Temporali, la poesia di Poletti

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Temporali di Cristiano Poletti, sul solco della sua esperienza personale, tra memoria e presente, nostalgia. Costruzioni figurative che sono vere e proprie architetture di pensiero
di Luisa Debenedetti

 

Temporali di Cristiano Poletti è una raccolta di poesie in cui autobiografia, vita e storia si avvicendano e a volte si sovrappongono all’interno di sette sezioni.

Poletti cammina sul solco della sua esperienza personale, tra memoria e presente, nostalgia e propositi, dolore e gioia; solo un poeta che vive senza menzogna, perché fermo nella verità della poesia, può, con la sua voce, in sottigliezze calibrate e attente lavorazioni sul verso, deviare l’attenzione del lettore dai suoi personalissimi dolori e gioie a quelli universali, coinvolgendolo nel “gioco” della poesia. Caricando il lettore di fervore poetico esistenziale, l’Autore lo porta a scorrere i versi come una pista di decollo, un mantra o una preghiera laica che eleva ad affari più importanti di quelli piccoli e corruttibili in cui normalmente sguazziamo.

Sono presenti ed hanno voce, spesso come epigrafi, altre volte all’interno dei testi, alcuni grandi poeti di ieri, la cui grandezza consiste anche nell’insinuarsi nel presente, e artisti di oggi che ricompongono il puzzle di frammenti ora di memoria ora di un gelido passato. E’ qualcosa di simbolico prendere in prestito le parole di altri: è come tirare il filo invisibile che lega ogni scrittore a un altro, e ogni uomo a un suo simile perso da qualche parte nel tempo e nello spazio.

La poesia di Poletti è misurata nelle parole che sono voci e silenzi, scorre come acqua durante un temporale ma talvolta, come lava al contatto col mare, sembra solidificarsi superficialmente in un simbolismo che solo in apparenza raffredda il flusso poetico. Le parole prese singolarmente all’interno del dettato poetico, così come talvolta i singoli versi, non sono sempre di immediata comprensione, cioè non rispondono a un logico accostamento di senso, tanto che viene da chiedersi quale sia l’intento del poeta.

Si potrebbe rimanere stupiti da alcune scelte linguistiche, da una sorta di inesattezza latente (che io intendo nella sua accezione positiva, un po’ come il dubbio, per vederla come Leopardi, è la strada verso la verità), ma seguendo il percorso di salita della pioggia si arriva nel luogo in cui ogni parola e ogni singolo verso si compongono in un meraviglioso scroscio di senso e significato compiuto, le nuvole temporalesche diventano spettacolari, belle e potenti pur nella tragedia che mettono in scena. Proprio in questo si evidenzia il valore del poeta Cristiano Poletti, nella sua capacità di trasformare l’insieme delle parole e dei versi da esse composte, in eccitante poesia, nonostante il simbolismo, più o meno marcato, tenda a criptare le informazioni.

In quest’opera la scrittura, anche nelle poche accezioni di prosa-poetica, scorre sull’orlo dell’esistenzialismo e scandaglia a fondo le principali tematiche umane, tra cui l’amore, la malattia, la morte e l’incapacità di congiungersi veramente con l’esistenza stessa che, con le sue dinamiche, come ben sappiamo crea disagio. L’Autore ricorre a costruzioni figurative che sono vere e proprie architetture di pensiero, innalzate ricorrendo ad equilibri e incastri tra aggettivi e sostantivi, i verbi ne sono una parte meno evidente, ma ovviamente sostanziale: gli architravi.

Giunti a conclusione della lettura si ha la sensazione di aver affrontato un viaggio impegnativo al termine del quale il poeta ha scaricato il proprio fardello di disagio e noi con lui; non ci vorrà molto ad accorgersi di aver viaggiato nell’universale bellezza della poesia attraverso un nostro personale percorso che il poeta ha magistralmente studiato per noi; questo è a mio avviso il compito dello scrittore: costruire la scena in cui il lettore possa entrare e farne parte.

“E immagini senza sapere
come da un muro o da un giro di rocce
esca, continui a farlo il fiore.
Immagini senza sapere e attendi
per rivedere e capire. Così,
finché tutto sia limpido” (pag. 76)

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   di Luisa Debenedetti
     (28/10/2019)

 

 

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