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Lunedì, 27 Febbraio 2012 16:59

Dimessomi per senso di responsabilità

Riportiamo: L’intervista di Silvio Berlusconi rilasciata a Marcello Foa per il Corriere del Ticino:-
Presidente Berlusconi, lei continua ad appoggiare Monti e i giornali scrivono che «pensando al 2013 lei non vuole lasciarlo alla sinistra». Che succede? Da lontano è difficile capire…
"Se lei pensa che in questi primi tre mesi del nuovo Governo vi sia stata qualche oscillazione da parte nostra, devo smentire. Fin dall’inizio abbiamo sostenuto Monti con il nostro voto, lo stiamo facendo e lo continueremo a fare con lealtà e senso di responsabilità, per l’interesse superiore dell'Italia . Dobbiamo risolvere oltre all’emergenza economica, un’altra emergenza, quella istituzionale, per fare dell'Italia una democrazia moderna e garantire una piena ed effettiva governabilità. Il Governo dei tecnici è sostenuto quasi dall’intero Parlamento, e solo questo largo appoggio può consentirci di fare quelle riforme che una sola parte politica non può fare con i suoi soli voti».

Quali riforme?

«Mi riferisco alla riforma dell’architettura istituzionale dello Stato, che riguarda il Parlamento, il numero dei deputati, il Senato delle Regioni, la Cortecostituzionale, i poteri del premier e del Consiglio dei ministri, fino all’introduzione di una nuova legge elettorale e alla riforma della giustizia».

È proprio sicuro che Monti sia così popolare tra gli italiani e gli elettori di centrodestra?
«I bilanci si fanno sempre alla fine. Ma tutti vedono che vi è una sostanziale continuità tra il programma di Monti e quello del Governo da me presieduto. È una continuità che lo stesso premier ha più volte riconosciuto. Conosco bene la serietà e la competenza di Monti, che io stesso nel 1995 sostenni per l’incarico di commissario europeo al Mercato interno. Mi piace ricordare che già nel discorso di insediamento del mio primo governo nel 1994, che in questi giorni mi è capitato di rileggere, citai proprio il prof. Monti, “fautore come noi siamo di un liberismo disciplinato e rigoroso”».

Nel ‘94 appunto, ma oggi siamo nel 2012…
«E oggi lui si trova nella condizione ideale per realizzare quelle riforme che il mio esecutivo aveva avviato, senza poterle portare a termine per la riluttanza dei partner della nostra coalizione e per la forte contrarietà preconcetta dell’opposizione. Per questo gli daremo il sostegno necessario. Vogliamo liberarci dei lacci e dei lacciuoli che ostacolano la crescita dell'Italia, inclusa la riforma del mercato del lavoro per rendere effettiva la libertà di concorrenza e restituire competitività all'Italia. Sono riforme liberali e penso che i nostri elettori apprezzeranno il nostro responsabile atteggiamento quando si tornerà a votare. Tanto più che oggi Monti gode di un buon consenso, come indicano i sondaggi».

Paese complesso, l'Italia. Negli ultimi anni l’asse con Bossi è stato saldissimo. Ora invece volano le incomprensioni e gli insulti. L’alleanza è finita. Perché?
«Perché noi abbiamo deciso di sostenere il Governo Monti per senso di responsabilità verso l'Italia, anche a costo di pagare un prezzo momentaneo; la Lega, invece, vuole dimostrare la sua identità e ha una posizione diversa dalla nostra sul governo dei tecnici. Ma non parlerei di rottura: continuiamo a governare insieme molte amministrazioni locali».

Domani correrete davvero senza la Lega?

«Per il futuro mi auguro che con la Legasi possa continuare ad avere una solida e leale collaborazione a tutti i livelli come è sempre stato».

Insomma, non chiude la porta. Intanto, però, PdL e PD stanno lavorando a una nuova legge elettorale che potrebbe portare a un bipolarismo forzato se le clausole di sbarramento fossero troppo elevate. Dentro i due grandi partiti, fuori o ininfluenti quelli piccoli. Non c’è il rischio che erodendo la pluralità partitica si limiti la libertà di scelta?
«In questi anni abbiamo introdotto in Italia un sistema bipolare che ha ridotto il numero dei partiti e assicurato una maggiore durata del governo rispetto al passato. Ricorda? Reggevano in media appena undici mesi. La nuova legge elettorale sarà una buona legge se, oltre a consentire agli elettori di scegliere il proprio rappresentante, lascerà intatte le conquiste del bipolarismo e della governabilità. Questo non significa certo aumentare il numero dei partiti. All’ Italia non serve tornare al carnevale di Rio della politica». 

Dica la verità: ma è davvero Alfano il suo erede? Guardi che ci credono in pochi…
«Certo che sì. Alfano è stato eletto all’unanimità dal nostro Consiglio. Ha 35 anni meno di me, è autorevole e realizza il cambio di generazione di cui tutta la politica italiana ha bisogno. E le dirò di più. Sarebbe ora che anche gli altri politici che siedono in Parlamento da trent’anni, se davvero credono in ciò che dicono sui giovani e sulla necessità di innovare, facessero un passo indietro. Se qualcuno nel PdL non crede in questo cambiamento, dovrà ricredersi».

Nel ‘95 molti la diedero per finito e lei risorse nel 2001. Nel 2006 idem e lei vinse nel 2008. Oggi pensano che Berlusconi sia spacciato e lei ha dichiarato che non intende ricandidarsi… Non è che si sbagliano anche stavolta?
«Continuerò a fare politica, ma in modo diverso dal passato. Non mi candiderò più alla guida del Governo, ma come presidente del primo partito italiano in Parlamento agirò da “padre fondatore”, darò consigli alle nuove leve, cercherò di trasmettere quei valori di libertà e di democrazia per i quali sono sceso in campo e che sono tuttora il nostro credo politico, contro quella cultura dell’invidia, dell’odio e del giustizialismo che finora ha dominato gran parte della sinistra in Italia ».

C’è chi sostiene che, Monti o non Monti, il peso del debito pubblico italiano sia insostenibile. Dunque meglio scappare finché si è in tempo, magari proprio in Svizzera, come negli anni Settanta. Pessimismo esagerato? L’Italia ce la farà?
«Il debito pubblico italiano è sostenibile, e lo dimostrano i buoni risultati delle recenti aste per i titoli di Stato. Anche la speculazione se ne sta rendendo conto: lo spread, vale a dire la differenza rispetto ai titoli tedeschi, ha iniziato a scendere e anche le agenzie di rating alla fine ne dovranno trarre le conclusioni. La crisi, come ho detto più volte, non nasce in Italia ma in Europa, dove l'euro non ha dietro di sé una banca centrale come garante di ultima istanza al pari, ad esempio, della Riserva Federale americana. Quando avremo una vera banca centrale europea e gli eurobond, vale a dire i titoli emessi e garantiti direttamente da questa banca, l’Europa sarà diventata un soggetto politico unitario e forte, non più diviso tra Paesi debitori e Paesi creditori».

Ma l’euro sopravviverà?
«L'euro è ormai la moneta dell’Europa, supererà questa crisi e durerà a lungo nel tempo. Altrimenti non avrebbero senso i sacrifici che stiamo facendo. Il problema è la lentezza con cui si muove l’Europa».

Alcuni scrivono che sono stati i «poteri forti non italiani» a farla dimettere, con la complicità decisiva di Merkel e Sarkozy. Si sente vittima di un golpe?
«Sono stato io a dimettermi e a fare un passo indietro per senso di responsabilità e per senso dello Stato. Ho fatto questa scelta pur avendo ancora la maggioranza nei due rami del Parlamento, senza che il mio Governo fosse mai stato sfiduciato. Solo con un governo tecnico si può trovare l’accordo tra maggioranza e opposizione, tra centrodestra e sinistra, per approvare quelle riforme che prima ho ricordato e che sono indispensabili per superare la crisi economica e rendere governabile l’ Italia».

Oggi però il PdL, a giudicare dai sondaggi, non si salva dall’ondata di disgusto per la politica. Cos’è andato storto? E domani che ne sarà del partito? Vuole davvero chiuderlo e ricominciare dal basso, dalle liste civiche?
«La democrazia è il peggiore di tutti i sistemi, con l’eccezione di tutti gli altri”, ha detto Winston Churchill. Se i partiti hanno sbagliato, è giusto punire chi ha sbagliato, o, peggio chi ha rubato. Ma tenendo sempre a mente che i partiti sono alla base del sistema democratico e quindi di ogni libertà. Il nostro movimento politico, il Popolo della Libertà, si fonda su questi principi e continuerà a difenderli. Per questo presenteremo il nostro simbolo alle prossime elezioni amministrative, e stringeremo dovunque le alleanze necessarie per vincere insieme alle forze moderate che condividono i nostri valori e i nostri programmi. Per tradizione, alle elezioni amministrative c’è sempre stato in Italia un fiorire di liste civiche. Penso che la crisi dei partiti accentuerà questa tendenza. E noi dovremo tenerne il giusto conto, e tessere la tela delle alleanze, anche a livello locale, per vincere».

