frasi cantate. Nelle repliche si avvicenderanno rispettivamente: Annalisa Raspagliosi, Piero Giuliacci e Mario Bellanova.

Un successo corale che coinvolge l’Orchestra della Fondazione Petruzzelli, i cori (compreso quello delle voci bianche diretto da Emanuela Aymone), il light design Franco Ferrari, gli scenografi Alida Cappellini e Giovanni Licheri, la costumista Giusi Giustino. Una ricerca del dettaglio nelle soluzioni sceniche, che ha portato a Bari anche il sistema di campane dell’Orchestra dell’Opera di Roma: il meccanismo restaurato che lo stesso Puccini aveva definito il più fedele al suono reale delle campane di Roma dell’epoca.

di Antonio V. Gelormini
   (26.05.2012)

 



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Martedì, 17 Aprile 2012 17:49

Maazel a Muti

Bari - “Barbiere Di Siviglia, Pelo E Contropelo” - Il duello in punta di bacchetta Muti – Maazel - Fendenti dal taglio dolce di una rasoiata, quelli volati nella tesissima conferenza stampa per “Il Barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini, diretto da Lorin Maazel al Petruzzelli, nella versione meno costosa (spesa ridotta di 300mila euro), ma egualmente qualitativa del Commissario Fuortes. L’allestimento del Teatro Lirico di Cagliari affidato alla regia di Denis Krief.
Non era un sassolino, quello che il Maestro Maazel con elegante insofferenza aspettava di togliersi dalla scarpa, bensì una vera e propria “schkappa”, come si è soliti chiamarla a Bari. Mano ferma e sorriso paterno, allora, per un contropelo deciso alle recenti e invelenite espressioni di Riccardo Muti sul Petruzzelli: “Spesso certe realtà del Sud diventano terre di arrembaggio per operazioni inconcepibili altrove”.

"Ricordo quando più di quarant'anni fa ero sovrintendente alla Staatsoper di Vienna”, ha esordito Maazel, “e ho offerto a Riccardo, allora ancora molto giovane, l'opportunità di debuttare. In quei mesi sullo stesso podio dirigevano Claudio Abbado, Leonard Bernstein e Carlos Kleiber. Oggi sono di nuovo qui a Bari, dopo la Carmen inaugurale della stagione, oltre a quel bellissimo concerto che abbiamo fatto a Washington nel marzo del 2011, per i 150 anni dell'Unità d'Italia, per la grande ammirazione che nutro nei confronti di questa giovane orchestra e del coro del Petruzzelli".

Ribaltando, subito dopo, l’assetto della sfida: con l’invito al Maestro Muti di dirigere lui stesso a Castleton una delle opere in programma (magari quel Barbiere di Siviglia non realizzato più a Bari), con l’orchestra della Fondazione Petruzzelli che, in tal modo, ritroverebbe l’opportunità di un’accattivante trasferta americana. Sì perché, senza sponsor ad hoc, l’operazione Orchestra Petruzzelli a Castleton resterà fissata nel taglio, prettamente shakespeariano, di un classico: “Sogno di una notte di mezza estate”.

Resta di dubbia comprensione e di discutibile coerenza la presenza al tavolo istituzionale degli attori protagonisti, insieme alla Regione Puglia e al Comune di Bari, della Provincia di Bari. Che con la sua orchestra in pianta stabile sembra aver assunto i panni di “concorrente” della stessa Fondazione Petruzzelli. E che non perde occasione di ripetere, attraverso la voce dei suoi vertici più qualificati, di non avere più fondi da destinare al Petruzzelli. Rimanendo sorda agli appelli di ricapitalizzazione necessaria di Carlo Fuortes.Tagli dolorosi tanto più che, in questo caso, non hanno nemmeno la dolcezza del rasoio. E sì che ce n’era uno almeno dinanzi a ciascuno degli intervenuti!

di Antonio V. Gelormini
   (17.04.2012)



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Martedì, 06 Marzo 2012 18:00

Travaglio Petruzzelli

Bari - “Fuortes, Prova D’orchestra” - Dopo il “presto con fuoco”, che ha accompagnato la Fondazione Petruzzellial controverso approdo commissariale e al conseguente stato d’agitazione delle masse artistiche (che tutt’ora occupano il Politeama barese), adesso è il tempo “dell’adagio, ma non troppo” a scandire le mosse del plenipotenziario ministeriale, Carlo Fuortes.

