Magnolia, Tom Cruise si mette n gioco

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Magnolia, vent’anni di un grande film amato e odiato. Il dramma corale diretto da Paul Thomas Anderson con un Tom Cruise alla prova più coraggiosa della sua carriera
di Pierpaolo Festa 

Magnolia, Tom Cruise si mette n gioco
Tom Cruise, scena in Magnolia

Magnolia, vent’anni di un grande film amato e odiato. La sera del 26 marzo del 2000 a Los Angeles, Paul Thomas Anderson ascoltava Mel Gibson pronunciare il suo nome nella cinquina dei candidati all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Poco dopo, Gibson chiamò sul palcoscenico dello Shrine Auditorium il vincitore del premio: Alan Ball per American Beauty. Quando si perde agli Oscar, è “bene” prepararsi una faccia che non solo comunichi rispetto per i vincitori, ma che lasci intuire perfino felicità. Un’apologia del politicamente corretto. Paul Thomas Anderson, regista e sceneggiatore, però non la pensava così: quando Gibson annunciò il vincitore, fece una smorfia di sarcasmo. Come per dire: “tanto lo sapevamo che sarebbe andata così”. Pochi secondi dopo, la regia lo inquadrava nuovamente mentre la fidanzata dell’epoca, la musicista Fiona Apple, si stringeva a lui senza nascondere la totale tristezza della sconfitta.

Usciva negli USA esattamente vent’anni fa Magnolia, terzo lungometraggio di Anderson dopo il notevole esordio di Sydney e lo splendido Boogie Nights. Un film ispirato ai testi delle canzoni di Aimee Mann, cantautrice che ne cura la magnifica colonna sonora. Era il 17 dicembre del 1999 e PTA realizzava un enorme film corale. Un dramma composto da storie di personaggi disperati. Vicende che si intersecano, per intervento del caos. 

Qualche tempo prima, il regista andò a fare visita a Tom Cruise sul set di Eyes Wide Shut per proporgli il ruolo di Frank TJ Mackey, guru del sesso specializzato in tecniche per portarsi a letto qualsiasi donna. Magnolia offre dunque la possibilità di vedere Cruise nel ruolo più coraggioso della sua carriera. Un coraggio non legato a pericolosi stunt in scena, ma alla voglia di mettersi in gioco, al punto da rischiare di essere odiato dal pubblico nelle scene in cui impreca contro le donne. La performance dell’attore è così forte, da riuscire a riconquistare il pubblico nel terzo atto con la sequenza in cui inizia a piangere e tremare davanti al padre morente.

Quella scena scatena la pelle d’oca su chi sta guardare. Ma siamo solo davanti alla punta dell’iceberg di un film che si può amare o odiare, ma le cui performance mirano a rimanere scolpite nel grande cinema. Dalla lunga sequenza con Julianne Moore che ha un esaurimento in farmacia, a quella con William H. Macy che, prima di una truffa, ripete a se stesso a voce alta: “fallo accadere”. E che dire del grande Philip Seymour Hoffman nei panni del personaggio più innocente della sua carriera? Eccolo infermiere costretto a ordinare riviste erotiche al telefono con un pudore che nessun altro attore potrebbe riprodurre altrettanto perfettamente.

Anderson cattura la Città degli Angeli ormai affogata nel cinismo più totale. Una metropoli popolata da personaggi distaccati emotivamente da sé stessi e dal resto del mondo. Un gruppo di protagonisti che si guadagnano il rispetto di chi sta a guardare non per la loro personalità, ma per il loro coraggio. Si tratta nella maggior parte dei casi di persone anche disgustose che trovano la forza di riconoscere la propria oscurità. Il prezzo da pagare è altissimo, ma forse è un primo passo per tornare a vivere. E’ un film sul chiedere perdono, un concetto che viene espresso in maniera biblica: le rane piovono alla fine di Magnolia. Cadono dal cielo per testimoniare la fine dell’apocalisse e l’inizio di una nuova era per i protagonisti.  

Odiato, amato ma soprattutto imitato. Perfino in Italia con Gabriele Muccino che girò L’ultimo bacio un anno dopo, costruendo un’atmosfera che facilmente fa pensare a quella del film di Anderson. Il regista Kevin Smith ha attaccato Magnolia: “Non lo rivedrò mai più – ha dichiarato all’epoca – Ma me lo terrò sulla scrivania. Per ricordarmi sempre che quel grosso senso di egocentrisimo è la qualità peggiore di una persona nel suo lavoro”. Le parole di Smith, per quanto esagerate, sottolineavano l’ego di un regista che aveva appena compiuto trent’anni. Un autore forse arrogante ma con una forza visionaria infinita. Un grande raccontastorie. La verità è che se quella sera di marzo del 2000 Magnolia avesse trionfato agli Oscar, forse sarebbe stata la cosa giusta. Lo si ricorda per quella sconfitta, ma il film vinse comunque l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 2000.
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di Pierpaolo Festa
  (24/04/2020)

 

 

 

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