I liberali autentici le rimproverano di non aver realizzato le riforme liberali per le quali si era impegnato nel 1994. Cosa è mancato?
«Ho un unico torto: non sono riuscito a convincere il 51% degli elettori a darmi il loro voto. E per fare le riforme costituzionali serve almeno il 51 per cento».

Dov’è finito il Berlusconi grande comunicatore? Dalla sconfitta alle amministrative di Milano sembra aver perso il tocco magico che in passato le aveva permesso rimonte impossibili. È cambiato lei o sono cambiati gli italiani?
«Sono cambiato io. In questi ultimi anni ho raggiunto la consapevolezza che l’Italia, con questa architettura istituzionale, non è governabile. Il Governo ha come unico potere quello di presentare dei disegni di legge in Parlamento. Dopo 18/24 mesi il Parlamento approva dei testi molto diversi da quelli voluti dal Governo. Ma queste leggi non hanno vita lunga perché se dispiacciono alla sinistra o alla sua magistratura politicizzata, vengono impugnate da un Pubblico ministero che le porta dinnanzi alla Corte costituzionale che, inderogabilmente, le abroga, perché composta da 11 membri su 15 che appartengono ad una determinata area politico-culturale. Negli ultimi cinque anni questa Corte ha abrogato 241 leggi o parti di leggi. L’analoga istituzione degli Stati Uniti nello stesso periodo ne ha abrogate sette. E allora? Allora se i cittadini non si rendono conto che devono fare scelte del tutto diverse, concentrando i loro voti sui grandi partiti, se non si premia chi vuol veramente cambiare il Paese, siamo condannati all’ingovernabilità. E quando chi vince democraticamente le elezioni non riesce poi a prendere decisioni tempestive, la conseguenza è una crisi di sfiducia nei confronti della politica e della democrazia».

Trionfi e sconfitte, grandi polemiche, grandi scandali, grandi processi. Comunque «una vita che non è mai tardi. Di quelle che non dormi mai» per dirla alla Vasco Rossi. Lei l’ha avuta quella vita. C’è qualcosa di cui si pente e che oggi non rifarebbe?
«Non ho davvero nulla di cui pentirmi. Dovrebbero invece vergognarsi i miei persecutori, che da quando sono sceso in campo non hanno mai smesso di inventarsi processi fondati solo sulle calunnie, una macchina del fango mediatico-giudiziaria, una campagna di diffamazione su scala internazionale che non si è ancora fermata: anzi, dopo che mi sono dimesso dal Governo, l’accanimento giudiziario contro di me è addirittura aumentato».

Intanto sono passati 19 anni da quando annunciò la «discesa in campo». Scusi la franchezza: ma chi gliel’ha fatto fare? Il suo ex grande amico Montanelli l’aveva avvertita … Nonostante tutto ne è valsa la pena?
«Sono orgoglioso di aver salvato l’Italia nel ’94 da un governo che sarebbe finito nelle mani del Partito comunista italiano, cioè di un partito e di una ideologia sconfitta dalla storia. Ho la coscienza di avere servito il mio Paese con tutte le forze e con totale onestà intellettuale. Mi amareggia l’essere ripagato con un accanimento che non ha eguali nella storia da parte della sinistra giudiziaria. Vogliono distruggere la mia immagine di uomo, di imprenditore e di politico. È l’ennesima prova che la decisione di impegnarmi nella vita pubblica, per salvare l’ Italia dal comunismo e per cambiarla, non mi è stata perdonata da quei poteri che si sono visti insidiati nei loro interessi e nelle loro ambizioni. Ma non per questo lascerò l’impegno politico. Anzi, continuerò con la forza e con l’impegno di sempre».

E all’Italia «dei magistrati», «dei comunisti» cosa dice dopo 19 anni? Hanno vinto loro o ha vinto lei?
«Per ora sembrano prevalere l’invidia e l’odio. Ma vincerà l’amore, ne sono sicuro».


di Marcello Foa
(27.02.2012)

Immagine: Silvio Berlusconi (Marco Merlini/LaPresse)





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Giovedì, 27 Ottobre 2011 09:51

Attacco alle pensioni, poi all’Inail

Palermo – “Lo sfottò sulla letterina” - L'avventurismo e la mancanza di senso della Nazione delle opposizioni italiane sono davvero stupefacenti! Oggi sono tutti a sfottere il Governo per la "letterina" di risposta alle ingiunzioni dei mafiosi proprietari della Unione Europea Sarkozy e Merkel, tutti a criticare la mancanza di autorevolezza del Presidente del Consiglio che non sa imporsi alla lega . L'opposizione e i pennivendoli liberisti della stampa italiana sono ben rappresentati da Gramellini che fa una pesante satira sulla irrisolutezza e sulle difficoltà del governo. Avremmo dov uto ubbidire a tamburo battente, cedere subito le pensioni di anzianità, portare il limite magari a 70 anni.

L'Italia quindi si trova presa tra due morse: le pedate e le ingiunzioni condite da risolini sarcastici della Francia e della Germania ed una opposizione che attacca da destra il governo per le difficoltà che sta frapponendo a cedere sulle pensioni fino a ieri considerate in equilibrio fino a dopo il 2050.

I liberisti si sono inventati un altro punto di vista per attaccare le pensioni e cioè che assorbono il 15 per cento del PIL che il padronato, avendo prosciugato tutti i barili, vuole per se, per impadronirsi della grande risorsa INPS. Subito dopo attaccheranno l'INAIL il cui fondo fa gola alla Confindustria abituata a parassitarsi sulle risorse e sul patrimonio dello Stato ed ansiosa di avere nuova carne da spolpare assieme alle privatizzazioni dei beni pubblici da svendere. Hanno già l'acqualina in bocca in molti a fronte della svendita dei terreni dello Stato che valgono otto o nove miliardi di euro. Si venderà anche la tenuta di San Rossore?

Sarkozy che ha un sistema pensionistico che costa più di quello italiano con un limite a 60 anni per le pensioni aspetta che si compia il misfatto in Italia per estenderlo al suo paese frenato soltanto dalla scadenza elettorale nella quale spero sarà soccombente. Ma in Francia i sindacati sono assai meno servili con il governo di quelli italiani.

Tutte le ricette della UE imposte con il terrorismo ed il ricatto non sono necessarie per il risanamento dei conti ma per abbassare il sistema sociale europeo a quello americano. Sono il frutto dell'Ideologia ossessiva dei neocon liberisti che ha contagiato anche l'opposizione italiana ed in particolare il PD.

La fata turchina per convincere Pinocchio a bere la medicina fa entrare sei conigli che trasportano una bara. Pinocchio si arrende e poi guarisce. Ma la Merkel non è la fata turchina. La sua medicina accrescerà l'infelicità sociale dell'Italia senza aiutarla a guarire, a crescere, a prosperare. Non cresce un paese che tratta malissimo i suoi lavoratori ed i suoi pensionati e che ha precarizzato due generazioni di giovani con una legge orrenda. Tutta l'opposizione italiana vuole mostrarsi più pronta più servizievole di Berlusconi sia per le scelte economiche come per quelle militari.

L'establiscement trova in questo la via per la sua salvezza a spese dei lavoratori e dei pensionati. Ma è meglio per l'Italia cominciare a pensare ad una alternativa a questa Europa che diventa sempre più tiranna, ingiusta, guerrafondaia.

di Pietro Ancona
  (26,10.2011)
 

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Venerdì, 02 Settembre 2011 15:00

Processo a Gheddafi...

Catanzaro - Che  bella idea, istituire un tribunale internazionale per i crimini di guerra! Visto che c’è, mi par mill’anni che venga processato Muammar Gheddafi. Un sogno! Già immagino i giudici, il cancelliere, gli avvocati, le guardie, e l’imputato in gabbia! E un inquisitore che gli domanda: “Signor imputato, ha qualcosa da dire?”; e il signor imputato o chi per lui, mici mici a rispondere: “Io no: però se domandate al signor Berlusconi Silvio... al signor Sarkozy come si chiama lui... al signor Pincopalla già mio fedele ambasciatore in Italia e all’improvviso accortosi che io sono un tiranno... al generale, all’ammiraglio... all’ONU... ”: e così via compagnia cantando.