Esperienza, managerialità ed un pizzico di sana tattica negoziale, lo spingono a non rimanere insensibile alle sollecitazioni in arrivo da ogni parte, ma nel contempo a sottolineare che i tempi, di solito, li detta il direttore d’orchestra. E poiché la bacchetta ora è nelle sue mani, non c’è da sorprendersi se anche quelli degli incontri con il sindacato sembra debbano seguire la cadenza programmatica del nuovo spartito.

Al di là dei bilanci, consuntivi o preventivi che siano, del cartellone o del caleidoscopico ventaglio dei contratti di lavoro, c’è un dilemma di merito da affrontare con coraggio, lungimiranza e adeguata flessibilità, sia tecnica sia di specifica applicazione giuslavorista: che fare dell’Orchestra della Fondazione Petruzzelli di Bari.

Argomento estremamente delicato, dagli imponderabili riflessi valutativi, come ogni qualvolta si ha per le mani questioni relative ad opere d’arte. La realtà con la quale bisognerà confrontarsi, senza alcun giro di valzer, è quella di un’Orchestra e di un Coro affermati, amalgamati, apprezzati e riconosciuti nel mondo. Un patrimonio intangibile di professionalità, al tempo stesso estremamente vivo e concreto, che è diventato la vera cifra artistica identitaria e qualitativa del Teatro Petruzzelli.

Non sappiamo se vulnus ci sia stato all’origine di tale “capolavoro”, ma siamo convinti che sarebbe quantomeno irresponsabile e drammaticamente sciagurato il solo pensare a un suo eventuale smantellamento; alla stregua di un falò di manoscritti ritrovati di Mozart o di una serie di martellate su una scultura di Michelangelo.

Ben venga lo sblocco dei fondi ministeriali ottenuti dal Commissario. Ma a Carlo Fuortes, prim’ancora dei finanziamenti, dell’apertura ai privati o del reperimento di risorse complementari, sarà chiesto di pensare a come non dissipare l’autentico patrimonio del Nuovo Teatro Petruzzelli. A come non vendere l’anima al demone faustiano del rancore. Lo chiederà la città, l’ambito territoriale regionale, nonché il Paese, “ma anche” e soprattutto l’intera comunità musicale internazionale.

di Antonio V. Gelormini
  (06.03.2012)




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Domenica, 19 Febbraio 2012 19:59

Conte al Petruzzelli

Bari - “Paolo Conte, l’eleganza senza tempo” - Una vita spesa tra le suggestioni quotidiane della realtà e quelle più evanescenti dei ricordi, del cinema e della letteratura. Passioni smisurate per il jazz americano e le arti figurative, che hanno portato, Paolo Conte, dal suo vibrafono di Asti ai versi pennellati sulle scale di un pentagramma senza tempo. Rese acri dal fumo di un’eterna sigaretta e addolcite, tra un tiro e l’altro, dalla forza ambrata e aromatica di un nostalgico bourbon.

Un viaggio fatto di tableaux intramontabili, dai sottofondi arabescati, melodici e poetici. Talvolta irriverenti, altre liricamente provocatori, scritti magistralmente sulla tastiera binaria di un compagno inseparabile. Spesso per grandi amici in sintonia d’arte e di palcoscenico. “La coppia più bella del mondo” e “Azzurro” (Adriano Celentano), “Insieme a te non ci sto più” (Caterina Caselli), “Tripoli ‘69”(Patty Pravo), “Messico e Nuvole” (Enzo Iannacci), “Genova per noi” e “Onda su Onda” (Bruno Lauzi), solo per citarne alcuni.

