Banche, la recessione un albi

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Così le banche centrali stanno falsando i mercati. Guardano ai rendimenti dei vari titoli di Stato non si possono non notare gli effetti distorsivi delle politiche delle Banche centrali
di Mauro Bottarelli

 

Banche, la recessione un albi
Jerome Powell, Presidente della Fed (Lapresse)

Banche, la recessione un albi. Se c’è un errore che non si può compiere in periodi come questi, è peccare nella percezione della prospettiva. Ovvero, pensare che tutto sia un calderone indiscriminato, lanciarsi nel facile esercizio di stile del vittimismo e dell’analisi “un tanto al chilo”, sfruttando il momento storico che stiamo vivendo e che, giorno dopo giorno, pare sempre più incentrato sul livore rivendicativo, privo di analisi. La famosa “pancia”, la nostra rovina come società. Guardate questo grafico e non pensiate che sia chissà quale mostro di complicazione. È semplice e dice cosa semplici: è appunto la quintessenza della prospettica. Ci dice come a partire dal 2014, ovvero all’anno precedente dall’inizio del Qe della Bce, ma già in pieno regime di Whatever it takes, il rendimento dei titoli di Stato tedeschi abbia preso una traiettoria giapponese. Ovvero, perenne sottozero come cartina di tornasole di due nuove realtà. La recessione strutturale e la conseguente dipendenza del mondo dalle Banche centrali, percepite come l’unico soggetto in grado di contrastarla efficacemente.

Banche, la recessione un albiOra, guardate nell’analisi di Albert Edwards, uno che di certe dinamiche è il guru assoluto a livello mondiale, quale potrebbe essere il prossimo Paese destinato ad accodarsi a Tokyo: gli Stati Uniti. Ovvero, un qualcosa che finora non era presente nelle analisi mainstream, tutte incentrate sul nesso causa-effetto che ruota attorno al ruolo della Fed. In parole povere, se i mercati vanno male, interviene la Banca centrale come risposta. No, qui la questione è diversa: qui si preconizza implicitamente uno stato di allarme permanente sui mercati, tale da inviare in prospettiva in territorio negativo anche i Treasuries statunitensi, dopo i titoli di Stato nipponici e tedeschi. Siamo, di fatto, di fronte a una rivoluzione. Assoluta. E totale. L’eliminazione de facto del concetto stesso di rischio-Paese, tramutata per magia e con un colpo di bacchetta magica nel suo contrario: ovvero, la corsa al ribasso verso chi è maggiormente percepito come solido di fronte alla bufera. Ma i dati macro non sono cambiati, le dinamiche neppure. Anzi, sono peggiorate.

Il Giappone avrà sì una ratio debito/Pil tanto enorme quanto sostenibile a livello di rendimenti, a detta di qualcuno, ma solo perché i giapponesi lo comprano. E lo fanno come tossicodipendenti alla disperata ricerca di eroina: come questi ultimi, se ne fregano del grado di purezza della sostanza che si iniettano, così i primi se ne fregano dei rendimenti. Comprano il loro debito, perché è così che gli è stato detto di fare. È l’autarchia suicida di chi per uscire da una decade mortale di deflazione, decide di suicidarsi del tutto con l’espansionismo monetario fine a se stesso. Il Giappone è un laboratorio terminale di carta stampata in cantina e bruciata per scaldarsi, quando esisterebbero metodi un pochino più intelligenti, moderni e strutturali per contrastare i rigori dell’inverno.

Il Giappone ha una Banca centrale che non solo ormai è l’unico soggetto attivo nel mercato dei bond sovrani, fino a dieci anni fa il più grande e attivo al mondo per volumi, ma, addirittura, è ormai fra i dieci principali azionisti di metà della aziende quotate al Nikkei, tramite l’acquisto di Etf: vi pare normale? Vi pare libero mercato, visto che ancora si agita questo fantasma? L’America vuole raggiungere lo stesso status, per il semplice fatto che ormai la sua struttura debitoria, se ancora si facesse riferimento a logiche da economia sana, sarebbe indirizzata verso una ristrutturazione. Altro che periodico e farsesco shutdown federale! E, invece, ecco che con l’alibi della perenne recessione globale, si va avanti a colpi di deficit come quello messo in campo da Donald Trump da quando è alla Casa Bianca: tanto, c’è la Fed!