A questo punto, già il processo si mette male per il tribunale, il quale, intenzionato a condannare Muammar, dovrebbe condannare anche il 90% dei libici che stavano entusiasticamente con lui, nonché mezzo mondo che con lui ha fatto affari più o meno puliti e alla luce del sole o meno. E baciamano.
I tribunali, infatti, funzionano così: uno domanda, e l’altro risponde. Come si può fare per evitare che alla domanda qualcuno risponda e metta nei guai anche i giudici? Beh, un sistema c’è, ed è insito nel principio di diritto romano che mors solvit omnia, ovvero che quand’uno è defunto non può parlare se non a mezzo seduta spiritica, metodo però non riconosciuto dai codici.

Alcuni esempiucci. Nel 1989 la Germania Est, alla vigilia di sparire in un amen, era governata da un bieco oppressore, tale Honecker, il quale, ovviamente, caduto dal potere, doveva essere processato. Peccato che si trovasse, guarda caso, in Unione Sovietica. Vero che la suddetta Unione da lì a poco sparì pur essa, e quindi il crudele imputato poteva essere consegnato alla giustizia della nuova e unificata Germania; però capitò per caso che si recasse in Paraguay... sì, avete capito bene, Paraguay, una località abbastanza distante dall’Unione Sovietica nel frattempo ridottasi a Russia.

Quante ne succedono, volando di notte! Ma anche al Paraguay, volendo, si può chiedere l’estradizione. Giusto! Peccato che nel frattempo l’empio Honecker fosse morto di cancro. Capita, no? Ve la volete prendere con il tumore?

Anche il biechissimo Milosevic, tiranno serbo e assassino, ebbe la disavventura di tirare le cuoia un attimo prima di essere processato dal tribunale dell’Aia. Ahia, che coincidenza. Beh, per venire a cose nostre (plurale, che avete pensato?) anche Sindona, Gardini, Calvi sono leggerissimamente morti in circostanze non ancora chiarite e che nessuno si affanna a chiarire. Trapassati che furono gli imputati, alcuni suicidi, non li si poterono più interrogare. La scienza medica dovrebbe studiare questa nuova malattia: l’epidemia mortale degli imputati.
Dimenticavo Ceausescu, Saddam Hussein e bin Laden, tutti defunti e senza manco una tomba. Gli spiritisti, sapete, credono che, lasciando di notte sulle sepolture un foglio bianco e una penna, la mattina dopo si trova una lettera dall’Aldilà. Non è vero ma ci credo, deve aver pensato qualcuno: e giù bin Laden in bocca ai pesci.

Nel 1943 o giù di lì gli Americani, che sono “maniaci delle cause” come gli Ateniesi secondo Aristofane, annunziarono al mondo che volevano processare Mussolini. Mussolini invece venne ucciso ancora non si sa da chi e non si sa come nella gran confusione degli ultimi giorni di guerra, e non poté rispondere in tribunale, e nemmeno chiamare a testimoniare, che so, Vittorio Emanuele III, Churchill, Benedetto Croce, il papa, eccetera, tutti quelli che in qualche modo lo avevano lodato, votato, nominato, accettato, dichiarato inviato da Dio... Una volta ucciso, non si poté verificare niente di tutte queste cose un po’ imbarazzanti per l’intero pianeta.

Tutte malignità, le mie. Per smentirmi, mostratemi Gheddafi vivo in tribunale. Se morirà prima, o di piombo o di raffreddore, magari avrò avuto ragione io.

di Ulderico Nisticò
(01.09.2011)
 

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“Afghanistan, Libia: sbagliamo e non impariamo…”- Tra Bisignani e Pontida in Italia è passato quasi inosservato un annuncio epocale: l’America di Obama tratta con i talebani, come ha annunciato il capo del Pentagono Robert Gates. Gli spi doctor l’hanno presentata bene: siccome Bin Laden è morto, Al Qaida è molto indebolita, possiamo pensare al ritiro. La realtà è più sottile: dopo dieci anni di guerra, costata molto in vite umane e ancor di più in termini finanziari, l’America, che guida la coalizione internazionale, non riesce a controllare il territorio ed è costretta a scendere a patti con i talebani.

Che la trattativa riesca, peraltro, è dubbio, poiché i talebani sanno che prolungando la guerriglia riuscirebbero a logorare gli avversari inducendoli a partire senza porre condizioni. In ogni caso il significato della vicenda è evidente: non si inizia una guerra se non hai studiato le forze degli avversari, se non hai un obiettivo preciso e non sei ragionevolmente sicuro della vittoria in tempi breve. E se non hai pianificato attentamente il dopoguerra. Nessuna di queste condizioni è stata rispettata dal governo americano.

L’America ha iniziato bene la guerra, all’indomani dell’11 settembre, ma non l’ha conclusa, preferendo dirottare le forze migliori in Iraq, poi ha tergiversato, permettendo ai talebani di riorganizzarsi e quando, a distanza di anni, si è resa conto che stava perdendo il controllo del Paese, ormai era troppo tardi per sferrare il colpo del ko. Il tutto senza aver nemmeno pensato a un piano ambizioso e articolato di sostegno alla società civile.

Sono certo che nelle Accademie militari i conflitti in Afghanistan (e in Iraq) verranno studiati, ma per spiegare agli strateghi di domani come NON si debba condurre una guerra.
L’epilogo afghano non può che condurci, per analogia, a una riflessione sulla guerra in Libia, che, se possibile, è stata condotta addirittura peggio di quella in Afghanistan, sebbene gli errori commessi a Kabul fossero noti ai vertici militari.
Altro che guerra lampo. E’ iniziata in marzo e pochi giorni fa la Nato ha prolungato la missione almeno fino a settembre, sapendo che, salvo colpi di scena, altri tre mesi non basteranno. Insomma, i tempi rischiano di essere lunghissimi. E forse è il momento che gli alleati inizino a pensare a soluzioni alternative alla caduta di Gheddafi e magari ne chiedano conto a Sarkozy.

Non lo faranno naturalmente, la guerra si trascinerà, ma perché l’Occidente non impara più dai propri sbagli?
E in fondo: era davvero necessario assecondare le follie di Sarko?


di Marcello Foa
(21.06.2011)
http://blog.ilgiornale.it/foa
 

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Pubblicato in Esteri
Mercoledì, 04 Maggio 2011 01:00

Libia. Un labirinto assurdo e pericoloso

"Ma è vero Badoglismo? Se per caso L'Italia stesse provando a salvare Gheddafi ...”.
A una lettura attenta, certezze e confusione si accompagnano giorno dopo giorno sulla guerra contro il governo di Tripoli scatenata da Sarkozy il 19 marzo scorso e ancora in pieno svolgimento. La certezza è che – nonostante le dichiarazioni a raffica contrarie - l'intervento in Libia dei paesi occidentali con o senza Nato è, come ho scritto fin dal primo momento, illegittimo. Illegittimo perché le Nazioni Unite non possono intervenire nel conflitti interni ad uno Stato, ma solo in quelli tra Stati, secondo lo Statuto dell'ONU e secondo tutto il Diritto internazionale “classico”, quello dell'epoca del bipolarismo Est-Ovest (1945-1990). Illegittimo, ancora sulla base della Carta, e in particolare dell'art. 41, perché deve essere il Consiglio di Sicurezza stesso con i suoi Caschi Blu a guidare l'intervento, e non gli Stati a briglia sciolta e tanto meno una organizzazione indubitabilmente di parte quale la NATO. Illegittimo inoltre, anche se si decidesse che quello da seguire è il “nuovo” Diritto Internazionale postbipolare, quello che uno la mattina si sveglia e dice “oggi voglio bombardare questo paese che è troppo propalestinese e ha ancora una Banca statale con bassi tassi di interesse” e parte lancia in resta coprendo la sua vergogna con la foglia di fico dell'ONU.

Anche così, infatti, l'illegittimità resta. Resta perché la stessa risoluzione 1973 che prescrive una no fly zone è stata fin da subito applicata in modo “ultroneo” rispetto a quella che è una zona di interdizione aerea: non cioè un bombardamento contro le postazioni e le sedi governative dello Stato invaso nel suo Dominio riservato, ma solo una azione di pattugliamento dei cieli per impedire all' aviazione governativa alle prese con una rivolta interna di bombardare “le popolazioni civili” e le zone di insorgenza, quali non sono né i ribelli armati fino ai denti in Cirenaica, né soprattutto la popolazione della Tripolitania, che in rivolta non è e anzi appoggia con ogni evidenza il regime di Gheddafi. Alla fine della prima guerra “alleata” in Iraq, la prima no fly zone – inventata dagli anglo-americani – fu applicata solo nel sud sciita e nel nord curdo, le due effettive zone di insorgenza, e non sui cieli di Bagdad e della regione sunnita centrale, dove Saddam aveva più ampio consenso popolare. Non dovrebbe questo criterio – entro la cornice comunque illegittima della stessa no fly zone – essere applicato anche alla Libia? Non dovrebbe essere proibito alla NATO di far intervenire gli “alleati” su Tripoli e nella regione occidentale tutta?