Grazie alla Camerata Musicale Barese e al doppio concerto di Paolo Conte (unico appuntamento al Sud), nel cartellone Prestige - 70° anniversario, il Nuovo Teatro Petruzzelli diventa tempio mediterraneo per questo artista-orgoglio nazionale nel mondo, al pari dell’Olympia di Parigi e del Blue Note di New York. E tra i lampioni del lungomare di Bari è come se anche Corto Maltese facesse capolino, per celebrare un appuntamento che la matita di Hugo Pratt non avrebbe certo esitato ad immortalare, tra i pontili dei circoli nautici, i campanili di cattedrali sul mare e i labirinti soleggiati della Città Vecchia.

Nella cornice suggestiva del Politeama barese la poesia lussureggiante di colori, immagini e fantasie, per due sere, si è sinuosamente diffusa tra palchi, poltrone e balconate, abbracciando un pubblico rapito ed entusiasta, ai ritmi eleganti e inebrianti del jazz, del tango e della musica nera, attraverso memorie, sogno e risveglio futurista. Punta d’iceberg: “Diavolo rosso”, 12 minuti di intensa esecuzione corale e di assoli “senza rete”, sfociati nell’immancabile apoteosi d’applausi, per un gruppo di musicisti dalla dinamica, poliedrica e raffinata personalità.

Versi e motivi inscindibili dalla sua raucedine, che trovano l’adattamento più alto nella stigmatizzazione di Nicola Piovani: “Canzoni scritte dalla sua voce”. Una voce a cui si adatta molto l’ozio creativo del tramonto, lo stesso che accompagnava le speculazioni intellettuali dei filosofi greci. In quella luce calda e ovattata, “musa” di atmosfere decadenti e voluttuose. Per cui, è consequenziale il rimando alla sua lectio doctoralis su: “I tempi dell’ispirazione: il pomeriggio”.

Avevo in mente di chiedergli come vivesse un artista come lui, da sempre abituato ad esaltarsi nelle declinazioni ritmiche della velocità, al riflusso contingente della società in cerca di forme di decrescita, di rallentamento e di approccio “slow” del quotidiano. Come tutti i grandi artisti, quasi leggendo nei pensieri del pubblico, Paolo Conte ha risposto “in diretta”, con una versione senza respiro di “Bartali”: col rallenty tirato nella prima parte, quasi irriconoscibile, e la ritrovata cadenza del ritmo (o della pedalata) nella seconda parte, quando “tramonta questo giorno arancione”.

Un concerto bissato che rimarrà incastonato tra i cammei più luminosi del Nuovo Teatro Petruzzelli e tra i poster più blasonati della ricchissima e nobile galleria della Camerata Musicale Barese. Paolo Conte resterà il riflesso brillante di questa stagione Prestige 70°. E chissà che il Politeama barese non possa, un giorno, ritrovarsi tra le sue “stelle del jazz”: nei versi ispirati di una prossima canzone, quale testimone solenne di rinata vitalità e persistente creatività. Nonché metafora e modello, per chi non vuole rassegnarsi alla noia e alla ripetitività del banale.

di Antonio V. Gelormini
   (19.02.2012)

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Mercoledì, 01 Febbraio 2012 11:37

Intromissione della politica

Bari - “Il La …Mento Del Primo Violino” - L’orchestra della Fondazione Petruzzelli fa quadrato attorno al suo Sovrintendente, Giandomenico Vaccari, e reagisce all’ipotesi di mancata riconferma della figura che più di altre, immediatamente dopo il Sindaco di Bari, Michele Emiliano, ha contribuito al rilancio del Nuovo Teatro barese. 

All’indomani dell’ultima delle cinque repliche di “Carmen” di Georges Bizet, dirette da Lorin Maazel, per l’avvio sofferto della stagione lirica 2012, e che a luglio dall’illustre maestro sarà portata al Festival di Castleton in Virginia (USA), insieme al Barbiere di Siviglia in cartellone a Bari ad aprile, dai primi violini parte il “la” che dà voce a un’orchestra preoccupata e spaventata. 

