Richard Jewell diretto da Clint Eastwood

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Richard Jewell: il conservatore libertario Clint Eastwood non delude mai. Richard è un eroe, istericamente conteso da tv e case editrici. Ma non ha il volto né il fisico del supereroe. 
di Daniele Capezzone 

Richard Jewell diretto da Clint EastwoodRichard Jewell diretto da Clint Eastwood che non delude mai. Da Gran Torino a American Sniper, da Sully a Attacco al treno, da The Mule fino a questo commovente Richard Jewell, arrivato nei cinema italiani, un Clint Eastwood intellettualmente e artisticamente in stato di grazia (alla vigilia dei suoi 90 anni) incanta, emoziona, fa riflettere, e naturalmente indica la strada a chi vuol vederla. Stavolta, senza comparire sullo schermo, ma dirigendo il film.

La storia – vera – è arcinota, e dunque non si tratta di “spoilerare” alcunché. Jewell, che sogna di diventare poliziotto, si presta a fare vigilanza volontaria durante le Olimpiadi di Atlanta ’96. Il caso, e – più del caso – la sua attenzione meticolosa, lo portano a scoprire uno zaino sospetto, che infatti esploderà. Ma grazie alla segnalazione tempestiva di Richard e all’intervento delle forze dell’ordine, la stragrande maggioranza dei presenti all’evento, miracolosamente, si salva.

Richard è un eroe, istericamente conteso da tv e case editrici. Senonché, dopo tre giorni, in alleanza casuale e perversa, da un lato l’FBI in cerca di un colpevole e dall’altro una macchina mediatica a caccia di mostri e idoli da abbattere, lo trasformano nel principale sospettato, con relativo linciaggio televisivo e a mezzo stampa. In un attimo, Richard transita da eroe a reprobo, fino a uno sviluppo e a un finale che ovviamente non svelo.

Richard non ha il volto né il fisico del supereroe, è un ciccione, è pieno di problemi personali, la sua vita è scombiccherata e confusa come quella di ciascuno di noi. E la violenza dei media e degli apparati investigativi possono esporla al pubblico ludibrio con una facilità irrisoria, senza alcuna difesa quando l’urto è più forte.

Richard Jewell diretto da Clint Eastwood
Clint Eastwood e Paul Walter

Sta qui il messaggio del gigantesco Clint, conservatore ma libertario (direbbe forse lui: conservatore e dunque libertario), inquieto per la libertà e per gli individui (non per stati-chiese-partiti), diffidente nei confronti dello stato (la frase iconica del film è quella dell’avvocato che dice a Richard, prima che venga interrogato dagli investigatori: “Lì dentro non c’è il governo, ma tre stronzi che lavorano per il governo”).

Certo, e qui Eastwood è sempre una garanzia, non mancano gli schiaffi al politicamente corretto: ai media cialtroni, a un giornalismo mainstream sciatto e feroce. Ma attenzione: ce n’è anche per i conservatori confusi e i liberali smarriti, a cui Clint indica una via ardua, in salita, solitaria. Diffidare del big government, anzi proprio del government; non fidarsi dell’autorità; credere nella scelta morale singola e nell’impegno personale; capire che una fiducia eccessiva e una latitudine troppo ampia dei poteri pubblici è pericolosa.

Clint guida – sul terreno dell’emozione – ciò che Grover Norquist, il guru di Americans for tax reform, indica da tempo sul piano razionale e sociale: l’esigenza di una “leave us alone coalition”, di una coalizione di chi vuole essere lasciato in pace dallo stato e dalla mano pubblica, contro statalismi, confessionalismi, autoritarismi più o meno mascherati e infiocchettati, contro tutto ciò che comprime e sequestra la possibilità di difendersi, esprimersi, scegliere liberamente e personalmente. Grazie anche per questo, immenso e saggio Clint. As usual, sarai ignorato e osteggiato da una certa sinistra, e applaudito – ma poco compreso – pure da altre parti.  (   http://www.atlanticoquotidiano.it/  )

 

 di Daniele Capezzone
     (06/07/2020)

 

 

 

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