Assurdo, cinico, rabbia, disperazione

4 votes
image_pdfimage_print

Albert Camus, Lo straniero. Il teorema dell’Assurdo. Il protagonista narrerà con lo stesso distacco il giorno della sepoltura della madre. Egli osserva tutto come se non lo riguardasse, non si commuove neanche una volta, non ha nessun sentimento di dolore.

di Fiammetta Lozzi Gallo

 

Lo straniero è il romanzo che, pubblicato da Gallimard nel 1942, rivelò lo scrittore futuro premio Nobel al mondo letterario internazionale.
Alla base di quest’opera è la problematica esistenzialista, il dovere dell’uomo di affrontare il destino, che è assurdo e irrazionale ma, al tempo stesso, ineluttabile. L’uomo di Camus cerca una giustificazione all’esistenza e non la trova; tutto gli si presenta privo di senso e, per questo, diventa straniero nei confronti di se stesso e degli altri. È quello che accade al protagonista del romanzo, Meursault, che uccide inesplicabilmente un uomo (“a causa del sole”, come dirà ai giurati increduli) e che si lascia condannare a morte per il suo delitto senza tentare di discolparsi in alcun modo.

La struttura e lo stile
Il libro è composto di due parti di lunghezza uguale e che si ‘rispondono’: gli avvenimenti presentati nella prima parte del romanzo sono ripresi nella seconda, in cui il protagonista si confronta con essi nella totale indifferenza.
La prima parte del romanzo racconta la sepoltura della madre di Meursault, l’inizio della storia sentimentale con Marie, che comincia il giorno successivo al funerale, e, infine, la passeggiata sulla riva del mare con l’amico Raymond, il litigio con un gruppo di arabi e l’uccisione di uno di essi.
Nella seconda parte sono descritte le conseguenze di tutti questi fatti: l’arresto, il processo e la condanna alla ghigliottina.

Il destino dell’uomo, assurdo e irrazionale
Il romanzo è scritto in prima persona, ma non ha le caratteristiche tradizionali dell’autobiografia: Meursault non tenta mai di descrivere le proprie sensazioni né di spiegare le proprie azioni (soprattutto l’omicidio). La scrittura segue, nel suo stile essenziale, il corso ‘meccanico’ degli avvenimenti. Si caratterizza per l’impiego di un periodare improntato del linguaggio orale, soprattutto nell’utilizzo del passato prossimo e nella mancanza di subordinate.

Occorre distinguere anche qui le due parti del romanzo. Nella prima parte, non c’è mai un commento: gli avvenimenti fondamentali e quelli insignificanti sono accostati gli uni agli altri senza alcuna distinzione. Spesso gli avvenimenti principali sono menzionati come se del tutto accidentali.

La novità di questo stile è evidente sin dall’inizio del romanzo:
“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: ‘Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti’. Questo non dice nulla: è stato forse ieri.
L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò ancora nel pomeriggio. Così potrò vegliarla ed essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. Ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto: ‘Non è colpa mia’. Lui non mi ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo”.

Il protagonista narrerà con lo stesso distacco il giorno della sepoltura della madre. Egli osserva tutto come se non lo riguardasse, non si commuove neanche una volta, non ha nessun sentimento di dolore o anche, semplicemente, di tenerezza.  E la stessa accettazione passiva di ciò che accade è evidente nella mancanza di qualsiasi ambizione nel lavoro e, ancor più, nella storia sentimentale con Maria: “La sera Maria è venuta a prendermi e mi ha domandato se volevo sposarla. Le ho detto che la cosa mi era indifferente, e che avremmo potuto farlo se lei voleva. Allora ha voluto sapere se l’amavo. Le ho risposto, come avevo già fatto un’altra volta, che ciò non voleva dir nulla, ma che ero certo di non amarla. ‘Perché sposarmi, allora?’ mi ha detto. Le ho spiegato che questo non aveva nessuna importanza e che se lei ci teneva potevamo sposarci”. Non prova amore per lei: ci sono dei momenti nei quali la desidera, e gode delle piacevoli sensazioni della sua pelle. Sono sensazioni animali, fisiche, più che sentimentali: vive passivamente e si lascia condurre dall’istinto. Le sue sensazioni sono il freddo, il caldo, il fastidio che gli procura il rumore. 