E’ come se improvvisamente le raffiche impetuose della politica avessero spalancato, facendole sbattere, le porte e le finestre del Teatro. Sconvolgendo e travolgendo la platea, il golfo mistico, le quinte, i palchi e la stessa torre scenica. Il “la” dalle fila dei violini assume i toni di un lamento corale, per farsi argine al riaffacciarsi delle correnti dissonanti di quella stessa politica, che per anni aveva relegato nel limbo dell’indifferenza e dell’immobilismo le ambizioni e i fermenti di un Teatro Petruzzelli, anima ed orgoglio dell’intera città.

Lettera ad Emiliano ed il Cda della Fondazione Petruzzelli
Ogni volta che il Cda della Fondazione Petruzzelli discute, dimentica sistematicamente che in quel Teatro ci sono centinaia di persone che vivono mettendo la loro professionalità al servizio della cittadinanza e come ringraziamento vengono ripagati con una condanna di precariato a vita.

Noi lavoratori del teatro siamo stanchi di tutte queste beghe politiche di basso profilo.

L'unica cosa che conta per i componenti de Cda è come e dove posizionare i loro artigli, dando prova di assoluta incompetenza in materia di spettacolo lirico e sinfonico, l'unico che ha dimostrato di capirne qualcosa è Giandomenico Vaccari e per questo deve essere fatto fuori. La cosa più incredibile è che hanno accusato il sovrintendente di essere amico dei lavoratori e del sindacato, una realtà che in altri paese più civili sarebbe auspicabile.

Come al solito l'unica logica che governa certi personaggi sono gli interessi personali, chi se ne frega se un musicista non può pagare l'affitto, se un corista non può mandare i propri figli all'asilo, se un attrezzista o tecnico o amministrativo on può arrivare alla seconda settimana del mese senza fare ulteriori debiti e non essere sicuro di lavorare il mese successivo.

Chi è più crudele di qualcuno che baciato solo dalla fortuna senza alcun merito viene e sentenzia che gli artisti del teatro petruzzelli possono fare i morti di fame a vita. Ciò che conta per loro è avere le poltrone in prima fila facendo vedere che tutto quello mostra il teatro è frutto del loro lavoro.

Questo Teatro il lavoratori del Petruzzelli se lo sono costruiti da soli giorno per giorno nonostante la politica il Cda e tutto il resto abbia tentato continuamente di schiacciarli. Adesso basta prendiamo noi le redini in mano ed il Cda , sindaco compreso, dovrà fare i conti con i professionisti dedel Teatro prima di prendere altre scellerate decisioni.

Lasciateci lavorare, abbiamo fatto in poco tempo quello che nessuno di voi , cari componenti del Cda , è riuscito a fare un una vita , persino la Franciastima adesso questa città , e non certo per merito vostro , caro Cda, Lorin Mazeel dice che siamo una realtà di altissimo livello artistico e ci vuole con lui negli stati uniti, e voi caro Cda che state facendo?

Ma certo, siete impegnatissimi a pensare chi dovete fare fuori, chi dovete mettere dentro e soprattutto mantenere precari i lavoratori del Teatro. Ho sentito fare il nome di Giambrone, attenti ha massacrato il maggio fiorentino, già ma forse per voi questa è una referenza. Scusi sindaco il mio sfogo , che quello di tutti i la voratori del Teatro , ma di fronte a questo tentativo di massacro di noi professionisti del Petruzzelli dovremmo usare tutte le nostre forze per difenderci.


di Antonio V. Gelormini
   (01.02.2012)




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Giovedì, 26 Gennaio 2012 14:00