Certo che sì. Ma la guerra di Libia non rispetta alcuna legge, se non quella della giungla. Ed ecco allora la confusione, che riguarda anche il cercare di capire quello che sta succedendo, e quale è la vera linea di intervento dell'Italia. L'accusa più diffusa è di tradimento di Gheddafi, “badoglismo” nel linguaggio tradizionale della destra. Ma è così veramente? A mio avviso non è possibile affermarlo con certezza, e si può anzi avanzare l'ipotesi che non solo la concessione delle basi alla NATO nei primi giorni di guerra, ma persino la decisione di partecipare ai bombardamenti del 25 aprile scorso mirino in realtà – nell'intenzione soggettiva del governo di Roma - a salvare Gheddafi e non a eliminarlo, come sta cercando di fare il duo Sarkozy-Cameron.

Ma per capire meglio, ripercorriamo le tappe fondamentali della guerra illegittima contro Gheddafi (e contro l'Italia) scatenata da Sarkozy il 19 marzo scorso. Dopo il via alle missioni aree francesi, con il vertice di Parigi del 19 marzo ancora in svolgimento, c'è chi tra gli “Stati volenterosi” – e fra questi il governo italiano – cerca di trasferire il comando delle operazioni alla NATO. Certo, si potrebbe e dovrebbe tornare in sede ONU, ma il comportamento di Russia e Cina nella votazione del 17 marzo – non il veto, ma l'astensione: a Mosca c'è la fiammata improvvisa e fugace del dissenso aperto Medvedev-Putin – impedisce la certezza di un freno ai bollori bellicisti del presidente francese: anche perché a frittata-risoluzione fatta, l'arma del veto è ormai in mano a Parigi e tornare indietro “secondo Diritto” non si può. Dunque altro passo illegale, il comando alla NATO, organizzazione obbiettivamente di parte, un assurdo giuridico: un pragmatismo tuttavia utile per la giungla, reso possibile anche dalla linea cauta di Obama e Gates, cosicché il passaggio delle leve del comando al Patto Atlantico frena i francesi per qualche giorno.

Perché per qualche giorno? Perché già il 2 aprile gli americani si ritirano dalla coalizione e dentro la NATO priva del peso della superpotenza, l'estremismo franco-inglese riguadagna gli spazi formalmente persi con la perdita del comando nominale. Non tutto è probabilmente univoco, vedi la notizia del 12 aprile successivo di un Drone lanciato dal Pentagono (??) sulla Libia: ma se “per errore” alcuni aerei colpiscono anche le postazioni e una nave dei ribelli, e se Gheddafi – dichiarazioni ufficiali a parte – sembra non considerare troppo ostile la posizione dell'Italia, altrimenti non avrebbe mai permesso il dissequestro della nave Asso due il 24 aprile, ecco che il giorno dopo la NATO “attiva”, cioè la NATO anglo-francese (più Canada e altri paesi minori), tenta il colpo maestro, che avrebbe potuto anche finire con l'uccisione di Gheddafi: un attacco mirato non alle postazioni militari libiche, ma al bunker tripolino del rais, 45 civili “feriti” (feriti? Una prima notizia parlava di morti) e tre sicuri morti. Un segnale evidente che Sarkozy “l'israeliano” non molla, vuole Gheddafi morto.

Quel che accade dopo, una ulteriore deriva “badogliana” di Roma, non sembra di nuovo esser tale, appare piuttosto un tentativo di contrastare dall'interno l'oltranzismo franco-inglese. Leggete le cronache: la decisione di Roma di intervenire militarmente è di poche ore successiva, cinque o sei, al bombardamento del bunker di Gheddafi (la France Presse diffonde la notizia alle 0 e tre minuti del 26 aprile). Dopodiché, inizia il “mistero” delle missioni italiane: non vien detto dove sono state compiute, un flash di agenzia parla di un “bunker” forse di Misurata, “già colpito” dagli alleati nei giorni precedenti (strano bombardamento di probabili macerie), e ci si comincia ad interrogare – vedi il Corriere di oggi – se per caso noi ci occupiamo della Tripolitania o no. Già, perché questo potrebbe essere il nocciolo della questione: se a Roma viene assegnata la regione occidentale come zona esclusiva di guerra (“protezione dei civili”, secondo la favoletta di Ban Ki Moon) allora il presunto “badoglismo” potrebbe rovesciarsi nel suo contrario, il tentativo di una difesa di fatto di Gheddafi.

E' – ripeto - solo una ipotesi. Ma anche se non fosse tale, la guerra libica resta comunque un labirinto assurdo e pericoloso da cui appare difficile liberarsi senza uno strappo deciso. Perché ad esempio, non tornare indietro passo dopo passo, verso un minimo rispetto della legalità? Perché non imporre dentro la NATO un effettivo rispetto almeno della risoluzione 1973, ricordando che gli anglo-americani con la no fly zone di venti anni fa non bombardarono Bagdad ma solo le zone di effettiva insorgenza, e questo è uno dei discrimini fondamentale tra l'azione preventiva prevista dalle zone di interdizione, e una guerra di aggressione? Perché non recuperare la memoria di Bush padre, colui che bloccò il generale Schwarzpof sulla strada di Bagdad, e che impedì a Moshe Arens di scatenare un attacco aereo contro Saddam alla fine della prima guerra d'Iraq, anno 1991?

Nonostante tutte le buone intenzioni possibili, l'azione di contrasto dall'interno di una guerra i cui promotori puntano a uccidere Gheddafi, a rubare il petrolio a a lui e a noi, e a obbedire ciecamente alle forme più oltranziste esistenti in Occidente, rischia di farci scivolare di tragedia in tragedia. La Siria incombe sempre più, e già nelle prime quarantotto ore della crisi del paese che dal 1967 sta aspettando che Israele restituisca le alture del Golan, il senatore americano Lieberman – il falco pro israeliano con cui polemizzò Putin nel vertice di Monaco del 2008 – ebbe a chiedere subito un'altra “no fly zone”, cioè un'altra aggressione. Poi dopo la Siria, ci sarà l'Iran … Per arrivare dove? Esistono altre vie? Esiste la possibilità di un rilancio della diplomazia internazionale, dopo la sconfitta del 17 marzo al Consiglio di Sicurezza dell'ONU ? Forse sì.
Un ritiro delle concessioni delle basi della NATO agli alleati - come paese sovrano e “in prima linea”, l'Italia può ben decidere autonomamente - potrebbe essere solo l'inizio di una riattivazione dei molteplici canali diplomatici oggi “in sonno”. C'è l' Unione Africana, un continente intero che ha disertato il vertice parigino di Sarkozy. C'è la Russia, con le notizie recenti di una possibile uscita di scena di Medvedev e il ritorno in sella di Putin. C'è la Cina, con i suoi interessi economici: e poi la Turchia, paese della NATO e tutta una serie di paesi minori e maggiori che possono levare la loro voce per far sì che gli anglo-francesi vengano ridotti alla ragione del diritto. Con tutti i vantaggi evidenti per l'Italia, a partire dal blocco dell'immigrazione clandestina, per più di due anni garantito dall'accordo con Tripoli del 2008.


di Claudio Moffa
 

Immagine: temi.repubblica.it
 

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Pubblicato in Politica
Martedì, 22 Marzo 2011 20:00

Da Umanitario alla Guerra

Libia: Dall’intervento Umanitario Alla Guerra Il Passo E’ Stato Breve

Il PROBLEMA- GHEDDAFI POTEVA ESSERE RISOLTO OTTO ANNI FA

L’esperienza irachena avrebbe dovuto insegnare che si parte dalla “no fly zone” per presto far degenerare l’intervento “umanitario” in una vera guerra combattuta per cielo, per mare e per terra, oltre i limiti imposti dall’Onu che in Libia è quello di impedire alle forze di Gheddafi di usare la forza aerea per attaccare gli insorti.

E’ questo il risultato di questi primi giorni dell’iniziativa militare congiunta della triade composta da Francia, Gran Bretagna e Usa che, con l’ausilio di alcuni altri Paesi, fra cui l’Italia, chissà cosa pensa di combinare in Libia. Catturare, uccidere Gheddafi, aiutare i suoi nemici a soppiantarlo o magari insediare un governo fantoccio fedele più agli interessi dei suoi sponsor che a quelli  nazionali libici ? Vedremo.

Intanto, osserviamo che, se la politica e la diplomazia avessero voluto, il problema- Gheddafi si sarebbe potuto risolvere già nel 2003, quando il dittatore ammise la responsabilità degli attentati a due aerei civili (Pan-Am e Uta) che provocarono la morte di diverse centinaia d’innocenti passeggeri.

