Addio a Ernst Nolte

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Addio a Ernst Nolte, padre del revisionismo storico. Le sue opere, dedicate ai totalitarismi del Novecento e alle loro conseguenze, hanno suscitato un mare di polemiche in particolare quanto alla tesi della shoah come reazione tedesca al bolscevismo.
di Cristina Di Giorgi

 

Addio-Ernst- Nolte
Lo storico Ernst Nolte

“Un passato che non vuole passare” è il titolo dell’articolo che lo storico tedesco Ernst Nolte, nato a Witten l’11 gennaio 1923 e scomparso ieri all’età di 93 anni, pubblicò nel giugno 1986 sul Frankfurter Allgemeine Zeitung. Un pezzo approfondito e dettagliato, che suscitò un mare di polemiche. Tutto perché in esso l’autore si è fatto portatore di tesi “revisioniste” quanto ai totalitarismi del Novecento e alle loro conseguenze.
In sintesi Nolte, la cui opera è estremamente ricca di spunti e meriterebbe un lungo approfondimento che va oltre un semplice articolo di commento e ricordo della sua figura, affermò che il nazionalsocialismo doveva essere analizzato come un fenomeno storico (e non come un’entità demoniaca identificabile come “male assoluto”) nato in seguito alla crisi della Repubblica di Weimar e in antitesi al bolscevismo sovietico. Fenomeni dunque da trattare entrambi inserendoli nel contesto del Novecento. Un’impostazione questa che, secondo i suoi critici, lo aveva portato a fornire spiegazioni ed analisi ai limiti del giustificazionismo.

Nolte però andò oltre. E si spinse ad affermare, attirando su di sé le ire di mezzo mondo, che la shoah è stata una reazione al comunismo.  Una reazione determinata dal fatto che Hitler decise di compierla appunto in risposta alla minaccia che riteneva proveniente dall’Urss, la cui rivoluzione d’Ottobre riteneva fosse stata promossa e manovrata dagli ebrei. Tesi che Nolte tra l’altro espresse in maniera ampia nel volume “La guerra civile europea 1917 – 1945” (uscito nel 1987), molto criticato in particolare dal filosofo Jurgen Habermas, che lo condannò come un tentativo di relativizzazione dell’Olocausto.
Tesi che, nonostante l’indubbio valore scientifico dei contributi da lui prodotti, lo ridussero in una condizione di isolamento. “Il suo intento di comprendere il nazismo e la shoah sul piano storico filosofico – si legge sul Corriere della Sera – era condivisibile, ma lo aveva condotto su un terreno irto d’insidie, alle quali non sempre era riuscito a sottrarsi”. Insidie e attacchi, come quando – è lui stesso a raccontarlo nel libro intervista pubblicata nel libro “Storia, Europa e Modernità” a cura di Luigi Iannone – gli venne incendiata l’auto e gettato gas sugli occhi.

Sull’impostazione del suo lavoro è lo stesso Nolte a chiarire sia cosa debba intendersi per revisionismo: “Io distinguo tra due tipi di revisioni, quelle che sono o dovrebbero essere il pane quotidiano di tutti gli storici e il revisionismo con finalità politiche. Gli storici vogliono correggere o migliorare ciò che i predecessori hanno detto e scritto, anche rispetto a questioni molto importanti. Certo il revisionismo può anche essere inteso come una scuola di pensiero che vuole correggere la comprensione delle vicende della Storia affinché avanzi una certa idea politica. Anche questo modo di fare può essere chiamato revisionista ma in questo senso non mi considero un revisionista. Se invece, come ho detto, si considera uno studioso che opera delle revisioni in punti importanti, allora non mi sento assolutamente di rigettare questa definizione”.

Ed è sempre dalle parole dello studioso riportate nel lavoro a cura di Luigi Iannone che emerge una considerazione sulla contrapposizione tra bene e male (intese storicamente parlando) che fa riflettere. E che risulta senz’altro utilissima anche oggi: “Non è in alcun modo lecito credere nel male assoluto per ciò che concerne le cose umane: si può dire che il diavolo è il male assoluto, che Dio è il bene assoluto, ma nessun uomo, nessuna istituzione umana può essere definita assoluta, vista tutta la complessità e le relazioni che compongono la realtà umana.
Questa contrapposizione manicheistica era (ed è) il contenuto principale di quella ideologia che chiamiamo politically correct”.  (  www.ilgiornaleditalia.org )

 

    di Cristina Di Giorgi
      (19/08/2016)

 

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