Un'altra Carmen

Bari - La ventata d’aria fresca nella nuova stagione lirica del Teatro Petruzzelli è arrivata, dolce e carezzevole, dall’alveo del suo “golfo mistico”, con le sonorità raffinate, eleganti e liricamente calde di un’orchestra impeccabile, che la maestria di una bacchetta eccellente, quella di Lorin Maazel, ha esaltato sulle note raggianti e senza confini della “Carmen” di Georges Bizet.
Un po’ più fredda, invece, l’atmosfera scenografica di una Siviglia mortificata dalla lacerante guerra civile di fine anni trenta, mentre si appresta a vivere il lungo e controverso regime di Francisco Franco, che incomberà sulla Spagna, per 36 anni, fino al 1975. Una scelta coraggiosa del regista inglese, William Kerley, e dello scenografo e costumista, Tom Rogers, che incastona l’azione scenica moderna in un fiero e austero tratto vittoriano (con riflessi anche shakespeariani, secondo lo stesso Kerley), piuttosto che nel più tradizionale, spavaldo e rivendicativo approccio di acceso sapore hemingwayiano. 

Una Carmen più continentale e meno mediterranea, che ha trovato un’ottima declinazione nelle estensioni vocali del mezzosoprano russo, Ekaterina Metlova, al suo primo confronto con la forte personalità della gitana conturbante. A farle da corona i contrappunti melodici di Laura Macrì e Marta Calcaterra (Frasquita), e di Antonella Colaianni (Mercedes). A tenerle testa, le voci maschili di un attraente Richard Troxell (Don José) e di un sicuro Corey Crider (Escamillo). Il controcanto scenico ha messo in evidenza una spigliata Sasha Djihanian (Micaëla), artefice di una delicata e magnifica “aria-preghiera” nel terzo atto.

Magistrale, ancora una volta, la performance del Coro del Petruzzelli, che il maestro Franco Sebastiani ha sapientemente modulato, insieme al maestro Luigi Leo e alle sue voci bianche, negli spazi resi disponibili dalle esigenze scenografiche della regia di Karley. Pertanto, al di là del fatto che Siviglia non è Eton, e che una corrida è evento ben diverso da una corsa di cavalli, qualche perplessità persiste tutt’ora nell’aver colto lo sforzo di trasformare il palcoscenico teatrale in schermo cinematografico, foss’anche in prospettiva tridimensionale.

Comprensibile il tentativo di ricerca di soluzioni sceniche più contemporanee (anche se Carmen è forse l’opera che ne sente meno il bisogno), magari consone anche un pubblico lontano più abituato ai piani da grande schermo, ma vedere sottoutilizzato l’enorme palcoscenico del Petruzzelli, facendolo risultare “affollato” dal copioso corpo scenico “corale” dell’opera di Bizet, non ha vinto la sorpresa del pubblico locale. Comunque soddisfatto e per niente avaro di applausi, anche per l’epilogo suggestivo di questa grande opera: “Uccidere per amore, morire per la libertà!”

Il Petruzzelli si accinge a prendere il largo, a superare le Colonne d’Ercole e a puntare dritto oltreoceano: verso quel Nuovo Mondo che si dipana lungo la frontiera moderna di festival internazionali, come quello di Castleton in Virginia (USA). Il varo della stagione lirica è stato affidato a due caravelle di pregio del repertorio operistico del Vecchio Continente: la stessa Carmen e Il Barbiere di Siviglia, a cui se ne aggiungerà una terza nel cartellone virginiano, la Bohéme, al momento ancora nel cantiere americano di Castleton.

Un po’ Ulisse, un po’ Colombo e un po’ Mosé, a prenderlo per mano e metterlo sotto la sua prestigiosa ala protettiva sarà il maestro Lorin Maazel, un “giovane” nocchiero di 81anni. Capace di passare, in poco più di tre mesi, dalla realizzazione di 5 repliche di Carmen con l’Orchestra del Petruzzelli di Bari, a una tournée in Scandinavia con i Wiener Philarmoniker, per poi tornare in Puglia e metter mano alle cinque repliche del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini. Un salto di qualità, di maturità e di professionalità nient’affatto scontato per l’Orchestra, il Coro, le maestranze del Petruzzelli, per la città di Bari e per la stessa Puglia nel suo insieme.   


di Antonio V. Gelormini
   (25.01.2012)

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Giovedì, 01 Dicembre 2011 10:30

Con Rava jazz prestige

Bari - “Rava, mentore della tromba” - L’ennesima testimonianza che un teatro non può essere un museo, tantomeno il Nuovo Teatro Petruzzelli rinato per celebrare la modernità, rappresentando anche la tradizione, questa volta ha vestito lo stile e il timbro di un marchio intangibile: il suono unico e ormai inconfondibile di Enrico Rava, il trombettista triestino ambasciatore italiano del jazz nel mondo.

