Il Pascià beduino

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Il romanzo riporta anche alla luce due storie rimosse: la brutalità della guerra di Libia e del colonialismo italiano e quella della povertà del Meridione, inimmaginabile e quindi dimenticata nel Bel paese di Oggi. 
di Wlodex Goldkorn

 

Nella repubblica delle lettere americana è una prassi consolidata: uno scrittore studia un fatto storico o di cronaca e lo trasforma in un romanzo, seguendo le vicende di persone che sono esistite davvero. Ne viene fuori, in genere, un ritratto del paese più interessante do ogni cronaca.

In Italia un approccio del genere è invece raro, eccezionale. Una delle fortunate eccezioni è “ Carmine Pascià che nacque buttero e mori beduino” ( Rizzoli, pp. 136, euro 13.50 ) di Gian Antonio Stella. Il Libro narra, in apparenza, una storia semplice. Il protagonista Carmine Iorio è un povero analfabeta, un morto di fame di una paesino del Cilento. Nel 1911, all’età di 18 anni, si sposa. Un anno dopo, viene arruolato nel regio esercito e spedito, con il piroscafo America, un nome evocativo a benaugurate, in Libia. Partecipa alla conquista del 2 Bel syol d’amore”.

Ma non c’è niente di romantico nell’avventura coloniale. C’è solo l’idiozia dei superiori, la vana gloria degli ufficiali, la disperazione dei soldati.

Quella che ricostruisce e romanza Stella è una storia personale, che però spiega, per esempio, perché gli italiani, in genere, le battaglie le hanno perse. In nessuno altro esercito dell’epoca ( a eccezione di quello zarista ) la truppa veniva intimorita, vessata come in quello italiano. Carmine alla fine diventa disertore, si converte all’Islam e finisce male: o forse bene, da vero eroe privato che difende i valori intimi.

Il romanzo riporta anche alla luce due storie rimosse: la brutalità della guerra di Libia e del colonialismo italiano e quella della povertà del Meridione, inimmaginabile e quindi dimenticata nel Bel paese di Oggi.
di Wlodex Goldkorn
Dal Sett. L’Espresso  – 2008

    Redazione
   (25/04/2015)

 

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