Dazi, anziché imbarcarsi in una battaglia

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Dazi, anziché imbarcarsi in una battaglia, si dovrebbe privilegiare quella al rialzo della qualità. Ciò che si deve impedire è che l’olio sia trasfuso in quello che pretende d’essere migliore ed è costoso, in questo modo raggirando il consumatore e danneggiando i produttori onesti. 
di Davide Giacalone

 

dazi-anziché-imbarcarsi-battaglia-olio-pomodoroChi pensasse di difendere con i dazi le proprie produzioni si troverebbe nella condizione descritta nell’Orlando innamorato: “così colui, del colpo non accorto, andava combattendo ed era morto”. Se poi si è un Paese esportatore, come noi, il culto delle frontiere ha un che di masochistico. I dazi possono essere utili, ma ad altri scopi. Immagino di sfidare non pochi pregiudizi e partiti presi, ma non si risolve nulla alzando artificialmente, con l’imposizione, il prezzo dell’olio tunisino. Almeno ci si sforzi di andare oltre la reazione epidermica, mettendo a fuoco il problema.

Togliere il dazio non è un “aiuto” alla Tunisia, semmai la rimozione, contingentata, di un ostacolo. A questo si aggiunga che non so quante volte ho sentito ripetere che per evitare l’emigrazione si dovrebbe aiutarli nei loro Paesi. E senza dimenticare che la Tunisia è un buon baluardo islamico anti-fondamentalista, impoveritosi dopo gli attentati subiti, che hanno dirottato sulle nostre coste il traffico dei croceristi. Ma supponiamo che ciò sia irrilevante, restiamo sul terreno degli interessi.

Le nostre produzioni agricole non reggono una concorrenza al ribasso del prezzo. Si dovrebbe privilegiare quella al rialzo della qualità. Posto che la nostra produzione di olio è inferiore alla domanda, se qualcuno lo produce e ce lo vende, a un prezzo inferiore, non s’innesca alcuna tragedia. Sappiamo tutti che l’olio molto buono ha un costo elevato (lo vendono in boccette manco fosse profumo), ma c’è anche chi condisce senza potere spendere in quel modo. Vogliamo impedirlo, aumentando anche il prezzo della minore qualità? La questione è totalmente diversa: ciò che si deve impedire è che l’olio tunisino (come quello di qualsiasi altra provenienza) sia trasfuso in quello che pretende d’essere migliore ed è costoso, in questo modo raggirando il consumatore e danneggiando i produttori onesti. La truffa, però, è nostrana, non tunisina. Inoltre, vale per l’olio come qualsiasi altro prodotto alimentare, quel che importo deve rispondere alle norme igieniche e produttive che sono obbligatorie in Unione europea. Quindi chi esporta da noi deve accettare il controllo all’origine. La minore qualità fa parte del mercato (mia madre mi mandava a comperare il “tritato di seconda”, che costava meno), la contraffazione e l’adulterazione fanno parte del crimine.

Anziché imbarcarsi in una battaglia dei dazi, che è guerra anche ai consumatori poveri, anziché cadere nelle ipocrisie di un ministro dell’agricoltura che si dice contrario a quell’importazione, salvo il fatto che il suo partito la vota e plaude, sarebbe valsa la pena di metterla in modo diverso: controlli dell’Ue sulla filiera produttiva ed etichettatura che dettaglia provenienze e contenuti. Poi ciascuno sceglie. Se si bara si viene puniti. Questa è la cosa da porsi come dirimente e insuperabile.

Non vale solo per l’olio. Se il Paese della pummarola e del sugo importa pomodori lo deve al fatto che da noi si proibisce la coltivazione ogm, così abbiamo perso i san marzano (roba da matti). E le coltivazioni che resistono, spesso, diminuiscono i costi di produzione utilizzando raccoglitori neri e in nero. Sicché ci andrei piano, nel farne una questione di frontiere. Se la produzione agrumicola del sud, siciliana in particolare, va in parte distrutta, costando troppo la raccolta e il trasporto, lo si deve anche al fatto che non c’è abbastanza industria alimentare di trasformazione, in loco. Supporre di compensare questi problemi aumentando i dazi alle importazioni, o reclamando sovvenzioni, serve solo a diventare più poveri e meno competitivi, salvando non posti di lavoro, ma economie assistite e sussidiate.

Ci sarà sempre un politico, o un urlatore di turno, pronto a cavalcare la protesta di chi si vede esposto alla concorrenza. Gli stessi soggetti s’adirano se il consumatore non trova prezzi convenienti. E si scandalizzano se si finanziano pensioni e disoccupazioni da lavori inesistenti. Il fatto che le tre cose siano in contraddizione fra loro non li affligge. Tanto sono tre trasmissioni televisive diverse. ( www.davidegiacalone.it )

 

    Redazione
  (15/03/2016)

 

 

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