A portarlo, ancora una volta, sul palcoscenico levantino è stata la Camerata Musicale Barese, nell’ambito della programmazione “Prestige”, che celebra con un cartellone da “grand parade” i suoi settant’anni di attività. Un ritorno arricchito dallo straordinario quintetto di Rava: Gianluca Petrella (trombone), Giovanni Guidi (pianoforte), Gabriele Evangelista (contrabbasso), Fabrizio Sferra (batteria) e dal loro recente progetto discografico “Tribe”.

Una serata all’insegna della musica raffinata e soprattutto marcata dalla fantasia pulita e “chiaroscura” dei dialoghi musicali di autentici talenti, esaltati dalla vena creativa e compositiva di Enrico Rava. Un suono leggero e al tempo stesso intenso e coinvolgente. Più volte indicato dallo stesso maestro come: ”Non soltanto qualcosa di fisico. Dato che il suono è qualcosa che corrisponde anche all’anima”.

Una ricerca lunga una vita, frutto e testimonianza di un peso italiano significativo nella storia del Jazz. Prodotto e praticato soprattutto dai neri, il gruppo più consistente, ma anche dagli ebrei e dagli italiani. Quando in ogni famiglia o in ogni bottega artigianale c’era uno strumento musicale, e non mancava almeno un musicista che lo suonasse. Per cui, l’improvvisazione era fatto spontaneo coltivato quotidianamente. Un patrimonio radicato nel DNA nazionale, generatore naturale di melodia e di predisposizione alla cosiddetta “jam session”.

Un’occasione per rendere omaggio al “prestigioso compleanno” del sodalizio barese, ma utile a consacrare anche l’estro talentuoso di Gianluca Petrella, il trombone barese definito “geniale” dallo stesso maestro Rava. Che ha voluto rendere ancora più essenziali gli impeccabili ed eleganti interventi della sua tromba, per lasciare tutto lo spazio necessario alla performance calda e poliedrica di Petrella e del suo trombone.

Riflessi lucidi di autentica classe, che spiccavano sul magnifico ordito musicale tessuto dalle “elaborazioni”, dai “commenti” e dalle “imbeccate” di un trio-accompagnante affiatato come non mai. Anche se il loro “soffio” virtuoso disegnava arabeschi armonici ritmicamente tracciati da tasti accarezzati, corde pizzicate e bacchette irrequiete.

Un’intesa palpabile tra eccellenze del suono, che non hanno bisogno di ricorrere al virtuosismo per conquistare la platea. Un equilibrio melodico costantemente mantenuto, anche nelle improvvisazioni più articolate. Segno di una sintonia di ciascun musicista con sé stesso e con gli altri. Una sensazione piacevolmente percepita anche dal pubblico durante le due ore di spettacolo.

La consapevolezza, infine, di un patrimonio di cui essere orgogliosi. La valutazione è di quelle che pesano ed è il suo mentore, Enrico Rava, a sancirla: “Gianluca Petrella probabilmente è il musicista più interessante che il jazz italiano abbia mai generato”.

di Antonio V. Gelormini
(28.11.2011)
 

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Sabato, 05 Novembre 2011 09:30

Tetralogia wagneriana

Bari - “Stefan Reck, inno alla gioia” - Stefan Anton Reck rimarrà a lungo nel cuore degli appassionati di musica baresi, di ogni singolo componente dell’Orchestra della Fondazione Petruzzelli e nelle pagine importanti della storia del Politeama levantino. Non solo perché da autentico “cireneo berlinese” ha accompagnato, con energica leadership, la realizzazione dell’intera Tetralogia wagneriana e il ciclo completo del Ring. Abbracciando la croce ambiziosa dell’utopia “soprintendente”, per consentire un’autentica rinascita dello stesso Petruzzelli. Ma soprattutto per la sintonia messa a punto con tutto il corpo orchestrale, con il coro e con l’insieme delle maestranze, vera e propria anima pulsante del nuovo teatro ritrovato, durante i circa quattro anni di percorso comune.