Signori, la recessione e la crisi finanziaria sono come l’Isis: un alibi. Enorme e auto-alimentato. Bene, guardate ora questo secondo grafico, il quale mette appunto in prospettiva il livello di rendimento obbligazionari presenti nel mondo lo scorso giovedì. Come vedete, sono quasi tutti a dei livelli di minimo irrealistici. Il Portogallo paga lo 0,60% sul decennale! La Spagna lo 0,49%! La Germania, addirittura, è in negativo dello 0,26%! Chi stona nel coro europeo? Italia e Grecia, rispettivamente al 2,3% e al 2,7% sul decennale. E a livello globale? Gli Stati Uniti pagano il 2,06%, il Giappone è in negativo dello 0,13%, mentre la Cina sui dieci anni di scadenza paga un succulento 3,2%. Per quanto, a vostro modo di vedere, potrà permettersi di farlo, in un mondo a regime di rendimenti praticamente a zero e con la sua struttura da schema Ponzi di Stato?

Banche, la recessione un albiNon notate, in queste dinamiche diabolicamente distorte un residuo di logica fra le “pecore nere” dello yield? Davvero è solo e soltanto l’Europa cattiva e mistificatrice, addirittura vampira del sangue italiano reso ricco di globuli rossi dal risparmio privato, a percepire il rischio-Paese insito in quel 2,3% di rendimento sul decennale? Davvero le dinamiche macro del nostro Paese potrebbero vederci, ad esempio, al livello del Portogallo? E davvero Lisbona merita quel credito dai mercati, essendo stata appesa al rating della canadese Dbrs per due anni, altrimenti avrebbe perso la possibilità di acquisto dei propri bond da parte della Bce in seno al Qe e oggi viaggerebbe a rendimenti di tipo brasiliano o messicano? Vi pare normale che la Corea del Sud paghi sulla carta più pregiata del proprio debito, il benchmark decennale, quasi tre volte ciò che paga il Portogallo? Non sentite puzza di manipolazione da Banca centrale lontano un miglio? E come mai solo noi e la Grecia non godiamo di quel regime da unicorni? Davvero è perché Bruxelles e Berlino ci odiano? O perché Parigi vuole spolparci? Forse, allora, non era il caso di far accumulare 285,5 miliardi di controvalore di Btp alle banche francesi, perché – se la narrativa del complotto fosse vera -, così facendo abbiamo offerto al nostro nemico una pistola carica da puntarci alla testa. Non vi pare?

«Non penso che siamo ben preparati a quanto sta accadendoci. E non penso che l’opinione pubblica sia al corrente di quanto sta per succedere», ha dichiarato la scorsa settimana Adam Schiff, presidente del Comitato intelligence della Camera dei Rappresentanti Usa. Si riferiva ai mercati? In parte. Il suo giudizio così orwelliano, in realtà, era riferito alla cosiddetta sinthesys technology e al suo sempre maggior livello di importanza nella comunicazione e nella gestione dei fatti politici e geopolitici a livello mondiale. In particolare, si riferiva ai cosiddetti deepfakes, ovvero video e audio creati dal nulla e in realtà totalmente falsi che però, tramite le risorse che la nuova intelligenza artificiale offre, programmatori di primo livello creano per ottenere l’arma fondamentale nella nuova guerra: rendere strutturalmente indistinguibile il virtuale dalla realtà. 

