Gian Rinaldo Carli, idea di tradizione nazionale

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Gian Rinaldo Carli nel Terzo Centenario della nascita. Teorizzava con precisione l’unità della nazione italiana, ponendo le basi per un moderno nazionalismo.
di Achille Ragazzoni 

Gian Rinaldo Carli, idea di tradizione nazionale
Gian Rinaldo Carli nel francobollo celebrativo del Liceo Ginnasio di Pisino d’Istria

Si dice, pur con qualche ragione, intendiamoci, che il nazionalismo moderno trae le proprie radici dalla rivoluzione francese, poiché il nuovo sistema politico nato nel 1789, rifiutando il principio di legittimità che derivava dall’essere sudditi dello stesso sovrano, creava una nuova legittimità in base all’appartenenza nazionale ponendo, appunto, le basi per la creazione del moderno nazionalismo. Quindi tutti i nazionalisti, rivoluzionari o conservatori, di destra o di sinistra, piaccia loro o meno, sono figli della rivoluzione francese.

Per quanto riguarda l’Italia (ma anche altre nazioni, per esempio gli Stati Uniti d’America, e non solo) non è proprio così. A parte i richiami all’unità nazionale che si possono ritrovare negli scritti del cancelliere fiorentino, il grandissimo Ser Niccolò Machiavelli, già in epoca prerivoluzionaria un italiano, un capodistriano per la precisione, Gian Rinaldo Carli, nato l’11 aprile 1720 (ne ricorre quindi il terzo centenario della nascita) e morto a Milano il 22 febbraio 1795, teorizzava con precisione l’unità della nazione italiana.

Un italiano d’Istria, quindi. E qui occorre una piccola digressione sulle italianità di confine, la cui importanza viene sovente misconosciuta: un italiano di confine, Garibaldi, nizzardo, è stato tra i veri artefici della nostra unità nazionale, un italiano di confine, Niccolò Tommaseo, dalmata di Sebenico (quando scrivo o dico sebenzano, tutti mi guardano come se l’aggettivo riferito a Sebenico fosse una parolaccia, quindi ho smesso di farlo, tanto quasi nessuno capisce cosa voglia dire) ha scritto il migliore dizionario della lingua italiana dell’Ottocento, un italofono dei Grigioni, Giovanni Andrea Scartazzini di Bondo in Val Bregaglia, ci ha restituito la migliore lezione della Commedia dantesca e un istriano ha per primo teorizzato modernamente l’unità politica della nostra Patria. A lui è oggi intitolato il Ginnasio di Capodistria, mentre un tempo era a lui intitolato il prestigioso Liceo Classico di Pisino d’Istria.

Terminata la digressione torniamo al nostro Carli (se qualcuno ha letto il romanzo di Fulvio Tomizza “L’ereditiera veneziana” si ricorderà di averlo visto come protagonista) il quale nel 1765, sulla rassegna culturale Il Caffè, pubblica il saggio “Della Patria degli Italiani. Nello scritto s’immagina che uno sconosciuto entri in una bottega del caffè a Milano e un avventore gli chieda se sia un forestiere. Lo sconosciuto risponde che, pur non essendo milanese, non è forestiere, poiché è italiano e un italiano in Italia non è mai tale, così come mai forestiere è un francese in Francia, un inglese in Inghilterra, un olandese in Olanda, ecc.  Lo sconosciuto stigmatizza il campanilismo che impera in Italia, lo spirito di fazione e di divisione che tra noi scese sin dall’epoca dei guelfi e ghibellini. Esorta gli italiani ad ammirare i propri spiriti magni: mentre Newton è tenuto in gran conto da tutti gli inglesi e Cartesio da tutti i francesi, da noi succede che Galileo Galilei abbia ricevuto più elogi dagli stranieri che non dagli italiani stessi.  Nello scritto vi sono precisi riferimenti all’unità geografica d’Italia e alla tradizione di Roma, cui gli italiani odierni dovrebbero in qualche maniera rifarsi, così come all’Impero ricostruito da Carlo Magno.  Ma nel medioevo le lotte tra Chiesa e Impero gettarono il germe della divisione. Dopo un’ultima tirata contro il pernicioso campanilismo cittadino, lo sconosciuto esorta all’amore di patriottismo, ossia del bene universale della nostra nazione, concludendo (cito qui testualmente): “Divenghiamo pertanto tutti di nuovo Italiani, per non cessar d’essere uomini”.

Effettivamente nel 1765 vedute del genere erano futuristiche, Carli era almeno 60 anni avanti rispetto ai suoi contemporanei. Poteva guardare al futuro con la sicurezza e la consapevolezza di chi aveva solide radici nel passato, ossia nella Tradizione (mi viene in mente un’affermazione mazziniana secondo cui tre cose sono sacre, la Tradizione, il Progresso e l’Associazione), senza la quale non esiste il vero Progresso, che non consiste solo nel portarsi dietro un cellulare di ultima generazione per potersi più velocemente connettersi a Whatsapp. No, mi dispiace, ma per me il Progresso è un’altra cosa. Carli fu anche un grande studioso del passato e ci ha fornito approfonditi saggi di storia numismatica e sulle concezioni culturali, scientifiche e tecniche dell’antichità classica (fu docente di Scienze Nautiche e Geografiche presso l’Ateneo di Padova). Meravigliosa anche l’opera “Delle antichità italiche” in cinque grossi volumi.  L’ultima sua opera pubblicata fu un sapido pamphlet contro Rousseau: “Della disuguaglianza fisica, morale, civile fra gli uomini”…

Bisogna sottolineare l’enorme differenza tra gli illuministi italiani (settentrionali o meridionali che fossero) e quelli francesi: i primi furano, nella grande maggioranza, alieni dalle perniciose fumisterie ideologiche che prepararono, in Francia, il terreno al giacobinismo (da cui deriva il nazionalismo più estremista che troppi danni ha arrecato all’Europa tutta) e contribuirono, invece, come il Carli, alla creazione di una sana e corretta idea di tradizione nazionale.

 

 di Achille Ragazzoni
     (11/04/2020)

 

 

 

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