Cappuccio, Desideri Mortali, donne vestite di bianco

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Desideri Mortali, l’omaggio profano di Ruggero Cappuccio a Tomasi di Lampedusa. Con due dialetti musicali ed espressivi, che rendono ogni parola una canzone, il siciliano e il napoletano, arricchendoli, accarezzandoli, giocandoci con rispetto.

di Nike Francesca Del Quercio  

 

Cappuccio, Desideri Mortali, donne vestite di biancoRuggero Cappuccio torna a calcare il palcoscenico del Teatro San Ferdinando di Napoli, portando in scena la sua nuova opera Desideri Mortali, Oratorio Profano per Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Dopo la felice esperienza come direttore artistico del Napoli Teatro Festival, il regista partenopeo ritorna dietro le quinte con un progetto alquanto ambizioso negli intenti e nella realizzazione. I filoni che si snocciolano nel corso dello spettacolo sono i due preannunciati dal titolo: da un lato gli ambivalenti desideri mortali intesi come sotterraneo ma pulsante desiderio di morire e al contempo come i desideri ardenti e insaziabili che non lasciano in pace gli uomini neanche dopo la morte, dall’altro l’omaggio al grande scrittore siciliano e ai suoi due testi più famosi, il racconto lungo “La Sirena” (appena accennato nel prologo, col richiamo “ai ricci che devono sapere anche di limone, lo zucchero anche di cioccolato, l’amore anche di paradiso”) e il romanzo “Il Gattopardo”. Questi due temi sono mescolati e intersecati tra loro da un terzo filone ovvero la Sicilia, principalmente, e Napoli, in maniera più defilata e labile.

Per dar vita a una tale ambizione Cappuccio mette in scena una schiera di donne vestite di bianco e dalla pelle diafana, morte da secoli, spiriti ormai, che abitarono un tempo lontano nel palazzo di Fabrizio, Principe di Salina (protagonista per l’appunto del Gattopardo), ruolo affidato a Claudio Di Palma, anch’egli vestito di bianco; accanto a loro c’è Padre Pirrone, prete di corte, interpretato dal napoletano Ciro Damiano, l’unico con abiti neri.

Poiché però questo oratorio è profano, e il testo non è stato ancora abbastanza strapazzato forse, il regista inserisce un altro elemento frastornante ovvero che ogni attore riveste più di un ruolo e allora Di Palma è anche Tancredi, nipote di Fabrizio; Damiano oltre ad essere il prete è anche Don Calogero, atavico nemico del Principe e le donne, nove per l’esattezza, sono sia serve, cameriere, o prostitute sia principesse, contesse, figlie, spose, madri e amanti di Fabrizio e Tancredi.

La recitazione diventa così un continuo passare da un ruolo all’altro, dal dolore alla risata, dal napoletano al siciliano.

Perché la Sicilia e il suo popolo, sempre troppo stanco per reagire, per alzare la testa e ribellarsi, sono i veri protagonisti di questo spettacolo, così come all’epoca lo furono del romanzo di Tomasi di Lampedusa; il problema è che anche i monologhi politicamente impegnati di Fabrizio/Tancredi o le invettive della prostituta/madre di Fabrizio (Gea Martire) suonano stantii e decontestualizzati

Di Napoli, di cui nella sinossi si sottolinea il legame viscerale con l’isola con cui un tempo formò un florido regno, compare poco e mal ridotta, nelle parole sbieche, nelle barzellette e negli spezzoni a cavallo tra il Bagarino e Totò.

Il problema di quest’opera è infatti che tutto è frammentario (e frammentato), una sequenza di parti che non riescono a legarsi tra loro: monologhi politici, dialoghi d’amore, tammorre e tarantelle, scenette comiche, sono specchi rotti in cui l’opera tomasiana si riflette senza riconoscersi risultando a volte di difficile comprensione anche per gli quel libro l’ha letto e amato.

Il paradosso di Desideri Mortali è però che al di là di una riscrittura del testo poco riuscita, tutto il resto è bello a partire dagli attori bravissimi e convincenti anche in situazioni fuori contesto, che avrebbero perplesso chiunque, luminosi nei loro abiti regali, curati fino al minimo dettaglio da Carlo Poggioli; passando poi per le scenografie di Nicola Rubertelli che, grazie anche agli splendidi effetti-luce di Angelo Grieco, riesce a creare un atmosfera coinvolgente, frizzante, a tratti psichedelica ma sempre armonica; così come ricche di armonia e perfette in ogni loro parte sono le musiche di Marco Betta, Luca Urciuolo e Gianluca Scorziello.

Ma la cosa a cui sento di dover fare una menzione speciale è la lingua che Cappuccio utilizza giocando con due dialetti musicali ed espressivi, che rendono ogni parola una canzone, il siciliano e il napoletano, a cui il regista rende pienamente giustizia arricchendole, accarezzandole, giocandoci con rispetto.

La sensazione di chi esce dal teatro è quella di spaesamento, come di chi sa che qualcosa è successo ma non sa esattamente cosa e come si sente a riguardo. Io stessa non riesco a definirlo uno spettacolo brutto, ma non mi sento di definirlo bello. Lo si può vedere e apprezzarne l’estetica, quello sì, ma da un regista del calibro di Cappuccio forse ci si aspetta di più di un bel vestito su un manichino muto. ( https://www.fermataspettacolo.it/  )

 

    di Nike Francesca Del Quercio
           (05/02/2018)

 

 

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