Cosa pensate che sia il video in bianco e nero dei pasdaran iraniani sul barchino che approcciano le petroliere attaccate nel Golfo dell’Oman e presentato dagli Usa come la prova inoppugnabile della responsabilità di Teheran? E questo è solo l’ultimo e, paradossalmente, più innocuo degli esempi al riguardo. E cosa pensate che siano quei rendimenti schiacciati a zero che vedete impilati nella tabella, intervallati ogni tanto da qualche sussulto di realtà, come gli yields di Italia, Grecia, Brasile, Cina o Nuova Zelanda? La stessa cosa, percezione di realtà. L’enorme inganno economico collettivo, reso possibile non dai deepfakes in laboratorio, ma dalle Banche centrali messe alla guida del mondo dalla crisi del 2008. E mai più scese dalla tolda di comando. 

Qual è il problema, ontologico direi? Che il mercato, ogni tanto, tenta l’ultimo assalto di realismo al bastione del mondo fatato della stamperia globale. Come lo scorso autunno, quando il rafforzamento del dollaro sulla scorta dei proclami trionfali e dei rialzi dei tassi della Fed, ha mandato fuori giri il debito estero di molti Paesi emergenti, come la Turchia. O come sotto Natale, quando proprio la mancata volontà della Fed di dare al mercato indicazioni chiare di un atteggiamento più da colomba (anzi, al contrario, a dicembre Powell giocò l’azzardo e alzò ancora i tassi di un quarto di punto), fece scoppiare le prime mini-bolle presenti ovunque, soprattutto in quel vero e proprio campo minato chiamato Nasdaq. E questo se da un lato è strumentale, perché può essere usato come mezzo di propaganda e controllo dell’opinione pubblica attraverso lo spauracchio di un’altra Lehman da evitare a ogni costo, dall’altro rappresenta una limitazione al nuovo regime mondiale di pianificazione economica, di mondo a deficit strutturale, di mercati sempre rialzisti e conti pubblici che divengono una variabile dipendente non dalle dinamiche macro, ma dai bilanci delle stamperie centrali.

Serve un ultimo, enorme shock per eliminare anche gli ultimi residui di libero mercato che ostacolano la via faustiana dell’Unione Sovietica globale. Ci stanno riuscendo, proprio in questi giorni, mesi e anni. Cosa ha twittato l’altro giorno Donald Trump? Che se qualcuno ostacolerà la sua marcia verso un secondo mandato nel 2020, i mercati conosceranno il più grande crash della storia. Si mettono le mani avanti. E non riguardo l’elezione o meno di Trump, bensì verso l’epilogo a un futuro da schiavitù monetarista che si sta già sostanziando i quei rendimenti ridicoli che stiamo osservando. L’idea non è quella di riportare un po’ di normalità, è quella di trasformare i Treasuries a 10 anni in Bund a 10 anni: tutti in negativo. Tutti a fare deficit e debito, senza preoccuparsi del domani. E questa tentazione si sta facendo, stranamente, sempre più spazio anche in ampi settori della nostra presunta classe dirigente. 

Che bello sarebbe un mondo dove, grazie alla Bce, non esistesse differenza fra Btp e Bund a 10 anni, entrambi a zero o sottozero. Tutto senza fatica, senza conti in ordine, senza disciplina di bilancio, senza minaccia e ricatto dello spread. Solo con lo status di prestatore di ultima istanza, solo grazie alla pressa di Stato. Ecco a cosa si sta puntando, attraverso mille pantomime, crisi geopolitiche, rallies manipolati e crolli pilotati o cercati, incidenti di percorso programmati. Tanto, la colpa sarà sempre di qualcun’altro. L’Europa, il liberismo selvaggio, la Germania, il surriscaldamento globale, Mario Draghi, forse Maurizio Sarri. Attenzione, stiamo entrando a grandi passi nel Mondo nuovo di Aldous Huxley. Dal quale non c’è ritorno alla normalità. E che, per essere creato, necessita prima di rovine. Non a caso, Steve Bannon è un estimatore di Julius Evola.  (  https://www.ilsussidiario.net  )

 

  di Mauro Bottarelli
    (19/06/2019)

 

 

 

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