Mercoledì, 23 July 2014

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Da Annibale a Monti

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Catanzaro - “Che cosa fa Monti per l’economia?” - Poniamo che Annibale, tornato in vita, invada ancora l’Italia. C’è poco da tergiversare: Hannibal ad portas, tutti vengono chiamati alle armi, e tutti devono pagare le tasse per finanziare la guerra. Se va come quella volta del 202 aC, la detta guerra la vinciamo, Annibale se ne va, e tutti i sacrifici di sangue e di soldi saranno serviti a ottenere un bel risultato, e festeggiamo. Lo stesso se, in presenza di una crisi, si deve stringere la cinghia con quel che segue; però poi la crisi si risolve, e siamo tutti contenti.

La situazione non è affatto questa, a oggi, bensì patiamo i sacrifici e le tasse e non vediamo né risolta la crisi né sconfitto Annibale. Monti e i suoi, e con loro la sterminata e strana maggioranza che va da Berlusconi a Bersani e Casini a Fini a Napolitano, forse stanno mettendo mano alla finanza, certo non fanno nulla per l’economia reale. Del resto sono professori, e, come tali, convinti delle loro scolastiche teorie monetariste, e, quando si parla di economia reale, è come un macellaio cui chiedessimo un merluzzo: ve lo nega, e non per cattiveria, perché non ne ha. Per la loro mente ideologizzata, pane pasta mattoni auto vestiti rivestono scarsa o nessuna importanza, e quello che conta sono i soldi. I soldi i quali, di per sé, sono solo dei pezzi di carta; e, lasciatemi dire, pure bruttini, gli euro; comunque sono un mezzo di intermediazione, sono la rappresentanza di un bene, non un bene in sé.

Vestiti pane auto pasta e mattoni, che fine hanno fatto? È tutto fermo, non si produce, non si compra e non si vende: ergo, mancano le cose; e con esse, ovviamente però è cosa poco importante, mancano i fogli di carta che le rappresentano. E se Monti, ma non lo farà, tornasse ai tempi nefasti della DC e del PSI che stampavano lire come fossero volantini pubblicitari e gabbavano il popolo, i fogli di carta ci sarebbero, ma non rappresenterebbero nulla.

Ergo, bisogna tornare al concetto primario di ogni economia: lavorare produrre consumare vendere risparmiare. È questo che non sta succedendo, e il governo non interviene, a parte delle scontate dichiarazioni verbali. 

Che fare? Beh, tutti i governi della storia in evenienze del genere fanno ricorso ai lavori pubblici, possibilmente anche utili, e comunque mettono in giro soldi. L’Italia ha un bisogno estremo di completare infinite opere iniziate e lasciate a marcire: l’A3 Salerno Reggio, la sedicente Superstrada delle Serre, la 106, tanto per restare ad esempi calabresi. Ma anche vecchi centri fatiscenti vanno bonificati, eccetera. Conosco l’obbiezione che gli italiani non vogliono fare più certi lavori… è una bugia ignobile; sono le mamme che, per aver letto alle Medie don Milani, si sono convinte che chi fatica è un disgraziato e chi pone le terga sopra una sedia un benedetto da Dio. Ma fatemi girare una serie tv in cui dei giovanotti operai e contadini fanno strage di belle fanciulle parimenti lavoratrici, mentre un passacarte aggobbito e mammone resta a bocca asciutta, e vedete come i ragazzi corrono ad arruolarsi nei cantieri! La tv che tanto danno ha causato diffondendo l’ideologia dei mollaccioni e dell’edonismo da riviste rosa, può fare del bene.

Tornare a produrre, dunque: ma cosa? A che serve mettere sul mercato automobili superaccessoriate da 200/h, se la benzina costa un capitale, e la velocità massima è 130? A parte che quasi tutti i piloti della domenica non sono manco da 70! Qui non servono auto sempre più belle e sempre più veloci, ne servono di più economiche e speranzose di un parcheggio; e che costino poco e consumino meno. Basti l’esempio: non c’è speranza di tornare indietro aggiustando qualcosina; se ci salveremo, sarà buttando via scorie e cambiando il concetto stesso di produzione e utilizzazione delle cose.

E chi potrebbe fare ciò? In questo momento, nessuno: gli imprenditori e i governanti sono tutti residuati degli anni 1970, e si portano dietro un’incoercibile mentalità del sistema.

Cosa dicevamo? Ah, già: che bisogna buttare vie le scorie! Ma non c’è all’orizzonte nulla di nuovo e di buono.

di Ulderico Nisticò
( 07.05.2012)