Antiviolenza Donne a Trento

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Antiviolenza Donne a Trento, incontriamo il responsabile. Da una nuova indagine Istat, per la prima volta interamente dedicata al fenomeno delle violenza fisica e sessuale contro le donne,  emerge che oltre il 90 % non denuncia la violenza.  
di Michele Luongo

 

Donne-No-violenzaLa donna oggetto, un volto inaccettabile dell’uomo, ancora succube di una cultura maschile imbevuta di “egoismo –  violento” e del non rispetto .  Indagini ci danno un quadro sconcertante di violenze familiari, di timori nel denunciare l’accaduto.  Numeri inquietanti per una civiltà moderna e “ civile”. Da una nuova indagine Istat, per la prima volta interamente dedicata al fenomeno delle violenza fisica e sessuale contro le donne,  emerge che oltre il 90 % non denuncia la violenza. 
Incontriamo la responsabile dr.ssa  Barbara Bastarelli,  del Centro Antiviolenza Donne di Trento.
Vuole spiegarci come funziona e da quanto tempo il  Centro della sede di Trento  è attivo ?
Il Centro AntiViolenza è aperto dal 2002, ma prima era attiva una Linea di ascolto telefonico dedicata alla violenza e gestita da un gruppo di volontarie. Tale esperienza ha raccolto primi dati che hanno poi consentito l’apertura del Centro che gode da quella data di un contributo annuale da parte della Provincia Autonoma di Trento. Attualmente lavorano presso il Centro AntiViolenza . quattro operatrici. Molte donne prendono il primo contatto con noi telefonicamente, magari a seguito di un episodio di violenza che le ha particolarmente turbate. In seguito le invitiamo ad  un colloquio presso in Centro che può proseguire con altri colloqui che mirano a rendere consapevole la donna della situazione di violenza che sta vivendo e i rischi che corre e a dare indicazioni per la sua messa in sicurezza.

Ci può tracciare un profilo delle donne che si rivolgono al Centro ?
Si tratta di donne normali, con un lavoro, una casa, dei figli, spesso hanno un titolo di studio di scuola media superiore, ma non mancano le laureate e le donne che lavorano come quadri o dirigenti. Si tratta di donne normalissime che subiscono violenza da partner normalissimi, anche loro ben inseriti professionalmente, socialmente apprezzati e non violenti in pubblico. In genere le donne che chiedono il nostro aiuto hanno tra i 35 e i 45 anni, ma ci sono anche donne più anziane di 60-70 anni che dopo una vita di maltrattamenti ci chiedono aiuto perché non ne possono più e vogliono invecchiare libere dalla paura della violenza.
Questi dati mettono in discussione lo stereotipo che vuole la donna maltrattata e l’uomo maltrattante come entrambi in condizione di disagio (disoccupazione, marginalità sociale, abuso di alcol o droghe…). In realtà, pur rivolgendosi a noi anche donne appartenenti a queste fasce, la stragrande maggioranza non presentano alcuno di questi aspetti e per questo molte donne non vengono credute e si sentono rivolgere questa domanda: “come mai, tu che hai un buon lavoro e hai studiato, subisci violenza?” , come se la violenza fosse cosa estranea alla normalità.

Si rivolgono al Centro le donne straniere?
Sì, certo. Rappresentano circa il 20% dell’utenza. Si tratta per lo più di donne sposate con uomini italiani i quali avendo sposato o convivendo con una donna straniera, solo perché straniera, si sentono maggiormente legittimati a trattarla come un oggetto e a imporle un rapporto di dominazione e controllo. L’uscita dalla violenza di una donna straniera è ovviamente possibile come per tutte le altre donne, tuttavia nel suo caso vanno tenute in considerazioni tutta una serie di aspetti legati al permesso di soggiorno e alle difficoltà connesse con il mantenimento della regolarità del soggiorno sul territorio italiano in assenza di lavoro e casa sicuri.

Dalla vostra esperienza quale è il motivo che induce la donna a non denunciare la violenza subita? 
La donna che vive insieme ad un partner violento è innanzitutto una donna spaventata dalle minacce e dalle violenze fisiche, psicologiche che subisce. Teme che il partner diventi ancora più violento nel momento in cui viene a sapere che la moglie lo ha denunciato, teme per la propria incolumità e quella dei figli e che le minacce che il marito fa in continuazione diventino realtà. Per questo motivo molte donne ritirano le denunce che hanno sporto perché non sentendosi sufficientemente sicure e protette, la paura di ritorsioni prende il sopravvento.
Una donna sarà più propensa alla denuncia e, più in generale, a rompere il silenzio sulle violenze che subisce quanto più percepisce di essere creduta, anche se non ha prove immediatamente spendibili perché spesso le aggressioni avvengono in assenza di testimoni, e quanto più è aiutata a mettersi in sicurezza.
Le donne non denunciano o ritirano le denuncie fatte perché, il marito dopo una aggressione torna ad essere calmo e promette alla donna di cambiare e che non succederà mai più. Questo cambio di atteggiamento da parte dell’uomo fa rinascere la speranza nella donna che il marito torni ad essere quell’uomo dolce e buono che si è sposato.

