Franzoni, Caro George, la confessione di Bacon

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“Caro George”, il testo di Federico Bellini interpretato da Giovanni Franzoni e diretto da Antonio Latella. Il raffinato pittore Francis Bacon, ormai all’apice del successo, racconta la mostra parigina.

di Andrea Vezzosi

 

Franzoni, Caro George, la confessione di Bacon
Giovanni Franzoni in Caro George

Franzoni, caro George, la confessione di Bacon. “come potevi pensare che io potessi condividere con te il momento in cui ti dipingevo?!” Il vestito bianco candido resta immobile sulla sedia seppur mantenendo una tensione incredibile, il corpo che lo contiene sta guardando nel vuoto e provando uno dei dolori più grandi che si possano immaginare, urlando ma strozzando la voce in fondo alla gola. La pallina della roulette, che per tutto il tempo tintinna e girovaga, cade inesorabilmente in una delle buche. Così inizia lo spettacolo “Caro George”, per il testo di Federico Bellini interpretato da Giovanni Franzoni e diretto da Antonio Latella, al Teatro delle Passioni di Modena.

Il raffinato pittore Francis Bacon, ormai all’apice del successo, racconta la mostra parigina che lo incoronerà come miglior pittore vivente del 1900. Durante questo evento memorabile preferisce non avere con sé il suo amante e modello George Dyer, ex galeotto, un “piccolo ed irritante ladruncolo”, introverso quando non è ubriaco, per paura che possa rovinare l’importante kermesse. Tra i due si è instaurato nel tempo un legame fortissimo, pieno di dipendenze e vessazioni, che in certi casi rasenta la follia: Francis non può che dipingere il suo amante, dipende dalle sue forme, ossessionato dal suo corpo che solo lui riesce a comprendere e sviscerare; George ha trovato nel pittore forse il padre che non ha mai avuto e pende dalle sue labbra, anela le sue attenzioni e dipende da lui in tutto, anche economicamente

Il dolore, che il riservatissimo Francis prova all’inizio dello spettacolo, è per la prematura morte per suicidio di George, che non può tollerare di essere stato messo da parte in un giorno così importante. Bacon si racconta come non ha mai fatto prima e come probabilmente non farà mai più. La sua impenetrabile indifferenza lo porta a parlare di George in modo quasi distaccato e incontaminato, un po’ come il vestito bianco che indossa. Ben presto si percepisce la brace sotto la cenere, “ogni cosa rimandava a te”, i quadri che lo ritraggono sono come tanti spilli conficcati nella carne ma lui resta immutabile, non perde il controllo. Il suo flusso di pensieri prova a calmare i sensi di colpa attaccando George, “perché non ti sei liberato dalla tua mancanza di gusto?!”, poi parzialmente ammette il suo sbaglio, “non averti voluto qui era un effetto della mia schizofrenia”, oscillando fra la ragione e la follia, con pizzichi di presunzione, “la tua mostra sono io”.

Più si racconta più si avvicina al suo amante suicida, si spoglia dei vestiti fino a restare nudo, diventa quella biglia impazzita della roulette che non sa mai in che buchetta fermarsi, si immedesima nel corpo che amava dipingere, in quella “carcassa senza più esistenza, afflosciata sulla tazza di un cesso”

“chissà quanto varrà il quadro di un amante suicida” Per la cronaca (ma questo non si evince dallo spettacolo) la pazzia di George lo portò ad attirare l’attenzione di Francis, oltre che con precedenti tentativi di suicidio, anche nascondendo cocaina in camera d’albergo e chiamando la polizia. Dopo il suicidio (non è stato mai chiarito se era solo l’ennesimo tentativo o stavolta voleva davvero farla finita), Bacon diede la notizia solo due giorni dopo, restando imperturbabile per tutta la durata della mostra. Per i successivi 2 anni continuò maniacalmente a disegnare George, ricostruendo nei minimi dettagli la scena che si trovò davanti in quella stanza d’albergo quel giorno e dipingendola in uno dei suoi capolavori più noti, “The Black Triptychs”.

Giovanni Franzoni si cimenta in un testo molto difficile e spigoloso: il linguaggio aulico e la tortuosità dei pensieri del pittore creano battute serrate ma tutte collegate l’una all’altra. Le emozioni che trasmette nell’ora di monologo sono autentiche e potenti, anche se talvolta i suoi gesti sono ripetitivi e sporcano la scena. Molto suggestiva la regia di Latella, invisibile ma non per questo meno apprezzabile, come nella completa pulizia della scena (una sedia, una bottiglia di vino e un bicchiere) che concentra tutta l’attenzione sull’interiorità del pittore.  (  http://www.fermataspettacolo.it/  )

 

    Generica
 (16/05/2017)

 

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