L’indifferenza, il totale arrendersi al Caso raggiunge il suo massimo nell’episodio più importante di questa prima parte: l’uccisione dell’arabo. Meursault non cercherà mai di spiegare il suo gesto: come in tutto il romanzo, è il Caso che lo guida: il bruciore, il sudore che l’acceca sono le sensazioni che osserva. “A causa di quel bruciore che non potevo più sopportare ho fatto un movimento in avanti. […] In quello stesso momento, il sudore dalle mie sopracciglia è colato di colpo giù sulle palpebre e le ha ricoperte di un velo tepido e denso. […] È allora che tutto ha vacillato. […] Tutta la mia persona si è tesa e ho contratto la mano sulla rivoltella. […]

Mi sono scrollato via il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura”.

Uno sguardo ironico e cinico
Nella seconda parte del romanzo lo stile diventa più letterario. Si possono rilevare delle novità, prima fra tutte il fatto che ci sono numerose osservazioni sui personaggi e sulle situazioni e che una sottile ironia percorre tutta la descrizione dell’istruzione del processo e poi del processo. La narrazione non è più ‘meccanica’. Si potrebbe parlare di cinismo, di un’alienazione che è interrotta, però, da momenti – seppur rari – nei quali il protagonista prova dei sentimenti.

Naturalmente, neanche il processo ha alcuna importanza nell’assurdità della vita e Meursault sorprende i vari personaggi ancora una volta per la sua indifferenza, soprattutto il giudice e il suo avvocato.
Durante il processo, Meursault si distrae continuamente o fa osservazioni bizzarre. È in parte incuriosito, un po’ distratto, ma soprattutto è semplicemente molto infastidito dal caldo. L’ironia diventa via via più corrosiva.

Una sola cosa ha ben chiara: si rende conto che tutti lo considerano un mostro, un uomo crudele, ed egli sa che non può opporre a questa idea che delle scusanti ridicole per il suo gesto, che non lo discolperanno davanti ai loro occhi (è per l’eccessivo calore che ha ucciso l’arabo, pensa). La giuria cerca una spiegazione: ma nel Caso che segna ciascun destino questa non può esistere. È successo tutto questo, ma sarebbe potuto succedere in maniera diversa: quanto è accaduto non significa nulla.

La rabbia e la disperazione
I pensieri del protagonista appaiono via via più frequentemente: Meursault descrive lungamente i suoi pensieri durante le ore in cella. La scrittura è ‘impassibile’, come nella prima parte, ma registra tutti i pensieri e soprattutto un attaccamento alla vita, ancorché affatto istintuale e per il quale Meursault non trova motivazioni razionali.

Nel capitolo finale l’interiorità del personaggio diventa più importante, lo stile si attesta su un registro più alto.

La mescolanza tra cinismo, indifferenza e ironia è evidente quando il protagonista accetta, infine, di ricevere il cappellano. Il loro colloquio diventa un vero scontro: Meursault rifiuta il suo aiuto, rifiuta il suo dio, la sua ipocrisia, la sua vita al riparo dal mondo. Lo sfogo di rabbia alla fine del colloquio diventa l’espressione evidente di un sentimento di disperazione.
“‘No, non posso crederti. Sono sicuro che ti è avvenuto di desiderare un’altra vita’. Gli ho risposto che naturalmente mi era avvenuto, ma ciò non aveva maggiore importanza che il desiderare di essere ricco, di nuotare molto veloce o di avere una bocca meglio fatta. Erano desideri dello stesso ordine. Ma lui mi ha interrotto e voleva sapere come vedevo quest’altra vita. Allora gli ho urlato: ‘Una vita in cui possa ricordarmi di questa’.”
Meursault per la prima volta ha uno scatto di rabbia, una reazione, un sentimento forte. La sua rabbia lo ‘purga’ del Male, dell’angoscia che ritrova in se stesso e che lo squassa.

Le ultime pagine sono per il lettore una grande emozione: si aspetta uno scatto di rabbia o l’espressione di qualsiasi sentimento da parte di Meursault per tutto il romanzo, soprattutto dall’inizio del processo.

In realtà, questa ira non indica uno spiraglio nell’indifferenza e nell’assurdità del mondo, ma la resa all’Assurdo. La comprensione che non c’è una soluzione all’assurdo della vita, ma occorre accettarlo perché nella vita si può scegliere ma, in ogni caso, tutte le scelte porteranno allo stesso assurdo destino.
“Così vicina alla morte, la mamma doveva sentirsi liberata e pronta a rivivere tutto. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch’io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio”.

 Le citazioni sono tratte dall’edizione Bompiani, 2013, la traduzione è di Alberto Zevi.  (www.treccani.it  )

 

   di Fiammetta  Lozzi Gallo
          (05/12/2015)

 

Articoli correlati:

 Forse lei lo ama, lui no di certo

 

ViaCialdini è su www.facebook.com/viacialdini e su Twitter: @ViaCialdini