Antifascismo, un simbolo impadronito

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Il nuovo antifascismo come “ultima risorsa delle canaglie”.  Un blasone di nobiltà a una classe dirigente (politica e culturale) ampiamente screditata, sotto il profilo etico e intellettuale, anche se giustificata in parte dal suo essere impari alle sfide nuove che l’economia globale rappresenta per tutti i vecchi stati nazionali
di Dino Cofrancesco 

Antifascismo, un simbolo impadronito
Trieste, monumento a Gabriele D’Annunzio

Antifascismo, un simbolo impadronito – Spesso in questi ultimi tempi mi è capitato di pensare, parafrasando il Dr. Samuel Johnson, all’antifascismo come al “the last refuge of a scoundrel” – in traduzione libera, l’ultima risorsa delle canaglie. Subito dopo, però, ho messo da parte il mio “cattivismo”. Per quanto ripugnante possa essere, in genere, la filosofia dell’Anpi (tra l’altro presieduta da una fanatica come Carla Nespolo nata nell’anno in cui cadde il fascismo, in seguito al voto del Gran Consiglio), il moralismo (l’indignazione) dovrebbe essere bandito dallo studio dello storico e dell’osservatore imparziale del mondo politico e sociale. E allora la vera domanda è: quali sono la genesi, la natura e le funzioni dell’antifascismo oggi? La prima domanda non è priva di senso: l’antifascismo nelle sue forme attuali, infatti, non è quello del 1943 o del 1945, quando gli italiani si ritrovarono tra le macerie di una guerra assurda, voluta da un regime politico che, a partire dalle leggi razziali, era stato tentato dalla via totalitaria. Fino agli anni ’60, l’antifascismo – quello autentico, sentito se non da tutti i nostri connazionali, da una considerevole maggioranza di cattolici, laici, radicali, socialisti, comunisti, liberali… – non era ossessivamente presente nel discorso pubblico, nella cultura, nella storiografia. Lo hanno fatto notare storici come Giuseppe Bedeschi, Roberto Pertici e altri. La “Storia d’Italia” del comunista Giorgio Candeloro, uno studioso di elevata cifra intellettuale, non vede nell’antifascismo la coscienza etica dell’Italia repubblicana.

La svolta si ebbe nel 1960 e nel 1968: da un lato, le giornate di Genova (giugno 1960), che segnarono la fine del Governo Tambroni, un uomo della sinistra Dc che all’appoggio venuto meno del PSI di Pietro Nenni sostituì, incautamente, quello del MSI di Arturo Michelini. Dall’altro, la contestazione, che all’inizio indifferente, poi via via sempre più invasata di antifascismo, denunciò la Resistenza “tradita” – contribuirono, complice la cultura dell’azionismo soprattutto piemontese, a ribaltare il rapporto tra antifascismo e democrazia. Da allora l’antifascismo cambiò natura: da attributo naturale della democrazia (una democrazia non può non essere antifascista come non può, del resto, non essere anticomunista) ne diventò lo Spirito Santo o, più laicamente, la Magistratura Suprema, che “giudica e manda secondo ch’avvinghia”: se c’è, il sostantivo, l’Antifascismo, non può non esserci l’attributo, la democrazia, di qui l’esitazione a ritenere antidemocratici i regimi politici populistici (asiatici, africani, sudamericani) che fanno dell’antifascismo la loro bandiera (“no pasaran”).

È la “mistica” la natura del nuovo antifascismo, una natura che avrebbe fatto trasalire i Mario Pannunzio, i Benedetto Croce, i Gaetano Salvemini, per i quali è il “pro” che definisce e qualifica una forma di governo non l’”anti” che esalta, con incomprensibile enfasi, la guarigione da una malattia che non avrebbe mai dovuto colpire l’Italia del Risorgimento, di Cavour, di Mazzini.

Di recente, però, l’antifascismo, da “mistica” nazional-progressista, che nei partigiani delle Brigate Garibaldi vedeva le nuove camicie rosse, sembra aver cambiato pelle: congiugendosi col buonismo e col politically correct, si è, per così dire, universalizzato. È diventato il Grande Inquisitore Globale incaricato di snidare il “male assoluto” del XX secolo dovunque rialzi la testa e di perseguire chiunque si richiami a valori come la tradizione, l’identità, l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità, la nazione, gli stili di vita specifici che si intendono salvaguardare. Non c’è nulla di casuale in questo: la crisi dello stato nazionale – le cui cause complesse, ovviamente, non possono neppure accennarsi in questa sede – ha reso la political culture italiana sospettosa di ogni rivendicazione identitaria, e, pertanto, incapace di coglierne le ragioni, e quasi infastidita da quanti restano “prigionieri del passato”.

