Haber, nel suo padre giocato fra manifestazioni affettive e bruschi rientri

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Alessandro Haber nel “Il Padre” di Florian Zeller, con Alessandro Haber, Lucrezia Lante Della Rovere.  Il realismo di una malattia, l’alzheimer. Il contesto familiare, la soluzione sarà meno cruenta, ma inevitabilmente

di Maricla Boggio 

 

Haber, nel suo padre giocato fra manifestazioni affettive e bruschi rientri
Alessandro Haber e Lucrezia Lante

Alessandro Haber nel personaggio “Il Padre”.  Il realismo di una malattia – l’alzheimer – si trasforma nel testo di Florian Zeller in un punto di riferimento per una sorta di esemplare carrellata sugli affetti, i sentimenti, i rapporti che si manifestano fra un padre e una figlia quando insorge un problema che mette in crisi  un andamento familiare “normale”. E mentre questo è un pregio, è anche il limite di un testo che scava nelle pieghe di una società, in difficoltà nei confronti di chi non sta più al passo con l’esistenza “normale”, nonostante l’affetto e la stima di una figlia nei confronti di un padre, i mezzi economici a disposizione per vivere al meglio, e ogni più aperta disponibilità a rendere vivibile questo stato di malattia, prevedendo esemplarmente che cosa può accadere.

Piero Maccarinelli, che ha tradotto e adattato il testo con sensibile cura linguistica, lo ha reso sensibile attraverso i caratteri impressi ai personaggi al di là delle battute, imponendo alla esemplarità del caso una umanità più complessa, articolata e talvolta contraddittoria, come avviene davvero nella vita, attraverso gesti, silenzi, sguardi.

Alessandro Haber è il centro di questo lavoro, nel suo padre giocato fra manifestazioni affettive fatte di slanci e di ricordi, bruschi rientri in un sé stesso in via di frammentazione,  soprattutto diventando il motore assoluto dell’intero disegno drammaturgico, che si sviluppa attraverso le sue sensazioni, le contraddittorietà che gli provengono da quel meccanismo in via di rottamazione che è il suo pensiero, e che costituiscono la chiave di un testo sagace, che impone allo spettatore di non ricevere oggettivamente le scene come via via gli si presentano, ma di filtrarle attraverso il personaggio del padre, di “essere lui” per entrare nel suo mondo. A nulla valgono da parte della figlia i tentativi di rendere agevole al vecchio un’esistenza sempre più proiettata verso l’annullamento, perché l’ospitalità nella propria casa, i continui cambi di “badanti” che ogni volta lui rifiuta, la tolleranza malcelata del compagno, servono sempre meno a consentire alla figlia di mantenere l’uomo nel contesto familiare.  C’è anche un’altra sorella a rendersi disponibile ad affiancare la prima nel difficile compito di ospitare e gestire il vecchio, e drammaturgicamente quest’altra figura serve per moltiplicare le immagini, gli sdoppiamenti e gli equivoci di cui è preda il padre, che ne mostrano l’aggravarsi del male.

C’è tuttavia una scena che non appartiene a questo gioco innovativo, ed è quando Anna – la figlia – in un momento di solitudine, isolata attraverso una luce che la restituisce quasi come un pensiero ripensato, racconta come, vedendo il padre mentre dorme, quasi un bambino finalmente tranquillo, gli stringe le mani al collo fino a che non ne sente più il respiro, e si rende conto di averlo ucciso. Si tratta di un incubo, e la cosa finisce lì. La soluzione sarà meno cruenta, ma inevitabilmente il padre approderà a una casa di cura per anziani, con tanto di materna infermiera che accompagnerà il vecchio, perplesso e rassegnato a fare qualche passeggiata nel parco, dove un ultimo, simbolico sole illuminerà il suo stentato cammino.

Florian Zeller ha doti di drammaturgo insolito; riesce a portare una malattia che sempre più invade la nostra società borghese ad argomento non soltanto di denuncia e di rivendicazione sociale, come purtroppo tanto teatro “onesto” arriva oggi a fare con intenti confinati a un  sincero buonismo, ma consente in particolare a un attore con Haber di manifestarsi in innumerevoli dimostrazioni delle sue capacità di stupire con inaspettati cambi di ritmo e varietà di atteggiamenti, rendendo anche comico un personaggio a rischio di pietà, in un “repertorio” tutto suo, che lo rende unico nel panorama degli interpreti italiani. Lucrezia Lante della Rovere delinea con accenti modulati la figlia modello, scansando l’esemplarità del personaggio e nutrendolo di una verve fra l’ilare e il disperato. Davvero brava, con un pizzico di invenzione in più, certo suggerita da Maccarinelli, la badante di Ilaria Genatiempo, tutta trecce rasta e appunti da volontaria intellettuale alle prese con un caso che per lei diventa più che lavoro materia di studio. David Sebasti è il marito esasperato dall’imprevedibilità del suocero, a cui l’autore ha attribuito un comportamento prevedibile. A Riccardo Floris il ruolo di un marito che il padre rielabora come un incubo identificandolo perfino nel medico della clinica. Daniela Scarlatti interpreta con diverse cadenze due ruoli, da figlia facendosi infermiera e ultima sollecita accompagnatrice.

Gremito il Teatro Ambra Jovinelli di Roma, di solito portato a spettacoli di intrattenimento sia pure intelligente. Qui la gente ha accettato di confrontarsi con un problema che potrebbe essere di chiunque, e ne ha perfino tratto motivo di divertimento. ( http://www.criticateatrale.it )

 

    di Maricla Boggio
    (28/11/2017)

 

 

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