Sartre, vergogna in l’essere

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Il concetto di Vergogna in L’Essere e il Nulla di J. Sartre: “L’esistenza d’Altri”. L’Altro irrompe con forza offuscando l’orizzonte libero dell’Io, del per Sé.  Scopriamo in questo modo che la vergogna per Sartre è riconoscimento.
di Carlo Vespa 

Sartre, vergogna in l’essere Sartre introduce il problema dell’esistenza degli Altri mediante una riflessione sulla Vergogna, mostrando come in effetti essa sia la “coscienza non posizionale di sé come vergogna” e, conseguentemente a ciò, come essa sia accessibile alla riflessione. Il filosofo quindi si sofferma sulla struttura intenzionale della vergogna, precisando che si ha vergogna sempre di qualche cosa; nel dettaglio egli vede questo qualcosa essere l’io stesso, la coscienza, o meglio ciò che Sartre chiama il per Sé.

Questa considerazione sulla natura pseudoriflessiva e intenzionale della vergogna evidenzia in modo chiaro l’esistenza di un unico protagonista deputato a vivere e sentire questo sentimento; e mostra al tempo stesso come quest’ultimo sia anche l’oggetto di tale sensazione: il per Sé infatti quando prova vergogna ha vergogna di sé stesso.

C’è tuttavia, secondo il filosofo esistenzialista, un’altra ottica con cui si può spiegare il concetto di vergogna forse in modo più autentico: spostando cioè il centro dell’attenzione dal Soggetto unico, il per Sé, alla sua relazione con qualcosa d’Altro. “Purtuttavia la vergogna non è originariamente un fenomeno di riflessione [.] infatti essa nella sua struttura prima è vergogna di fronte a qualcuno”.

Secondo questa nuova prospettiva l’atteggiamento riflessivo, prima riconosciuto come pertinente alla sensazione della vergogna, si rivela ora incompatibile con quest’ultima, poiché “nel campo della riflessione non posso mai incontrare altro che la coscienza che è mia”; in sostanza si ha vergogna di sé stessi sì, ma quando si è con qualcuno che, vedendo e osservando, conferma e fornisce vita a tale sentimento.

L’Altro irrompe con forza offuscando l’orizzonte libero dell’Io, del per Sé, della coscienza riflessiva. Con ciò si non si vuole dire che nel caso della vergogna non si può essere riflessivi: l’Io comunque emette giudizi su di sé; è sempre lui ad essere il centro del pensare e del vivere, ma nel caso specifico di questa sensazione, tutta questa attività è rivolta verso sé stesso visto non più come il soggetto che è, bensì come oggetto, l’oggetto su cui l’altro ha posato il sguardo critico. “Con l’apparizione di altri, sono posto in condizione di portare un giudizio su me stesso come su un oggetto, perché come oggetto mi manifesto ad altri”.

Scopriamo in questo modo che la vergogna per Sartre è riconoscimento: “io riconosco di essere come altri mi vede”. E questo carattere di oggettività o casualità, per meglio dire, che gli altri mi attribuiscono e che io riconosco, lungi dall’essere un qualcosa di esterno all’io, mostra invece tutta la sua appartenenza all’io stesso; è il per Sé il responsabile, l’unico artefice dell’atteggiamento che gli suscita vergogna. E tuttavia la vergogna c’è in virtù dell’Altro che in qualche modo la conferma. Questo è il passaggio in base a cui Sartre mostra come la vergogna è sì vergogna di sé, ma solo di fronte ad altri; poiché solo grazie agli altri la coscienza riesce ad acquisire nuove sensazioni su di sé che gli appartengono, che sono interne all’Io stesso.

Così da un’analisi sulla vergogna si riscontra l’emergere dell’esistenza necessaria dell’Altro, il per Altri, accanto al per Sé; queste due strutture si sono infatti rivelate non separabili. In sintesi l’esser per sé si può arricchire cogliendo tutte le strutture del proprio essere solo se questo rimanda all’esser per Altri. Nel caso specifico della vergogna solo di fronte ad altri il per sé può avere vergogna di se stesso.  (  https://www.riflessioni.it/  )

 

  di Carlo Vespa
  (20/04/2020)

 

 

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