Si spiega così il fatto che le proteste espresse dalla Croazia per il bel monumento eretto a Trieste a Gabriele D’Annunzio, in ricordo del centenario dell’impresa fiumana, siano state fatte proprie – lo ha ricordato Alessandro Gnocchi sul Giornale del 13 settembre u.s. – dall’Anpi. “A Ronchi, l’Anpi ha manifestato contro gli eventi in ricordo della marcia, perché la pensa come i compagni del passato” che nella rivoluzione fiumana vedevano un’anteprima del fascismo. “Slogan: Ronchi dei partigiani, Monfalcone meticcia. D’Annunzio era un fascista e un razzista anti-croato. E dunque presidio antifascista (il sindaco non ha gradito) contro la marcia commemorativa, alla quale partecipano anche associazioni degli Arditi e della X Mas. Nella notte sono comparsi decine di cartelli antifascisti, e Ronchi dei legionari nella segnaletica è diventata Ronchi dei partigiani”.

Nel monumento incriminato, D’Annunzio non veste i panni del “Comandante” ma, in abiti civili, legge un libro appoggiato a una pila di altri libri. L’omaggio reso a uno dei grandi poeti, scrittori e drammaturghi del Novecento che, tra l’altro, aveva collaborato con un gigante della musica d’oltralpe, Claude Debussy – suo era il testo del Martirio di San Sebastiano, 1920 – è sembrato una provocazione. Il sindaco di Fiume Vojko Obersnel e la presidente croata, Kolinda Grabar-Kitarovi, hanno dato voce alla protesta croata e anpista, la prima scrivendo che “Fiume era e rimane una parte fiera della Patria croata e il monumento scoperto oggi a Trieste che glorifica l’irredentismo e l’occupazione, è inaccettabile”; il secondo, che “è inaccettabile l’inaugurazione della statua dedicata a un uomo che distruggeva tutto quanto toccasse”. In questo clima buonista, quasi nessuno ha ricordato che, nel 1911, gli italiani a Fiume erano il 46,9 per cento della popolazione contro il 31,7 dei croati e il 7,9 degli sloveni, e che uomini di valore come Leo Valiani ed Enzo Bettiza rivendicarono sempre l’italianità della città irredenta.

L’episodio triestino è emblematico del contributo sostanziale dell’antifascismo alla perdita, forse irrimediabile, della nostra memoria storica. La saggezza antica (propria del liberalismo ottocentesco, assai poco liberal) che rinnegare le tradizioni non significa essere moderni e vergognarsi dei simboli nazionali (e D’Annunzio resta una gloria italiana) non salva l’anima ma condanna all’irrilevanza ontologica, è ormai tramontata.

Non si parli, però, di insipienza, di eccessi, di cattivo gusto davanti a certe posizioni dell’Anpi giacché nella “follia” in esame “c’è una logica” che sta nelle “funzioni” svolte dall’antifascismo. Quest’ultimo, a ben riflettere, serve soprattutto a conferire un blasone di nobiltà a una classe dirigente (politica e culturale) ampiamente screditata, sotto il profilo etico e intellettuale, anche se giustificata in parte dal suo essere impari alle sfide nuove che l’economia globale rappresenta per tutti i vecchi stati nazionali. Come sanno gli scienziati politici, che se ne sono occupati, chi si impadronisce dei “simboli” viene a beneficiare di una rendita di posizione che, alla lunga, si esaurisce, come tutto in questo mondo, ma che sui tempi brevi e medi diventa una rilevante risorsa di potere. Quando non si è in grado di mantenere le promesse elettorali, di realizzare riforme, di garantire la legge e l’ordine, la legittimazione politica non viene da ciò che si fa ma da ciò che si è (o si dice di essere). I re di diritto divino riuscivano a conservare il rispetto e la venerazione dei sudditi anche se nulla facevano per essi: a mantenerli sul trono era il terrore delle forze infernali che si sarebbero abbattute su un regno privo di testa. Oggi il caos sono i sovranisti, i nazionalisti, gli euroscettici – forme subdole in cui rivive il fascismo di sempre, l’Ur-Fascismo di cui scriveva un chierico (geniale e brillante ma) “traditore” come Umberto Eco – e davanti al diavolo occorre mobilitarsi tutti, mettendo in ombra differenze e riserve. È, quindi, la ricostituzione resistenziale dell’Union sacrée la funzione cruciale dell’odierno antifascismo. Pacifista, cosmopolita, sempre “politicamente corretto”, esso è impensabile senza la “guerra civile”, senza la “chiamata a raccolta”, senza lo spirito di crociata. L’auspicata (ipocritamente) secolarizzazione della politica sarebbe la sua tomba giacché costringerebbe a mettere da parte i simboli alti, a ragionare concretamente sulle cose ma, soprattutto, a prendere atto che la politica non è la dimensione della verità ma dell’opinione, degli interessi legittimi spesso in conflitto, tra i quali bisogna mediare, trovando soluzioni ai problemi che essi pongono, spesso divisive e discordanti.

Tanti anni fa, un noto cattedratico dell’Università di Torino all’obiezione, peraltro molto rispettosa, di uno studente inequivocabilmente di destra, rispose: “A lei non dico nulla. Con quelli come lei abbiamo già fatto i conti a Piazzale Loreto!”. Troppo comodo, troppo facile, questo modo di vincere la partita, solo scendendo in campo con la maglietta giusta!  (  http://www.atlanticoquotidiano.it  )

 

   di Dino Cofrancesco
     (21/09/2019)

 

 

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