Per risolverla non ci sarebbe voluta una guerra, ma il deferimento del colonnello alla Corte internazionale di giustizia e, in caso di rifiuto del processo, adottare tutte le sanzioni conseguenti.

Insomma, un processo severo e giusto e pubblico per rendere giustizia alle vittime e punire il/i  responsabili, come impone la nostra civiltà giuridica.

Invece, i capi dell' Occidente hanno dimenticato il bisogno di giustizia e, in questi 8 anni, si sono trastullati a scambiare effusioni amichevoli, perfino imbarazzanti, a realizzare affari d’oro col colonnello reo confesso.

Ed ora  rieccoli, sempre incollati al palcoscenico mediatico: ieri ad abbracciare Gheddafi oggi a bombardare un popolo per punire il suo aguzzino.

I soliti quattro o cinque “volenterosi”, da Sarkoszy a Berlusconi, a Zapatero, da Obama a Cameron (in sostituzione rispettivamente: di Bush e di Blair) che pretendono d’interpretare e di rappresentare la volontà della comunità internazionale, dell’intera umanità.

Per amore di verità, non possiamo sottacere che, in questi 8 anni, con Gheddafi hanno trattato, ad intervalli, anche esponenti del centro-sinistra italiano (da Prodi a D’Alema) i quali, tuttavia, non hanno concluso con lui accordi impegnativi. 

ITALIA: MENO ENTUSIASMI E PIU’ AZIONI PER EVITARNE LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA

Un pugno di superuomini “volenterosi” (quasi tutti col tacco rialzato) che hanno scatenato una guerra anomala, asimmetrica, forzando il limite del mandato sancito dalla risoluzione n. 1973 del consiglio di sicurezza dell’Onu. 

Gli attacchi aerei indiscriminati, eccessivi, devastanti stanno provocando terribili sofferenze alle popolazioni colpite e le dure reazioni persino dei vertici della Lega araba (oltre che della Lega nord di Bossi, si potrebbe aggiungere scherzosamente, ma non troppo).

Con l’intervento delle loro micidiali macchine da guerra, che sui cieli di Libia non hanno rivali (i libici dispongono di vecchi “Mig” russi e di alcuni aerei, tecnologicamente inferiori, venduti a Gheddafi dalla Francia e compagnia briscola), i comandi dei “volenterosi” continuano a colpire, anche con centinaia di missili Cruise imbarcati su mezzi navali, obiettivi civili, impianti industriali e infrastrutture primarie che non c’entrano nulla con la “no fly zone”.

Tutto ciò non può essere motivo d’orgoglio per le Autorità italiane, ma di preoccupazione visto che, per altro, il conflitto sta avvenendo con il coinvolgimento di mezzi e d’infrastrutture militari italiani e a poche centinaia di miglia dalla Sicilia e dalle altre regioni meridionali.

Le nostre Autorità, invece di entusiasmarsi per i facili successi conseguiti, da altri, “per cielo, per mare e per terra”, dovrebbero ricordarsi che stiamo attaccando una ex colonia italiana, domata dalle armate di Mussolini e del generale Graziani mediante il ricorso all’uso dei gas ad iprite, agli eccidi più efferati e alle deportazioni.

Dovrebbero preoccuparsi, codeste Autorità, dei possibili, devastanti effetti che l’escalation di questa guerra, ormai fuori del mandato Onu, potrebbe provocare all’Italia, alla Sicilia in particolare, in termini di sicurezza per le popolazioni e di salvaguardia dei nostri interessi nazionali, economici e politici. 

I DUE MISSILI LIBICI GIUNSERO DAVVERO A LAMPEDUSA?

Tutto va bene. Non c’è da preoccuparsi dell’eventuale rappresaglia libica o di atti di terrorismo imprevedibili. Francamente, questo ottimismo ci appare, a dir poco, fuori di luogo.

A questo proposito due parole vanno spese sulla vicenda dei due missili che, nell’aprile del 1986, i libici avrebbero lanciato contro Lampedusa come reazione, inconsulta, al micidiale bombardamento Usa sopra Tripoli e Bendasi.

Dobbiamo avere paura di una rappresaglia libica? I loro missili possono colpire la Sicilia, le altre regioni del Sud?

Personalmente non ho una risposta. Prendiamo atto delle rassicurazioni delle Autorità. Quelle stesse Autorità che, però, hanno accreditato, senza idonei riscontri, l’impatto, nell’aprile del 1986, dei due missili libici sulla costa lampedusana o nelle sue immediate vicinanze.

La gente, in Sicilia, si chiede: se i missili Scud arrivarono allora perché non potrebbero arrivare un quarto di secolo dopo, durante il quale la Libia avrebbe potuto acquistare nuovi sistemi missilistici, a più lunga gittata?

Domanda più che pertinente alla quale dovrebbe rispondere il governo sulla base delle informative dei servizi di controspionaggio.

A noi interessa rilevare talune incongruenze presenti nella vicenda del bombardamento statunitense, a cominciare dalla sua programmazione.

Ricordo che, nel febbraio 1986, siamo stati ricevuti al Pentagono, quali membri di una delegazione parlamentare italiana, dal segretario di Stato alla difesa, Weinberger e dal capo degli stati maggiori amm. Crowe, ai quali posi precise domande in ordine al ventilato attacco alla Libia.

Ovviamente, i nostri interlocutori smentirono categoricamente, giacché non potevano, certo, comunicare a noi la preparazione dell’operazione.

L’attacco fu scatenato, a sorpresa, due mesi dopo. A 22 anni dai fatti, qualcuno ha ritenuto di svelare il segreto di un avviso preventivo di Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, inviato a Gheddafi, tramite la rappresentanza diplomatica libica di Roma, per avvisarlo che fra il 14 e il 16 d’aprile (1986) ci sarebbe stato l’attacco aereo voluto da Reagan.

Strano che il colonnello non abbia fatto tesoro di questa qualificata informazione e sia rimasto a dormire nella sua residenza abituale e subìto il micidiale bombardamento nel quale restò uccisa la figlioletta di tre anni.

E ancora più strana appare la reazione di Gheddafi che,  quasi per ringraziare il governo italiano della cortesia, fece scagliare due missili contro una città italiana.

Ma sono davvero arrivati quei missili intorno a Lampedusa?

Non lo sapremo mai con sicurezza, giacché nessuno li vide arrivare e le autorità militari non svolsero alcuna indagine per accertare la veridicità o meno di quell’evento.        

SARKOSZY: IL SUPERPRESIDENTE CHE NON VUOLE PERDERE LE ELEZIONI

Torniamo alla tragica attualità della Libia, di questo nostro inquieto Mediterraneo dove si vuol fare una guerra per rovesciare un vecchio e screditato dittatore come Gheddafi.

Se dovesse passare questo principio, di guerre se ne dovrebbero fare almeno una trentina in giro per il mondo.

Come quella che gli stessi “volenterosi” hanno fatto in Iraq, provocando la morte di centinaia di migliaia di vittime innocenti. In Iraq la volle Bush junior, in Libia la vuole, fortissimamente, Sarkoszy, il “superpresidente” francese che non si capisce dove voglia andare a parare.

Una scelta avventurosa la sua che si colloca fuori della tradizionale politica estera francese, da De Gaulle in poi, e della sensibilità del popolo francese che, ieri, in una elezione amministrativa parziale, ha sanzionato il partito di Sarkoszy, che ha perso un sacco di voti a favore di quello della signora Le Pen che per poco non lo ha sopravanzato.

Insomma, la campagna elettorale non è facile come la guerra aerea: qui non si bombarda dall’alto e poi si scappa, ma bisogna combattere sul terreno, corpo a corpo, per conquistare i voti, uno per uno.

I dittatori, di qualsiasi risma e colore, li devono abbattere i popoli sottomessi, con mezzi propri e rischiando quello che c’è da rischiare.

La comunità internazionale può solo offrire la sincera solidarietà e, in caso di genocidio, l’intervento umanitario per evitarlo.

E dalle poche notizie vere giunte dai luoghi del conflitto (non da quelle artefatte della Tv del feudo privato del clan dei Khalifa. Altro che dittatura!) in Libia non era in atto un genocidio, per come lo intende la giurisprudenza internazionale. Gli ebrei, che il genocidio l’hanno subito, potrebbero, meglio chiarire il significato, orribile, di questa parola.    

In una parte della Libia (la Cirenaica) è scoppiata l’unica rivolta armata del mondo arabo (chi ha fornito le armi e perché?), molto segnata dal fattore etnico/secessionista contro la quale si è mosso, rozzamente, Gheddafi con le conseguenze che tutti conosciamo.

Una situazione che può verificarsi ovunque, anche nella nostra civilissima Europa (in Italia, Spagna, Belgio, Gran Bretagna e in diversi Paesi dell’Europa centro-orientale).

