Riflessione su democrazia e libertà

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Riflessione. La solitudine che mette a rischio la democrazia. Nel tempo della crescita delle disuguaglianze economiche, la democrazia, se non in crisi, è soggetta a un processo di trasformazione.
di Mario Sammarone

 

Riflessione su democrazia e libertàRiflessione su democrazia e libertà. Cambiano gli uomini, e le vite dei singoli, figurarsi se non sono soggette a trasformazione le grandi categorie del pensiero politico. Ci si domanda, storicamente, democrazia e libertà sono sempre le stesse? O sono cambiate rispetto al passato? E il loro è un legame sempre positivo, oppure sottoposto ad alcune inevitabili, e fisiologiche contraddizioni?

Spunti di riflessione non da poco, presenti nel nuovo libro di Andrea Graziosi, Il futuro contro. Democrazia, libertà e mondo giusto (pubblicato dal Mulino nel 2019 e presentato di recente presso la società Dante Alighieri a Roma) che racconta la democrazia al tempo della libertà (e forse anche dei suoi eccessi). È sotto l’occhio di tutti che, dopo la globalizzazione, nel tempo della crescita delle disuguaglianze economiche, la democrazia, se non in crisi, è soggetta a un processo di trasformazione. Oggi, la più antica e popolare categoria politica assomiglia a quelle automobili tanto amate che, in virtù di un lungo e proficuo servizio, hanno bisogno di un rapido ma inevitabile tagliando, per poter affrontare con sicurezza i tempi a venire. E quello di Graziosi è un libro che, pur alludendo a un futuro non roseo, rimane a suo modo ottimista, cercando di dare spunti per una nuova narrazione politica, che parta dall’Italia e si allarghi all’Europa e al mondo.

L’autore analizza le differenze tra i punti di vista e le esigenze dei singoli rispetto a quelle dei molti: la narrazione deve riconoscere la libertà, ovviamente, ma gli impulsi delle libertà singolari non devono entrare in conflitto e travalicare le basi del vivere insieme. Detto in altri termini, le società umane sono organismi complessi e vanno equilibrati i meccanismi con cui si misura il benessere individuale come quello collettivo. Non si può sacrificare troppo l’uno per negare l’altro. Se prevalgono troppo le ragioni degli individui, la collettività nel suo insieme ne risente; i legami si sfaldano, i valori si sbriciolano sotto l’impulso del calcolo e della volontà di potenza – sia pure questo processo mitigato dalla quasi metafisica, ma non di meno sempre efficace mano invisibile. Viceversa, se prevalgono le ragioni di un bene comune esasperato, e quindi di una retorica demagogica della collettività, come propugnavano talune ideologie fortunatamente tramontate del secolo scorso, l’individuo è spaesato. Anzi, è minacciato nei suoi diritti e libertà fondamentali. Vi è il rischio del potere latente nella collettività che può non essere tenuto a freno e rivolto contro il singolo. Pertanto, non si può valorizzare una sfera troppo a scapito dell’altra.

È per questo che la democrazia richiede una alchimia perfetta, fondata sulla ragione, ovviamente, ma anche sul cuore. Perché non stiamo parlando di meri oggetti dell’analisi scientifica, ma di esseri umani. E allora ben venga il libro di Graziosi che ci fa riflettere mettendo in evidenza alcuni problemi del nostro tempo. Come la crescita delle disuguaglianze – per l’autore, le condizioni di partenza devono essere uguali per tutti. Ci devono essere correttivi costanti e innovativi che rendano, nei fatti, i cittadini pari lungo i blocchi di partenza, assicurando a tutti le occasioni  di realizzarsi. O come il problema emergente dei loser, coloro che non ce l’hanno fatta, che spesso hanno talento ma che si vedono chiuse le porte della buona società, dei lavori migliori, e che, per giunta, cercano di migrare all’estero per trovare ciò che in Italia non trovano.

Le società democratiche occidentali, come già aveva messo in evidenza Tocqueville a metà dell’Ottocento, si fondano sulla partecipazione. Ebbene, che partecipazione può esservi da parte di chi, usando una vecchia categoria hegeliana, non si vede riconosciuto il giusto merito? Come i tanti che, nella nostra società, si sono trovati dimenticati, i giovani senza lavoro, i cinquantenni che il lavoro lo hanno perduto e che un altro non riescono a trovarlo. Il risentimento non genera partecipazione, semmai il contrario – frustrazione e problemi. Il populismo, che intercetta questi sentimenti molto meglio dei tradizionali partiti borghesi, incassa, ringrazia e governa.

Ma il processo democratico ha bisogno del contributo attivo del cittadino, dell’interesse personale verso gli altri, del prendersi cura non solo del proprio orticello ma anche della casa comune. Non si può pensare a una società armonica e libera se formata da monadi sociali con poche connessioni tra loro, se non quelle social. Per Graziosi quello che manca oggi è sopratutto il fine di un sentire comune (“l’assenza di un noi in cui collocare il nostro io”). I winners, così come i losers, in questo senso sono tutti perdenti. Perché non si può rapportare le proprie vite soltanto al metro dei soggettivi interessi personali.

Scriveva Anthony Cooper, meglio noto alla Storia come terzo conte di Shaftesbury – si era nel Settecento inglese, tempo di Lumi – che gli uomini non possono basare la propria etica soltanto sul tornaconto personale. È chiaro che un calcolo del bene individuale è necessario e importante, altrimenti si rischierebbe la sciatteria, ma ciò non basta. Per Shaftesbury occorre sapere rapportare la propria volontà e le proprie motivazioni al bene comune, alle esigenze della specie che trascende le vite dei singoli. Che felicità può esservi per una donna o un uomo, pur benestanti che siano, se vivono come alieni in una società miserevole? Un mondo o una società lasciati a se stessi mettono evidenza problemi che peggiorano la vita anche dei singoli. Scriveva Aristotele nella Politica che l’uomo (e la donna, aggiungiamo) non può essere felice se non all’interno di una comunità ben governata.

Non solo. Oggi vi è un ulteriore spunto di riflessione. Come si fa a pensare al tutto che trascende, e rafforza, l’individuo e la sua libertà, e non lo nega né tantomeno lo minaccia, se viviamo in una società della solitudine? “Se siamo tutti più soli”, come recita la canzone di Cesare Cremonini, come si fa ancora a pensare le vecchie categorie della democrazia, che si basa sulla partecipazione? Oggi sono finite le reti: cinquanta anni fa nelle periferie c’erano sezioni di partito, associazioni, sindacati, oggi sono rimaste solo le parrocchie. Il monadismo sociale aumenta. Ma si dovrebbe ricominciare a parlare con la gente. Incontrare gli altri, coltivare le amicizie, fare qualche figlio in più, che non guasta. Altrimenti – è una legge della fisica moderna – si rischia di fare la fine di quei sistemi chiusi che, sotto la spinta dell’ineluttabile entropia, scivolano verso la dispersione, e il silenzio. E poi la fine. Inesorabilmente.  (  https://www.ilsussidiario.net  ) 

 

   di Mario Sammarone
      (30/05/2019)

 

 

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