Nelle varie tipologie di violenza prese in esame sembra non comparire la violenza psicologica, non crede che sia troppo sottovalutata ?
La violenza psicologica è una dimensione che noi come Centro AntiViolenza teniamo in considerazione quando valutiamo la situazione di violenza che vive la donna: la donna racconta di umiliazioni, offese, denigrazioni, parolacce, insulti a cui il partner fa ricorso quando si relaziona con lei e che la feriscono profondamente, procurandole un forte senso di svalutazione e indebolendola. La ricostruzione del vissuto femminile anche in relazione alla violenza psicologica permette alla donna di far riaffiorare alla memoria frasi, gesti che l’hanno turbata e la cui gravità diventa di intensità esponenziale quando è accompagnata dalla violenza fisica o sessuale.

Secondo lei quanto influisce la  paura nel determinante la scelta a denunciare una violenza?
Il timore di ritorsioni da parte del partner, la paura di un aumento della violenza su di sé sono fattori determinanti, ma non esclusivi, che portano la donna a non denunciare oppure a ritirare una denuncia dopo averla fatta. Il problema è quindi fondamentalmente legato alla sicurezza della donna: una donna sarà più propensa alla denuncia e, più in generale, a rompere il silenzio sulle violenze che subisce quanto più percepisce di essere creduta, anche se non ha prove immediatamente spendibili perché spesso le aggressioni avvengono in assenza di testimoni, e quanto più è aiutata a mettersi in sicurezza. Altro elemento che può far tornare la donna sui suoi passi rispetto alla denuncia è l’assunzione da parte del marito, dopo una aggressione, di un comportamento più tranquillo in cui magari chiede anche scusa. Questo modo di fare del partner disorienta la donna che entra in confusione e perde il senso della gravità di ciò che sta vivendo.

Quali sono le maggiori difficoltà per gli operatori del Centro nell’affrontare tali problematiche ?
Per una operatrice esistono numerose difficoltà, tra le principali il rischio di sovrapporre il proprio punto di vista sulla situazione a quello maturato dalla donna. L’operatrice che capisce la gravità di una situazione, spera che la donna si metta in sicurezza, riesca cioè a mettere in atto tutta una serie di tutele per proteggersi quanto più possibile. A volte però le donne per proteggersi psicologicamente dalla drammaticità della situazione che stanno vivendo, sottovalutano il rischio che corrono e non assumono tutte le tutele che l’operatrice ritiene indispensabili.
Altre difficoltà che l’operatore/trice deve affrontare riguarda l’interpretazione delle situazioni di violenza da parte di operatori di altri servizi a contatto con donne che subiscono il maltrattamento tra le mura domestiche, che spesso è intrisa di stereotipi e pregiudizi rispetto alla donna stessa e rende quindi difficile cooperare per la messa in sicurezza della donna.

Quanto influisce il giudizio della  “cultura di una società “ ,   “moderna”,  nella paura di denunciare  la violenza o  lo stupro ?
Le donne non sono le sole restie a denunciare le violenze che subiscono. Anche le persone che le sono accanto cercano spesso di dissuaderle a denunciare perché non credono che le violenze accadano veramente oppure perché giustificano la violenza in famiglia. Spesso le donne quando raccontano a amici o parenti quanto accade nelle loro case ricevono come risposta: “Ma tu cosa gli hai fatto per far scattare la violenza da parte di tuo marito?”. Questo messaggio, estremamente diffuso, è particolarmente pericoloso perché implicitamente giustifica il comportamento violento e considera la donna corresponsabile dello stesso. Questo fa sì che la donna non si senta compresa nel dramma che sta vivendo e la fa sentire ancora più isolata e confusa, tanto che in molti casi decide di lasciare perdere il suo proposito di denunciare.

Quale messaggio vuole lasciare a quelle donne oppresse dalla violenza ?
Innanzitutto vorrei dire loro che non hanno alcuna responsabilità o colpa delle violenze che subiscono e che non c’è alcuna giustificazione ai comportamenti aggressivi. Vorrei anche dire loro che è normale nella loro situazioni sentirsi confuse e disorientate e di non sapere bene cosa fare, ma che uscire dalla violenza è possibile purché si consideri la sicurezza propria e dei propri figli/e come prioritaria. Inoltre direi loro di chiedere aiuto e di rivolgersi al Centro AntiViolenza, lì possono trovare operatrici preparate ad affrontare la loro specifica situazione.

 

di Michele Luongo ©Riproduzione riservata
                  (22/05/2015)

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