Se, malauguratamente, dovesse accadere cosa dovrebbe fare il governo legittimo? Starsene con le mani in mano in attesa che arrivi, coi suoi aerei, questo o un altro Sarkoszy a bombardare l’Italia per portare soccorso agli insorti? 

Perciò, la vicenda libica lascia perplessi, sia per il modo in cui è stata gestita, sia per come la si vorrebbe concludere.  

AL POSTO DI GHEDDAFI UN CONSIGLIO DI RICONCILIAZIIONE NAZIONALE

In ogni caso, l’Onu avrebbe dovuto, e potuto, deliberare subito una risoluzione per il cessate il fuoco ed inviare sul posto, invece di aerei e navi lancia missili, delegazioni di pace col mandato di trattare con le parti in conflitto una soluzione politica concordata.

Con al primo punto l’uscita di scena del colonnello Gheddafi per insediare, al suo posto, un Consiglio provvisorio unitario, sul piano politico e geo-politico, che portasse il Paese alla riconciliazione nazionale sulla base di una nuova Costituzione per una riforma democratica, pluralista e laica dello Stato.

Spiace rilevarlo, ma i fatti ci dicono che, negli ultimi anni, le Nazioni Unite sempre più stentano a svolgere, con giudizio ed equità, la loro missione di pace, riducendosi a un ente fornitore di autorizzazioni e legittimità presunte per guerre comunque camuffate.

Dando così ragione a quanti non vogliono più pagare la retta per mantenerle in vita.

Il caso della risoluzione n. 1973 del Consiglio di Sicurezza sulla Libia, (adottata a maggioranza con 10 voti a favore e 5 astensioni) è un esempio di tale preoccupante decadenza.

In forza di quel voto, si sostiene che la “comunità internazionale” ha dato mandato ( a chi?) d’intervenire in Libia con un preciso limite operativo come abbiamo visto ripetutamente violato.

 CRISI E DECADENZA DEL RUOLO ISTITUZIONALE DI PACE DELL’ ONU

A parte gli aspetti formali, mi domando: i dieci Paesi favorevoli in che misura rappresentano i sentimenti della Comunità internazionale ossia dell’intera umanità?

Vediamoli: Bosnia-Erzegovina, Colombia, Gabon, Libano, Nigeria, Portogallo, Sud-Africa, più i tre membri permanenti Francia, Regno Unito e Usa.   

Si sono astenuti, cioè non hanno approvato: Brasile, Germania, India, più i due membri permanenti Cina e Russia.

Da segnalare la singolare posizione del Portogallo, membro della Nato e della U.E, il quale ha votato per l’intervento militare, ma si è rifiutato di prendervi parte.

Non è questa l’unica condotta contraddittoria dei paesi favorevoli i quali, ai sensi dello statuto dell’Onu, potevano varare la controversa risoluzione, ma avrebbero dovuto tener conto della esiguità della loro rappresentatività demografica (circa 650 milioni di persone) contro quasi tre miliardi dei paesi astenuti, contro sei miliardi dell’intera popolazione mondiale.

In un regime democratico il principio fondante è: una testa un voto. Così dovrebbe essere anche all’Onu. E’ augurabile che, con la riforma da tutti auspicata e mai varata, si possa dare alle Nazioni Unite quella funzione di rappresentanza effettiva, democratica, che tenga conto anche della nuova geopolitica e del peso demografico delle nazioni.

Poiché la “comunità internazionale” non è data da un ristretto gruppo di Stati e di statisti più potenti o più intriganti, ma da tutti gli uomini e le donne che vivono su questo Pianeta.

ANNO 2003: INIZIA LA “RECONQUISTA” DEGLI STATI PETROLIFERI CANAGLIA

Che anno funesto quel 2003! Iniziò con la guerra d'occupazione dell’Iraq, scatenata da George W. Bush, sulla base di un falso eclatante (costruito ad arte, anche con la partecipazione italiana) e senza la piena condivisione della cosiddetta “comunità internazionale”.

Per esportare la democrazia si disse. In realtà, per mettere le mani sopra le imponenti riserve di petrolio irachene equivalenti a quasi il 10% del totale/mondo.

Perciò, il signor Bush, la cui famiglia d’affari petroliferi molto s’intende, fece carte false pur di togliere di mezzo quel dittatore scomodo (o non più comodo come lo fu durante otto anni di guerra contro l’Iran) di Saddam Hussein e appropriarsi di quel gran bene celato sotto i deserti della Mesopotamia.

Non contento del disastro iracheno (si parla di diverse centinaia di migliaia di morti innocenti), Bush estese le sue mire minacciose su alcuni Paesi arabi non perfettamente allineati al suo disegno strategico di controllo politico e militare delle risorse energetiche.

Tra questi, ovviamente c’era la Libia che da sola produceva circa 2 milioni di barili/giorno di petrolio e poteva vantare importanti riserve accertate (3,5% del totale/mondo) di molto superiori di  quelle Usa in esaurimento. Un piatto troppo ghiotto per lasciarlo gestire a un Gheddafi che vende quasi tutto il suo petrolio a Italia e Cina e che agisce d’intesa col suo amico Putin che stava per mettere sulle risorse libiche una pesante ipoteca commerciale.

L’intervento è anche un monito a quell' Eni, da sempre irriverente verso i cartelli, il quale, oltre agli accordi coi libici, si era permesso di sottoscrivere accordi impegnativi, di ricerca e produzione, col governo di Hugo Chavez, "dittatore" eletto del Venezuela, che tanto fastidio procura alle compagnie e ai governi Usa.

Visto che parliamo di riserve petrolifere è bene tenere a mente che prima dell’Iraq vengono il Venezuela (15%) e l’Iran (10%). Tutti Paesi sovrani che l’amministrazione Usa ha inserito nella lista nera o degli Stati- canaglia.

Se dovesse passare il disegno di “riconquista” di questi Paesi molte cose potrebbero cambiare nel mondo. Anche l’Italia risentirà di tali cambiamenti, nel senso che potrà continuare ad approvvigionarsi di gas e di petrolio, ma per farlo i nostri dovranno probabilmente andare a  Parigi o a Washington e non più direttamente alla fonte: a Tripoli, a Caracas, a Teheran.

 PONTI D’ORO A GHEDDAFI TERRORISTA DICHIARATO

Ma ritorniamo al dittatore libico, che pazzo non è mai stato, semmai furbo e rozzo, il

quale, capita l’antifona contenuta nella minaccia di Bush, corse ai ripari: si dichiarò disponibile a distruggere gli impianti di produzione di armi chimiche (che nel mondo possiedono ben 132 Paesi) e si accollò perfino la responsabilità dei due terribili attentati ad aerei di linea (Loockerbie e Uta).

Era questa la verità o solo un’assunzione di colpa sotto minaccia, come dissero taluni

uomini dell’entourage del colonnello?

Fatto sta che Gheddafi accettò quella tremenda responsabilità, addirittura risarcendo le famiglie delle vittime, e dunque ammise, ufficialmente, che la Libia era un Paese governato da un dittatore  sanguinario e terrorista internazionale.

Di fronte ad un' ammissione così grave, c’era da aspettarsi la più severa condanna, morale e politica, la messa al bando di Gheddafi da parte della famosa “comunità internazionale”, della stessa Onu; almeno dei Paesi occidentali (soprattutto Usa, Francia e Inghilterra) ai quali appartenevano le vittime. Invece nulla. L’Inghilterra, addirittura, liberò dall’ergastolo l’unico imputato libico in carcere per gli attentati. 

Per il colonnello non fu richiesto nemmeno il deferimento al Tribunale internazionale dell’Aja, emanazione dell’Onu, che gli Usa non accettano salvo ad appellarvisi per perseguire le responsabilità di altri (solitamente dittatori caduti in disgrazia).

Insomma, la politica dei due pesi e due giustizie.

Anche questo non è un bel modo di stare nella comunità internazionale, addirittura di volerla guidare.

COL DITTATORE LIBICO AFFARI, PETROLIO E BACIAMANO. IL CASO ITALIANO

Perciò, chi si attendeva le più dure sanzioni rimase deluso, poiché avvenne esattamente il contrario.

Sembra che l’ammissione delle sue tremende colpe sia stata per Gheddafi una sorta di lasciapassare per introdursi nei salotti buoni degli affari e della finanza occidentale.

Molti si vantarono di averlo “sdoganato” (che brutto verbo!) anche sul piano politico. E così il dittatore e terrorista confesso divenne un “interlocutore” credibile per l’Italia, per l’Europa e per gli stessi Usa. In realtà, lo ossequiavano come munifico acquirente di quote azionarie di banche e di società in difficoltà, di beni manifatturieri e di sistemi d’arma, di aerei e missili delle migliori marche italiane, francesi, inglesi, Usa, belghe, russe, cinesi, ecc.

