Una didattica diversa

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La mia scuola: un sogno realizzabile. Intanto cresceva in me il desiderio di riallacciarmi al sogno di tornare tra i banchi della scuola statale dell’obbligo per dialogare con le nuove generazioni. Con passione i giovani studenti seguivano le lezioni preparatorie.
di Vincenzo D’Alessio

 

Vincenzo-Dalessio-Scuola-corso-giovaniHo frequentato le scuole elementari a metà degli anni sessanta del secolo appena trascorso in un antico edificio adibito a complesso scolastico con aule dal cielo alto, i banchi di legno a due posti con al centro infisso il calamaio, molto fredde d’inverno. Avevamo il grembiule nero che recava sul petto i ricami rossi  secondo la classe che frequentavi, il colletto bianco e il nastro tricolore che chiudeva il colletto. La campanella suonava alle otto e trenta , il maestro sedeva dietro una cattedra  con quattro cassetti sul lato destro pieni di documenti; appoggiata sulla cattedra c’era un’asticella di legno per tenere a bada i discoli tra di noi; la lavagna era grande e nera con un cassino di feltro grigio;  alle pareti c’era una cartina  dell’Italia politica;  la luce nell’ampia stanza pendeva dal soffitto era centrale e poco luminosa: d’inverno  e durante i temporali c’era quasi buio.

La bidella si chiamava Giovannina,  da sola puliva tutti gli stanzoni e i bagni in modo decoroso, l’odore della creolina arrivava dai bagni nell’ampio spazio del portico che immetteva nelle aule: era anziana vestiva quasi sempre di nero ma sorrideva serena ai nostri occhi  fanciulli. Come insegnante ho avuto un campione dei quiz, che era anche sindaco della cittadina: Antonio D’Urso ( conosciuto con lo pseudonimo di “ Rischiatutto” ). I cinque anni volarono presto con qualche litigio tra coetanei e qualche ferita alla testa dovuta alle sassaiole delle “ guerre” tra rioni.

I tre anni successivi  in quella che allora venne definita Scuola Media Unificata, furono più difficili e meno collegati alle esperienze  precedenti vissute intensamente con i coetanei e i ripetenti delle elementari. I professori erano  quasi sempre del parere che avevamo appreso poco nei cinque anni passati e dovevamo maturare a furia di compiti a casa. Inutile dire che oggi sarebbe proprio il caso di realizzare un unico percorso didattico di sette/ otto anni che permetta agli scolari/ studenti di perfezionare al meglio le loro capacità per poi scegliere di proseguire negli studi superiori oppure perfezionarsi in un mestiere qualificato alle loro propensioni.

Alla fine del percorso nella scuola media mi iscrissi all’Istituto Magistrale “Regina Margherita ” di Salerno con la volontà di insegnare nelle scuole dell’obbligo dopo avere completato gli studi al vicino Magistero. Purtroppo le cose andarono diversamente: erano gli anni della contestazione studentesca alla quale presi parte con tutte le conseguenze che portava questa ribellione verso il vecchio sistema scolastico. Mi diplomai con il minimo dei voti e dopo una breve esperienza come operaio nelle fabbriche trovai posto come impiegato nella pubblica amministrazione.

Intanto cresceva in me il desiderio di riallacciarmi al sogno di tornare tra i banchi della scuola statale dell’obbligo per dialogare con le nuove generazioni  sugli orizzonti scientifici che avevo raggiunto nel corso della giovinezza: l’archeologia del territorio dove vivevamo.  Intervenne dolorosamente il sisma del 23 novembre 1980 a sconvolgere la nostra quotidianità portando ancora una volta lutti e distruzioni. Compresi allora che avrei dovuto fare in modo che gli studenti conoscessero i beni esistenti sul territorio e salvaguardare quanto il terremoto dell’80 aveva lasciato.   Così nei pomeriggi disponibili iniziai nel 1983 quello che definii: “ Metodologia di ricerca e salvaguardia del territorio: esperienza nelle scuole medie della provincia di Avellino ” : oggi visibile in due volumetti pubblicati in proprio  nel 1986 e nel 1988   con le mie scarse finanze .  Iniziai quindi i corsi  con l’autorizzazione del Provveditorato Agli Studi di Avellino e del Preside della locale Scuola Media Statale “ Francesco Guarini ”.

Con passione i giovani studenti seguivano le lezioni preparatorie in classe dove, con l’ausilio di un videoproiettore, mostravo i luoghi delle nostre ricerche sul territorio e l’importanza avuta da questi nel corso del tempo: la memoria diveniva per loro una scoperta incontenibile condivisa con amore e passione per la loro conservazione. L’anno scolastico si chiudeva con l’incontro con il pubblico e con i genitori ai quali venivano mostrati dagli stessi scolari protagonisti  le diapositive dei luoghi visitati e in qualche modo preservati dalla completa distruzione operata dall’abbandono.

Un grande contributo al lavoro che svolgevo giunse dal maestro Mario LODI di Piadena( CR) del quale scoprivo leggendo i suoi libri il grande impegno innovativo in favore dei metodi scolastici. Fu proprio LODI a suggerirmi di far tenere ai ragazzi un  diario nel quale inserire osservazioni e riflessioni sul lavoro che stavamo realizzando. Seguii i suoi consigli e nel secondo libretto, pubblicato nel 1988, furono inseriti degli stralci del diario tenuto dagli  studenti. Malgrado la buona volontà l’economia non mi consentiva di realizzare  altre pubblicazioni. Quindi i lavori proseguirono, come pure gli incontri, senza più la possibilità di divulgazione.

Una nuova occasione per divulgare il lavoro che andavo svolgendo nelle scuole si presentò agli inizi degli anni Novanta quando dall’incontro con il docente universitario professore Francesco BARRA fu pubblicato nella rivista “ Rassegna Storica Irpina ” un articolo nel quale spiegavo le finalità didattiche del lavoro, la salvaguardia dei beni presenti sul territorio e l’impegno dei giovani studenti per questo tipo esperienza.( Il lavoro è contenuto nel numero 5-6 della rivista a pagina 69).   

Continuai a collaborare con le scuole medie statali presenti nelle vicine cittadine di Montoro e Serino, avendo come collaboratori prediletti i miei tre figli Giuseppe, Nicolino e Antonio, limitando però la ricerca tra i banchi della scuola senza più nessuna ricognizione sul territorio.  La certezza che potesse nascere una didattica diversa per insegnare la Storia a diretto contatto con il territorio è stato un sogno realizzato negli occhi e nella mente dei tanti studenti e scolari che hanno animato le mie giornate di “ maestro honoris causa” : titolo conferitomi dall’allora direttore didattico professore Paolino MAROTTA il 20 dicembre 2002.

 

   di Vincenzo D’Alessio ©Riproduzione riservata               
                   (09/02/2015)

 

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