L’imponderabile casualità degli eventi ha voluto che l’omaggio a Beethoven, inserito nella stagione sinfonica 2011, cadesse in coincidenza col ventennale del “rogo maledetto” e prevedesse, all’indomani del Crepuscolo degli dei (Götterdämmerung) l’esecuzione della Nona Sinfonia in re minore op. 125, la stessa che celebrò nel 2009 l’inaugurazione riservata alle istituzioni del Nuovo Petruzzelli. Questa volta, però, nella performance odierna di una poderosa Orchestra della Fondazione: esaltata dalla bacchetta scintillante del Maestro Reck, in preda a un’entusiasmante e incontenibile carica “saltellante” alla Daniel Oren.

Un percorso titanico, quello compiuto dall’Orchestra barese, che in nove giorni ha presentato sotto la direzione del maestro tedesco i capolavori di Wagner e Beethoven, due giganti anche loro tedeschi, dopo aver dato vita in pochi mesi a ben otto produzioni diverse con altrettanti direttori. Una sorta di “prova del nove” della maturità professionale raggiunta dall’apprezzato complesso orchestrale, che ha visto l’approdo trionfale alla Nona Sinfonia, preceduto dall’atipico Concerto triplo per pianoforte, violino, violoncello e orchestra in do maggiore op. 56 di Ludwig Van Beethoven.

Una scelta tattica ed opportunamente inusuale, adatta a preparare il maestoso gran finale, da tutti eseguita con duttilità e signorilità. E che ha registrato la sicura e incisiva prestazione solista del primo violino Paçalin Zef Pavaci, nonché l’elegante e ammaliante tocco pianistico del maestro Gregorio Gofferdo, mentre la più ampia partitura del violoncello Mauro Gentile ha dato l’impressione di soffrire un certo affollamento d’archi, tanto da risultarne talvolta nascosto e in alcuni passaggi apparentemente e materialmente soffocato.
Decisamente possente l’innesto del Coro della Fondazione, magistralmente diretto dal maestro Franco Sebastiani. Un timbro vocale d’assieme in continuo crescendo, che diventa appiglio solido di ogni prestazione. Magnifiche anche le voci soliste: Svetlana Kasyan (soprano), Chiara Fracasso (mezzosoprano), Dominik Wortig (tenore) e Rafal Siwek (basso): nitide, solenni e moderne. In felice armonia con l’esuberanza pudica e contagiosa di un applauditissimo ed esausto Stefan Reck. Al quale ognuno, in cuor suo, ha detto sinceramente: grazie. E, con le innumerevoli chiamate, coralmente tutti hanno incessantemente ripetuto: “Arrivederci a presto, a Bari”!

di Antonio V. Gelormini
    (31.10.2011)

 

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Martedì, 25 Ottobre 2011 13:17

Crepuscolo da riflessi albeggianti

Bari - E’ fatta! Il cerchio è chiuso. Il Ring è stato completato. Cosa non facile in soli tre anni e mezzo. Bari e il suo Nuovo Teatro Petruzzelli ascendono nell’Olimpo dei palcoscenici operistici internazionali. La sfida è stata vinta, a pochi giorni dal ventennale del rogo maledetto e di quell’altro drammatico e indimenticabile “Walhalla”, dal coraggio e dalla pervicacia di alcuni uomini che, già allora, si dissero: “Indignati, ma non rassegnati”.