Insomma, nel 2003, invece che sanzioni a Gheddafi fu riservata un’entrata trionfale in questa sorta di “club esclusivo” dei potenti della Terra dove le credenziali più richieste sono le armi e il petrolio.      

In tale contesto, un ruolo speciale, politico, economico e finanziario, lo svolge l’Italia che con la Libia ha sottoscritto diversi accordi soprattutto nel settore petrolifero e del gas (Eni) e, nell’agosto del 2008, un Trattato di cooperazione in diversi campi (compreso quello militare!) che dovrebbe anche chiudere il lungo contenzioso per il risarcimento dei danni provocati dall’Italia con le guerre coloniali. 

Un trattato oneroso e pasticciato contro il quale rare furono le indignazioni e le proteste.

Solo pochi dicemmo, e scrivemmo, che l’Italia democratica non poteva trattare con un dittatore e terrorista dichiarato. I radicali dettero battaglia in Parlamento in sede di ratifica, ma senza successo. Ovviamente, in quel momento, non erano la moralità e la legalità internazionale le priorità del governo e dei partiti.

 LA FORZA DEL…PETROLIO

Una pagina da dimenticare come quella festa, a dir poco stomachevole, per il primo anniversario di quel Trattato, avvenuta a Roma nel 2009, presenziata da Gheddafi col suo seguito di amazzoni e cammelli, suggellata da quel baciamano del capo del governo, Silvio Berlusconi che lascia interdetti.

Anche se bisogna annotare che, in quello stesso anno, a Londra, il leader maximo dell’Occidente, cioè il presidente Usa Barak Obama, si è prostrato, con un inchino di 90 gradi, davanti al re dell’Arabia Saudita, uno Stato feudale con molto petrolio e zero diritti umani e di libertà per i sudditi.   

Evidentemente, sarà cambiato, a nostra insaputa, qualcosa nel cerimoniale di talune cancellerie occidentali. 

Quando si dice la forza del… petrolio! Sì, perché è inutile fingere! Gli inchini, i baciamani non sono certo dovuti all’eccellenza di quei Beduini (per me questa parola non ha nulla di offensivo, anzi), ma al loro petrolio.  Petrolio, sempre petrolio!  Certuni, si mostrano infastiditi quando si tocca questo tasto.

Ma perché mai? Gli idrocarburi sono necessari e ancora lo saranno (specie dopo il disastro della centrale nucleare giapponese) per far girare le nostre economie e assicurare un certo livello di vita ai cittadini. E fin quando servirà, volenti o nolenti, ce lo dobbiamo procurare. Il problema, semmai, è di vedere come e a quali condizioni.

RELAZIONI INTERNAZIONALI: MENO MERCANTILISMO, PIU’ COOPERAZIONE RECIPROCAMENTE VANTAGGIOSA

I modi sono diversi: da quelli tradizionali basati sulla compartecipazione o sulla compravendita a quelli della cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Anche triangolare, associando cioè ai due partner principali un terzo Paese sprovvisto sia di petrolio sia di capitali.

I cinesi, per esempio, stanno sviluppando in alcuni Paesi, soprattutto africani, una forma di cooperazione basata sullo scambio petrolio/investimenti per lo sviluppo (realizzazione d’infrastrutture primarie, interventi nell’agricoltura, istruzione dei giovani, ecc).

Ovviamente, non c’ è un modello valido per tutte le situazioni. L’importante è sapere che la cooperazione, per essere tale, deve riuscire a ridurre, progressivamente, il carattere meramente mercantile degli scambi e quindi la perniciosa influenza dei detentori del potere petrolifero (cartelli multinazionali e petro - dittature locali) sulle economie e sulla politica.

Un’opzione questa che fa molto arrabbiare gli oligopolisti delle materie prime energetiche, tuttavia più rispondente alle effettive esigenze di compatibilità ambientale e di crescita civile e pacifica dell’umanità.

Poiché, anche il benessere, la salute, l'istruzione, l’equilibrio ambientale sono diritti umani a tutti gli effetti, di tutti i popoli, con o senza petrolio, con o senza tecnologie evolute. O mi sbaglio?

Utopia? Certo, ma fino ad un certo punto. Si può fare. Rassicurando i pavidi e gli ingordi che cooperazione e intervento pubblico mirato nell’economia non vogliono dire abolizione violenta dell’attuale sistema sociale. Pubblico e privato possono convivere proficuamente.

Come è stato in Italia, fino agli anni ’80, quando più del 50% dell’economia marciava sotto il segno degli enti di Stato e delle cooperative e- mi pare- che la gente era contenta del Paese in cui viveva.

Tutto è possibile, ma bisogna prima superare ostacoli e mentalità conservatrici. Per avviare, oggi, una cooperazione internazionale, reciprocamente vantaggiosa, bisognerà quantomeno riformare il sistema di accordi commerciali vigenti, frutto dei vari “round” del WTO pensati e attuati per assicurare a pochi ricconi il massimo profitto per pochi, a scapito delle grandi moltitudini anche dei Paesi sviluppati.

 CINA, INDIA E BRASILE: NOVITA’ NEL MERCATO ENERGETICO

Accordi e strategie che hanno consegnato, anche politicamente, il nostro mondo nelle mani di un capitalismo selvaggio, improvvisato, avventuroso e soprattutto senza un progetto di società inclusiva.

Un meccanismo infernale che consuma ingenti risorse, sempre più scarse e costose, che ha  scatenato, fra vecchie e nuove potenze industriali e commerciali, la corsa all’accaparramento delle materie prime, e in particolare di quelle energetiche: petrolio, gas, uranio, ecc.

E, attenzione, anche delle terre coltivabili, dell’acqua e domani chissà anche dell’aria che respiriamo.

Con l’ingresso, poderoso, di Cina, India e Brasile nel mercato petrolifero mondiale le cose stanno cambiando. Nel senso che innanzi ai produttori non ci sono soltanto i vecchi cartelli occidentali, ma nuovi soggetti portatori di nuove possibilità e modalità di vendita.

Le carte si stanno rimescolando e non sarà sempre il dollaro Usa a tenere il banco. Nelle transazioni energetiche potrebbe essere soppiantato con altre monete di riferimento.

Un’eventualità percepita dagli Usa come la più grave minaccia e così, in effetti, sarebbe per un Paese che per tirare avanti deve finanziare le banche, accrescere il suo già stratosferico debito pubblico, l’enorme importazione di beni diversi e specie d’idrocarburi e di tanto in tanto fare una  guerra per assicurare mercati alle sue produzioni belliche.

E’ triste rilevarlo, ma sembra che l’Occidente, democratico e progredito al massimo delle sue possibilità, per difendere il suo benessere, in taluni casi scandaloso, non disponga più di politiche e strategie di pace e di solidarietà e debba sempre più ricorrere alla soluzione militare.

Tutto ciò, in estrema sintesi, spiega la diversità d’approccio e il trattamento riservato ai Paesi petroliferi, arabi in specie, ai quali sono richieste la disponibilità al rifornimento sicuro e costante, e a prezzi convenienti, e la fedeltà assoluta per i futuri contratti.    

NON SOLO PETROLIO, MA RINASCITA PER I POPOLI ARABI

Ora, qui, nessuno vuole ridurre l’attuale travaglio del mondo ad una questione energetica, al petrolio.

Ovviamente, v’influiscono altri fattori che abbiamo visto emergere anche dalle rivolte, giovanili e non solo, del mondo arabo: gli aneliti alla libertà, alla democrazia, al benessere sociale.

Confesso che, da lungo tempo, attendiamo questa nuova “Ennada” (rinascita) dei popoli arabi amici come risposta laica, moderna alla crisi atavica dei vecchi Stati-caserma. 

Diritti inalienabili, conculcati dai vari dittatori e che invece bisogna affermare e salvaguardare anche dai tentativi di strumentalizzazione, interna e esterna, che vorrebbero cavalcare la protesta per inconfessabili obiettivi di potere.

Tuttavia, il petrolio, in molti casi, resta il fattore condizionante. Ma non si può dire. Forse perché sporca o unge? 0 per non urtare la sensibilità pelosa dei nuovi signori della guerra che, in nome della civiltà occidentale, vorrebbero imporre la democrazia, con i cannoni e gli aerei di ultimi generazione, ma solo ai dittatori scomodi?
Infatti, questi campioni della democrazia non hanno mai disturbato i dittatori amici (e sono molti di più di quelli scomodi) perché evidentemente ritenuti affidabili sul terreno concreto e redditizio dei rifornimenti, a comando, di petrolio e gas.
Insomma, in questi casi, Libia compresa, si dimostra quantomeno una doppia morale o, se volete, la classica, ingiusta politica dei “due pesi due misure”.
Non c’è dubbio che per i leader occidentali la democrazia è solo un pretesto, solo cibo edulcorato da offrire ad un’opinione pubblica, sistematicamente disinformata, che ancora crede (e fa bene!) nei giusti principi e nei metodi della democrazia e della libertà.            

 

 di Agostino Spataro

Budapest 22 marzo 2011
• Agostino Spataro, giornalista e scrittore, direttore di “Informazioni dal Mediterraneo (infomedi.it )" già componente delle Commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati.


Fonte immagini: notizie.it.msn.com 

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Martedì, 22 Marzo 2011 10:18

Interventismo Petrolio Povertà

L'interventismo è una vecchia  malattia del socialismo europeo. Ma non era mai stato rivolto verso operazioni di stampo coloniale come questa contro la Libia. E contro l'Italia, aggiungo, perché l'Italia aveva da quaranta anni un meraviglioso rapporto alla pari dal quale ricava prosperità ricchezza lavoro.

Circa trenta miliardi annui ...di interscambio. Gheddafi è un valoroso e geniale dirigente del suo popolo. Migliore dei sepolcri imbiancati della classe dirigente europea e dei suoi ruffianelli dei massmedia. Usciremo dalla guerra contro Gheddafi con le ossa rotte, più poveri, molto più poveri ed anche disonorati per la maramaldesca giravolta del nostro governo. Provo pena per l'Unità, giornale dei comunisti e di Antonio Gramsci che scrive cose meno vere di quelle che scrive Libero. Libero ha detto che la Francia ci soffia tutto. E per giunta che avremo una invasione di gente fino ad oggi serena e prospera con Gheddafi da domani morti di fame che è successo alla irakeni.


In commento della Rossandra che scrive su Micro Mega
Le argomentazioni della Rossanda sono ridicole e astoriche. Perché la Libia dovrebbe essere rimproverata perché non conosce la tripartizione dei poteri? Perché dovrebbe conoscerla? Forse che un giorno prima di Gheddafi non era immersa nel truce colonialismo italiano e poi in quello inglese?
C’è molto razzismo nell'analisi di Rossanda che evidentemente scrive guardando gli interessi di Israele. Come fa ad essere una sorta di mostro sacro della sinistra una persona che giustifica i bombardamenti di un piccolo popolo che Gheddafi ha redento dalla povertà (si vada a leggere i fondamentali dell'economia e del welfare libici) è davvero un mistero!
Credo che senta anche moltissimo l'influenza della Francia di Sarkozy.

E' mille volte da preferire la posizione di Bossi e di Feltri che raccontano la verità sulla Libia e sull'aggressione imperialistica che l'ipocrita accorrere accanto ad insorti spacciati per liberatori come fanno Flores d'Arcais e l'ineffabile signora Rossanda.
 

Entrambi fanno finta di ignorare che gli insorti sono una lunga mano degli USA e di Israele e che l'obiettivo è l'uccisione di Gheddafi e con lui della Libia libera ed indipendente. La Libia dovrà fare la fine della Jugoslavia, dello Iraq, della Somalia, dolore, desolazione e miseria laddove finora c'era stato prosperità.


Da questa sinistra è meglio dimettersi. Specie quando fa finta di ignorare che con la Libia morrà pure l'Italia che da quaranta anni ha uno scambio non colonialistico di risorse, produzioni, benessere. Qualcosa come trenta miliardi annui di euro.
 

di Pietro Ancona
 ( 21.03.2011)

Fonte immagine: stavrogin2.com

 

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Pubblicato in Politica
Lunedì, 21 Marzo 2011 11:00

Guerra fra europei

Roma - Siamo risucchiati in una guerra nel corso della quale, se ci va bene, riusciremo a salvare quel che abbiamo già. Non possiamo fare altro che combattere, ma avremmo dovuto costruire la politica estera per tempo, cosa sulla quale abbiamo fatto cilecca. Nel frattempo non vorrei che sfuggisse il dato più rilevante: nel deserto libico affonda l’Unione Europea, che espone la propria bancarotta politica. Non si tratta di non essere stati capaci di una posizione comune, ma del fatto che i Paesi che la compongono sono in guerra, economica e geopolitica, fra di loro. Insomma: i francesi puntano a fregarci. Non basta avere in tasca la stessa moneta per far finta di avere gli stessi interessi.

Ci sono sempre stati un milione di buoni motivi per cancellare Muammar Gheddafi dalla storia. Ma pensare di far credere che lo si fa fuori in nome della rivolta popolare e della democrazia in Libia è una di quelle scempiaggini che grida vendetta al cospetto del cielo. Se uno dei missili sparati, se una delle bombe sganciate non lo prenderà in pieno, se la sua morte non è questione di ore, non potendo continuare a far la guerra dall’alto e sostenere che la si conduce per proteggere quelli che stanno sotto, si dovrà imboccare la soluzione diplomatica, che, a quel punto, prevederà la divisione della Libia: in Tripolitania resta la famiglia del colonnello; in Cirenaica vanno al governo quelli che i francesi hanno già riconosciuto, e di cui noi sappiamo poco e nulla; mentre nel Fezzan resta la sabbia e le tribù. Il che significa: dalla Tripolitania non becchiamo più nulla, piuttosto vendono tutto ai cinesi; dalla Cirenaica smezziamo con gli altri vincitori, vedendo crescere i francesi, consolidarsi gli inglesi e dimagrire gli italiani; dal Fezzan proviamo a prendere i datteri.

Nicolas Sarkozy s’è buttato a fare il promotore di questa guerra perché non poteva capitargli di meglio. I francesi hanno combinato disastri, sulle coste mediterranee dell’Africa, e si sono intrattenuti in affari con le peggiori dittature del continente. Storie di ordinario cinismo e post colonialismo. Solo che ora buttava al brutto, visto che le rivolte facevano fuori gli amici e gli americani s’imparentavano con i nuovi governanti. Gli inglesi avevano pasticciato alla grande, prima umiliandosi con Gheddafi, in cambio di piattaforme petrolifere, poi facendo beccare i propri agenti intenti ad alimentare la rivolta contro di lui. Per i francesi è stata l’occasione di aprire un fronte sul quale non hanno da perdere.

Gli americani hanno temporeggiato troppo a lungo, con il Pentagono fermamente contrario ad ogni intervento. Poi Gheddafi è riuscito a dir quello che ha messo la Casa Bianca con le spalle al muro: appena arriveremo a Bassora massacreremo gli oppositori. Ciò nonostante, le parole di Barak Obama sono chiare: parte un’operazione “limitata”, di cui noi statunitensi non abbiamo la guida. Chiaro, mi pare.

In tutto questo noi italiani avremmo dovuto chiarire che i casi erano due: o si percorrono solo vie diplomatiche, fissando la non ingerenza militare, oppure, se si passa alle maniere forti, siamo noi, i più esposti, quelli che hanno più affari e investimenti in corso, che abbiamo il diritto di sparare il primo colpo e di trattare la lista dei bersagli. Fra l’altro: in Libia ci sono molti italiani. Invece siamo riusciti a pasticciare, prima apparendo come gli ultimi amici di Gheddafi, poi schierandoci per la guerra, poi guardandola con il naso all’insù e arrivando anche, per bocca del ministro della difesa, a sostenere che gli aerei italiani ancora non volano, ma lo faranno presto. Cos’è, il festival dell’incapace?

Quella cui assistiamo è la guerra fra gli interessi diversi dei Paesi europei, condotta sul terreno libico. I tedeschi si chiamano fuori, perché intuiscono che potrebbe divenire una guerra lunga, ingestibile e, soprattutto, non sono loro a guadagnarci o rimetterci. Noi, invece, siamo risucchiati, in gran parte come corpo isolato e inerte.

E veniamo alle nostre cose interne. Questa è una guerra, condotta in area di rilevanti interessi economici e nel mentre la popolazione civile di altri Paesi viene massacrata con ben maggiore intensità. Chi scrive è stato favorevole alla guerra in Iraq, a quella nel Kossovo e a quella in Afghanistan, senza ipocrisie buoniste, ma per vitali interessi dell’occidente. Nessuna di quelle guerre mi pose un problema di regolarità costituzionale.
Questa mi impone molti dubbi in più, anche perché ho visto sparire il fronte pacifista, assorbito dalla posizione del Presidente della Repubblica.
Avevo sperato che Gheddafi fosse eliminato già nel 1986, per mano degli americani, allora guidati da Ronald Regan. Ma la politica estera non è una faccenda per questioni personali. Ballano gli interessi dell’Italia. E ballano male, in questo momento.


di Davide Giacalone
(21.03.2011)
www.davidegiacalone.it

Fonte immagine. bombardamenti.blogspot.com
 

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