Col Crepuscoli degli Dei (Götterdämmerung) il “viaggio” nell’immensità compositiva di Richard Wagner giunge a una meta storica. “Restituendo alla città e al suo Teatro”, come ha detto Giandomenico Vaccari, artefice e nocchiero dell’impresa insieme al Maestro Stefan Anton Reck, “il pensiero drammaturgico e musicale di quest’opera antologica e del suo straordinario autore”.

Un viaggio che ha toccato la sponda del Teatro Piccinni col Prologo dell’Oro del Reno (2008), l’ansa della Fiera del Levante con La Valchiria (2009) e l’approdo finalmente al Petruzzelli per Sigfrido (2010) e Il crepuscolo degli dei (2011). Una metafora rigeneratrice dal respiro epico ampio ed articolato, che la regia di Walter Pagliaro ha reso moderna, vivace e sostenibile, nonostante i tempi impressionanti dell’azione scenica.

Un percorso lungo e necessario, per dar modo al declino di un “potere sbagliato”, fondato su “valori” negativi come la malvagità, la falsità, la cupidigia, il raggiro o l’individualismo, anziché su “virtù” e principi solidali, di implodere inesorabilmente. E crollare sotto i colpi consapevoli di una emancipazione dell’umanità dagli dei. Non attraverso l’agire eroico di un solo uomo, Sigfrido (Jan Storey), la cui invulnerabilità risulterà ben presto relativa. Ma attraverso la determinazione e il piglio femminile di Brünnhilde (Nina Warren), che valorizzerà il sacrificio di Sigfrido e favorirà la presa di coscienza collettiva di poter essere “attori del proprio destino”.

Wagner, autentico uomo e genio di teatro, rappresenta e racconta in musica il tramonto della rassegnazione e l’alba di un’interpretazione personale, soggettiva e al tempo stesso “comunitaria” della trama umana, quale vera e propria grande sceneggiatura teatrale. Sintomatico come la semplice doppia battuta incalzante, che caratterizza uno dei motivi più suggestivi dell’opera: la Marcia Funebre di Sigfrido, si trasformi nell’ossessione ripetitiva: da lugubre commento drammatico a trionfo martellante di riscatto.

L’epilogo wagneriano barese ha fatto registrare una più che mai sicura, matura ed impeccabile prestazione dell’Orchestra della Fondazione Petruzzelli, magistralmente guidata dalla solida mano del direttore Reck. Che forse, per l’occasione, avrebbe meritato una presenza scenica più corposa, in stile con i palcoscenici solitamente affollati del grande compositore tedesco. La sensazione è stata quella di un corpo corale “alleggerito” (per carenza di ricorse?) e pertanto meno incisivo. A farne le spese, in qualche modo, è stato lo stesso cast, spesso costretto a colmare spazi fisici e sonori piuttosto larghi. Naturale che a risultarne esaltati, alla fine, siano stati la leadership e il carattere irritante del cattivo Hagen (al secolo “indigeno” Bjarni Thor Kristinsson), nonché i costumi e i movimenti scenici delle Ondine-Figlie del Reno (Valentina Farcas, Sara Allegretta, Hannah Esther Minutillo). Oltre alle scene, i costumi e a un insolito quanto piacevole uso dei colori di fondo.

Il trionfo della sofferta e fertile forza dell’amore. Unico antidoto “rivoluzionario e rigenerante” a tutto ciò che infesta il Reno, in cui riconosciamo l’intera umanità. Una forza che non può che identificarsi nella fusione sublime dell’umano e virile sacrificio e dell’eterno femminino. Epifanie complementari dell’Amore supremo. Una redenzione incarnata anche dalla complementarietà tra poesia e musica, scrittura e composizione: i due fuochi che animano con costanza l’ellisse cosmica wagneriana. “La glorificazione di Brünnhilde” pertanto, chiosa il musicologo francese Jean-Jacques Nattiez, “diventa redenzione degli uomini attraverso la musica”. O meglio, attraverso l’amore per la musica!

di Antonio V. Gelormini
(24.10.2011)

 

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